Le motivazioni della sentenza scuto. Intrecci politici tra mafia e massoneria

di Dario De Luca e Laura Distefano  – ESCLUSIVA.

Depositate le motivazioni della condanna in appello a 12 anni per associazione mafiosa all’ex “re dei supermercati” Sebastiano Scuto (foto). “Quadro probatorio solido e certo” scrivono i giudici. Pronto il ricorso in Cassazione dei legali dell’imprenditore.

CATANIA. AI piedi dell’Etna si incrociano gli interessi politici di Cosa Nostra e quelli delle Logge massoniche, dove coinvivono “picciotti” e potenti “colletti bianchi”. La parola massoneria compare più volte nelle oltre seicento pagine delle motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Catania ha condannato a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa il re dei supermercati, Sebastiano Scuto. Erano state inutili le lacrime versate in un turbine di emozioni alla vigilia della sentenza. L’imprenditore si era affidato alla giustizia divina, ma dopo pochi giorni dai giudici invece  che clemenza ricevette una condanna ancor più pesante di quella in primo grado.

L’ex re mida della grande distribuzione targata Despar in Sicilia aveva provato a tenere in alto la testa. “Non ho nulla – aveva detto ai giornalisti commentando a caldo – di cui vergognarmi, sono una vittima della mafia”. Passati 7 mesi di quella decisione emergono i particolari con la deposizione delle motivazioni della sentenza. Una vicenda processuale lunga un decennio e su cui nell’aprile 2010 in primo grado c’era già stata una condanna a 4 anni e 4 mesi. L’ultima parola adesso dovrebbe passare dalla valutazione dei giudici ermellini della Suprema Corte di Cassazione, al ricorso sta infatti lavorando la difesa dell’imprenditore. Differente la posizione dell’altro imputato del processo, l’ex maresciallo dei Carabinieri Orazio Castro, in passato al comando della stazione di Aci Sant’Antonio (CT). Dopo l’assoluzione in primo grado perché “il fatto non sussiste”, anche in appello è arrivata una pronuncia per lui favorevole.

La disponibilità di Scuto nei confronti del clan dei Laudani. “Le prove acquisite – scrivono i giudici nella sentenza d’appello – presentano le caratteristiche di genuinità e convergenza tali da riscontrarsi reciprocamente e fondare un quadro probatorio di solidità e certezza”. Ad essere sentiti negli anni erano stati decine di collaboratori provenienti dalle aree mafiose più svariate: Laudani, Santapaola, Mazzei, Sciuto-Tigna, Madonia ma anche diversi esponenti messinesi e palermitani. “Il complesso delle dichiarazioni – proseguono i giudici nelle motivazioni – e degli altri elementi probatori evidenzia che alla disponibilità di Scuto nei confronti del clan Laudani corrispondevano, in capo all’imprenditore, una serie di vantaggi derivanti da specifiche condotte “a favore” del medesimo e delle sue attività economiche”. Un impero di svariati miliardi che, secondo i giudici, sarebbe stato foraggiato con i soldi di Cosa Nostra.

Gli assegni cambiati agli esponenti del clan. Altro aspetto su cui hanno concentrato l’attenzione il Presidente della Corte Ignazio Santangelo, con a latere Anna Muscarella e Tiziana Carrubba, è quello riguardante la presunta disponibilità, protrattasi nel tempo, di Scuto nel cambiare in denaro contante numerosi assegni che il clan dei Laudani conservava all’interno delle proprie casseforti. Soldi sporchi da trasformare in denaro liquido, per essere investito nel traffico di droga e armi che, secondo l’accusa sostenuta dal Pg Gaetano Siscaro, dovevano rimanere lontano dalla tracciabilità dei circuiti legali. A spiegare questo passaggio, che sarebbe avvenuto attraverso l’intermediazione di due soggetti, furono alcuni collaboratori di giustizia, Giuseppe Catalano, Alfio Giuffrida e Salvatore Di Stefano. Dichiarazioni che la difesa reputò a più riprese contradittorie. Sul punto i giudici, rifacendosi a un’indagine contabile delle Fiamme Gialle, scrivono: “il riscontro che effettivamente operazioni di cambio assegni siano state eseguite, dimostra come non solo esistesse la teorica possibilità di scambiare assegni attraverso la liquidità di Aligrup, ma come lo Scuto utilizzasse concretamente detto canale per creare liquidità, senza lasciare traccia né presso le banche né in contabilità: ciò che suffraga positivamente – concludono i giudici – le dichiarazioni dei collaboranti”.

Massoneria e politica. Tra i capitoli più controversi della vicenda Scuto c’è quello dedicato a due tornate elettorali: le elezioni comunali di San Giovanni La Punta del 2000 e le regionali siciliane del 2001. Un intreccio pieno di ombre assorbito all’interno del cosiddetto “caso Catania” che ha messo insieme vicende giudiziarie e fette del potere cittadino legato a doppio filo con potenti logge massoniche. “Risulta provato – mettono nero su bianco i giudici – che Scuto ebbe a fornire il proprio sostegno alla campagna elettorale del Trovato (anche concretamente mediante la dazione di buoni spesa Despar presso i suoi supermercati in cambio della promessa di voto), fatto che di per sé non avrebbe nessuna connotazione negativa, sennonché risulta chiaramente che anche i Laudani sostenevano il medesimo candidato, servendosi di mezzi illeciti quale il pestaggio ai danni di soggetti che lavoravano alle dipendenze dell’altro candidato. Risulta – proseguono i giudici – che i Laudani e Scuto avevano un interesse personale all’elezione del Trovato”. “I fatti rappresentati” secondo i giudici farebbero quindi emergere a carico dell’imprenditore “un ulteriore condotta sintomatica della partecipazione criminosa”. Come avversario di Trovato nella corsa a primo cittadino a San Giovanni La Punta nel 2000 vi era l’avvocato Mario Brancato, sentito come testimone nel processo,  “il quale – si legge nella sentenza – già facente parte di una loggia massonica era stato invitato dai superiori ad “assonnarsi”, ovvero mettersi da parte”. Il teste, in corso di interrogatorio aveva riferito, inoltre, che “i suoi manifesti durante la campagna elettorale venivano ripetutamente strappati o deturpati con un taglio al volto […] e di aver visto in un’occasione gli attacchini che venivano picchiati con degli schiaffi da un soggetto a lui noto come vicino ai Laudani […]”.

La replica dei legali. Sul fronte difensivo è già in fase di elaborazione il ricorso per Cassazione. Di sentenza con “vizi logici” parla a LiveSiciliaCatania, l’avvocato Guido Ziccone, difensore di Scuto insieme a Giovanni Grasso, “Sono presenti – spiega Ziccone –per quanto riguarda sia l’attendibilità dei collaboratori di giustizia che sul significato attribuito alle perizie economico-finanziarie dell’impresa. Faremo rilevare questo tramite apposito ricorso per Cassazione. Tali vizi logici – prosegue il legale – correttamente risolti, riteniamo, debbano dar luogo all’inesistenza delle prove di colpevolezza”.

– 8 Novembre 2013

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