LE SETTE VITE DEL CAIMANO

di Sebastiano Gulisano (*).

Contrordine: la fine del berlusconismo è rinviata a data da destinarsi.

Chiarisco subito che per «fine del berlusconismo» non intendo il modello culturale (o subculturale) che dal Tappo promana, ché quello è bell’e saldo e non ce lo scrolleremo di dosso facilmente, ci vorranno un po’ di generazioni. E non è detto che succeda, comunque, ché all’orizzonte non si intravedono modelli alternativi. A parte l’anomalia Vendola. Ma Vendola è, appunto, un’anomalia, la cosiddetta mosca bianca o, se preferite, un panda.
No, quando scrivo «fine del berlusconismo» mi riferisco al regno di Sua Emittenza, alla guida politica del Paese.
Nel corso dell’ultimo anno pareva che Berlusconi fosse sempre più vicino al capolinea, bombardato da inchieste giudiziarie, nuove accuse di “mafiosità” di Spatuzza e Ciancimino, scandali sessuali, sistematiche prese di distanza di Gianfranco Fini, critiche continue dal “Corriere” e da Confindustria, senza contare il «laboratorio siciliano» di Raffaele Lombardo che gli ha spaccato il partito nell’isola. Persino il Vaticano, che non aveva fiatato sulle oscenità di Porcilandia, s’era dovuto incazzare in seguito all’opera di killeraggio commissionata a Feltri contro Boffo: a quel punto, da Oltretevere hanno dovuto rispondere per le rime e per un po’ è sceso il gelo.
Be’, all’inizio dell’inverno, il Cavaliere era semplicemente accerchiato. Con le spalle al muro. Mancava solo l’opposizione politica, all’appello – il Pd, per intenderci –, ma con questa classe dirigente non c’è da stupirsi.
A rompere l’accerchiamento ci ha prima pensato Massimo Tartaglia, con un souvenir scagliato in faccia che il Comunicatore ha saputo gestire in maniera magistrale: uscire dall’auto blindata e mostrare al mondo il volto tumefatto e insanguinato è stato uno dei massimi capolavori comunicativi di cui personalmente ho memoria. Provate a immaginare le conseguenze del gesto del «pazzo» senza la trasfigurazione del Tappo ridens: ci sarebbe stata condanna generalizzata del gesto, solidarietà incondizionata, appelli congiunti alla non violenza, ma tutto si sarebbe sgonfiato il pochi giorni. L’ostentazione del viso insanguinato, invece, lo ha trasformato in un martire.
Non solo. Porcilandia è stata sepolta dalle scappatelle piccanti di Marrazzo, amplificate a dismisura da un sistema della comunicazione completamente in mano al tycoon di Arcore (non scordiamoci che il 95% degli italiani si “informa” attraverso la tv), che ha così sterilizzato un altro dei fronti di debolezza.
Poi, com’era inevitabile, visto che accade periodicamente, la pedofilia inventata da Feltri per Boffo è stata sostituita da quella vera, ché la Chiesa cattolica su questo versante è fin troppo debole, troppo esposta, troppo ricattabile. Così anche questa falla è stata tappata e, in cambio di un’“informazione” televisiva addomesticata, quel sant’uomo del cardinal Bagnasco ha tuonato contro gli abortisti, a pochi giorni dal voto (decidendo chi dovesse essere la nuova presidente della regione Lazio). E stavolta le tv hanno amplificato.
E siccome le elezioni regionali, comunque, lo preoccupavano, ché per quanto ostentasse spocchia era chiaro che al loro esito era legato il suo futuro politico, ha imposto ad alcuni servi che ne avevano il potere di oscurare un paio di trasmissioni tv che lo impensierivano. In realtà, quelle trasmissioni sono punto di riferimento di persone che mai voterebbero per Sua Innocenza e, dunque, non avrebbero cambiato nulla. Ma per sicurezza, anzi per protervia bisogna spegnerle e lasciare a lui campo libero su tutti i canali tv. Così è stato.
In questa situazione, grossomodo, si va al voto, col Cavaliere che, malgrado tutto, dichiara in continuazione che a lui basterà vincere in una sola regione in più rispetto a cinque anni fa per potere dire di avere vinto; invece gli va al di là di ogni più rosea previsione: 7-6 per il centrosinistra contro l’11-2 di partenza. È vero, al nord la Lega dilaga (ma complessivamente non sorpassa il Pdl), ma è la coalizione di centrodestra a vincere. A stravincere: prevale nelle regioni più popolose e, in termini percentuali, finisce 53% a 45%. A quel punto Berlusconi può gridare vittoria e sottolineare che «volevano farmi fuori, non ci sono riusciti». Mentre l’astensionismo viaggia verso valori sempre più statunitensi: 35,81%, più di un terzo dell’elettorato. Ma questo è un dettaglio che interessa solo agli istituti di statistica, non ai partiti italiani.

Berlusconi poteva già essere soddisfatto di questo risultato: il centrodestra ha vinto, il centrosinistra ha perso e lui è il leader della coalizione vincente. Punto. Invece, con una settimana d’anticipo, da Catania gli arriva un bel regalo pasquale senza manco l’uovo attorno: Raffaele Lombardo, l’eretico «autonomista» presidente della Regione Sicilia è indagato per rapporti con il clan Santapaola. Quel Raffaele Lombardo che ha spaccato il Pdl nell’isola, quello stesso Lombardo che va blaterando di Partito del Sud, quel «borioso e insolente» (definizione di “Repubblica”) che aveva osato ipotizzare «il crepuscolo del berlusconismo» è indagato per mafia.
Peccato che il Milan, dopo essere stato cacciato dalla Champions, abbia anche gettato alle ortiche due splendide occasioni per sorpassare l’Inter e regalargli lo scudetto, ma non si può avere tutto dalla vita (anche se mancano ancora 7 partite e tutto può succedere): se si considera che il 2010 si presentava come l’inizio della fine, be’, coloro che già stavano pensando a come spartirsi la pelle del Caimano dovranno attendere tempi migliori.
Raffaele Lombardo, dunque. Lombardo (60 anni il prossimo 29 ottobre), prima ancora di essere «autonomista» è un democristiano siciliano, catanese anzi, uno che in 40 anni di attività politica (dall’università in poi) ha consolidato una spettacolosa macchina clientelare come solo i dc sapevano e sanno fare, una macchina clientelare radicata nella sanità, ma che ha diramazioni in tutti i campi dell’amministrazione pubblica. Cresciuto nella nidiata degli allora leader manniniani della provincia Ferdinando Latteri e Francesco Vitale (deputato il primo, senatore il secondo; entrambi “boss” della sanità), a 29 anni, nel 1980, era già assessore a Catania e, nei primi 90, con un incedere da “cavallo di razza”, diventa assessore regionale agli enti locali (una specie di ministro dell’interno siciliano, senza la polizia). Sembra destinato a una carriera da “primo della classe”, Lombardo, anche in considerazione del fatto che Tangentopoli e Mafiopoli stavano sfoltendo il panorama politico dell’Italia e dell’isola. Finché non toccò anche a lui. Fu arrestato come qualsiasi volgare delinquente, lui, il predestinato. Era accusato di avere truccato un concorso bandito dalla Usl 35 di Catania (la seconda del Meridione, per utenza): un concorso che prevedeva 5 assunzioni (non ricordo i dettagli, vado a memoria) ma che era stato continuamente rinviato e “ribandito” finché i posti erano diventati 50, ma promessi a parecchi di più. Che avevano anche pagato. Uno degli esclusi – che aveva pagato per essere assunto – fece ricorso al tar ma fu tacitato da un provvidenziale incendio notturno della porta di casa; la procura di Catania dispose delle intercettazioni da cui emergeva in maniera inequivocabile che il regista del concorso truccato era Lombardo (e il suo staff). In primo grado fu condannato. Poi lasciai l’isola e non ne seppi più nulla, finché un giorno non me lo ritrovai vicesegretario nazionale del Ccd di Casini e Mastella. Non so se alla fine sia stato assolto o prescritto, so che dopo riprese la sua ascesa. Vicesindaco di Catania nella prima giunta Scapagnini (ma era lui il vero sindaco), presidente della Provincia ed europarlamentare, scissionista dall’Udc e inventore del Movimento per l’autonomia (mai stato autonomista, Lombardo: solo democristiano), che grazie a un quarto di secolo di potere clientelare a Catania si assesta al 25%. Poi, con le giuste alleanze in giro per la Sicilia con personaggi politici che la mafia l’hanno sempre respirata (basti pensare al trapanese Bartolo Pellegrino, uno intercettato mentre consigliava a dei mafiosi come rientrare in possesso di alcuni beni confiscati al capoclan), il suo Movimento assume respiro regionale.
Tutti sembrano avere dimenticato come la nascita dell’Mpa coincida con la rielezione di Scapagnini a sindaco di Catania, contro Enzo Bianco. In quell’occasione fu ampiamente documentato il mercato dei voti nei quartieri popolari di Catania, quelli più fortemente controllati dalle cosche: e la compravendita, denunciata da tutti i leader locali e nazionali del Pd (allora Ds e Margherita) coinvolgeva innanzitutto le 4 liste di Lombardo.
Dopo una settimana se l’erano già scordato tutti e il centrosinistra gli faceva l’occhiolino in chiave regionale e nazionale. Tanto i voti non puzzano.
Poi Cuffaro preferisce dimettersi e migrare al Senato, per evitare un possibile arresto e finalmente Raffaele Lombardo può ascendere alla più ambita carica amministrativa d’Italia, dopo quella di presidente del Consiglio: presidente della Regione Sicilia, l’isola dove si decide chi debba avere la maggioranza politica del Paese. Ci arriva praticamente passeggiando, col centrosinistra al minimo storico, sotto il 30%.
Il resto è storia nota e recente: la rottura con Cuffaro e il Pdl, la giunta con Micciché, gli uomini di Dell’Utri, alcuni magistrati e il sostegno del Pd. E il Partito del Sud, con Micciché (e Dell’Utri) gettato fra i piedi del Cavaliere ma che affascina anche pezzi di centrosinistra: un capolavoro. Poi quelle 3000 pagine del Ros dei carabinieri che costringono la procura di Catania a riaprire un’inchiesta condotta in silenzio e in silenzio archiviata. Qualcuno lo racconta a “Repubblica” e succede una cosa che non credo abbia precedenti nella storia d’Italia: Vincenzo D’Agata, il procuratore della repubblica di Catania che dovrebbe coordinare le indagini a carico del presidente della Regione, convoca una conferenza stampa e denuncia una fuga di notizie «con scopi politici» che, di fatto, anticipa quale sarà l’esito dell’inchiesta (anche se qualche giornalista, oggi, ipotizza addirittura un prossimo arresto di Lombardo).
Chi vivrà vedrà.
Intanto Berlusconi se la ride.

(*) http://ilviziodellamemoria.splinder.com