L’antinomia dell’orrore di Clint Eastwood

di Giusy Paesano Jackman.

Chris, robusto ragazzo texano cresciuto all’ombra di un padre cacciatore che gli insegna a non sbagliare un colpo, si arruola – dopo l’11 settembre – nei Navy seal, forze speciali della marina americana specializzati in missioni antiterroristiche. Si reca in Iraq per ben 4 turni scanditi nel film in capitoli, aumentando di volta in volta la propria notorietà fino a diventare il cecchino più letale nella storia delle forze armate statunitensi.

Ma la guerra, si sa, ha sempre un risvolto drammatico e il ritorno a casa di Chris (o meglio i vari ritorni) non si riveleranno indolori nonostante l’apparente freddezza del protagonista.

Eastwood sembra sotto il profilo stilistico mantenere l’ estrema coerenza del proprio linguaggio caratterizzato da movimenti di macchina calibrati  articolati precisi. Una varietà stilistica che solo chi ha masticato grande cinema (da Siegel ad Hawks) è in grado di proporci (la sequenza del cervo ucciso nell’ incipit è puro western e fa pensare a The Shootist di Siegel  il cui protagonista verrà, peraltro, assassinato alle spalle).

La messa in scena ci piomba immediatamente nel  teatro di guerra irakeno fatto di buio,corpi sporchi di terra, tanks polverosi e impallanti e contrappuntato da una fotografia mirabile e bigia. La m.d.p. segue il cecchino nei vari spostamenti e appostamenti ma soprattutto si fa sguardo occhio inquadratura che trasforma la visuale perimetrata del mirino in una – diremmo – semisoggettiva libera indiretta dello stesso Kyle “atta a cogliere/restituire” allo spettatore la vittima designata in primo piano. E il suo sguardo (da cecchino) esalta la cosa inquadrata: un soggetto, spesse volte un bambino. Eastwood sposa dunque il punto di vista di Chris e in questo risiede il fascino del suo cinema: guardare e guardarci con gli occhi dei personaggi, attraversarli nelle loro psicologie e farcene attraversare raccontandoci l’America dal di dentro,un’America sicuramente capitalista e feroce ma affascinante in termini di storie e di varietà umana. L’occhio di Eastwood si trasforma in quello di Kyle; è Kyle qui a guardare il mondo e a  mettersi in scena a farsi, diremmo, “corpo e occhio cinema”.

Una visione precisa dunque come preciso è il colpo da mettere a segno. Una precisa idea di cinema come inquadrati precisamente sono i corpi dei soldati durante l’ addestramento e i corpi  di Kyle e della moglie (una splendida Sienna Miller) nei vari momenti della vita a due. Eros e Thanatos in contrapposizione continua, in bilanciamento l’un con l’altra, come due capitoli separati ma non disgiunti della stessa epopea narrativa (e visiva). La Vita si oppone alla Morte attraverso il corpo della moglie incinta, della figlia neonata,dello sguardo del figlio già un po’ cresciuto e dall’altra parte bambini nel mirino del cecchino Leggenda. Morte-Vita/Vita-Morte, in un crescendo dicotomico. E’ come se il film fosse in realtà fatto di due piani narrativi paralleli e cinematograficamente opposti due storie diremmo due mondi: l’uno portatrice di umana e quotidiana bellezza, di pietas, di abitudine di contro all’orrore e al rumore delle mitragliette.

I corpi in assetto (o movimento) di guerra, che marciano si addestrano o fanno l’amore nelle scene di vita familiare respirano di vita propria inverando le sequenze di un‘aura metafisica. E la metafisica è cara ad Eastwood come ha ben argomentato in Hereafter.

Per questo, pur innestandosi nella migliore tradizione del film di guerra con la pesantezza e il rumore dei cingolati che invadono letteralmente lo schermo non puo’ essere considerato un film bellico  tout court (nonostante una delle sequenze finali sia vero autentico war movie che sporca di orrore persino la macchina da presa e la polvere invada la sala e ci accechi con un’ inquadratura che nega la visione).

Grande cinema dunque di terra e sabbia,fango e anima, ammesso che le guerre possano averne una. Lucido e linguisticamente ineccepibile ma mai spietato perché la spietatezza non si addice ad Eastwood né in definitiva a Kyle. La messa in scena apparentemente asettica segue i propri personaggi e ci ricorda che il cecchino è un uomo, un ragazzo, un padre, un marito, una persona in fondo comune, scisso, antinomico, come antinomica è la guerra come siamo antinomici tutti. Kyle morirà per accidente chiudendo il film col paradosso (non è forse il paradosso anch’esso un‘antinomia?) che ad uccidere non sia poi neppure la guerra ma la vita, la vita che si consuma (nonostante tutto), che scorre che interroga che sfida e include (persino) il più bieco orrore.

American Sniper (L’antinomia dell’ orrore), un film di Clint Eastwood con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, azione, durata 134 min.,USA 2014,soggetto: Chris Kyle, Scott McEwen, James Defelice, sceneggiatura:Jason Hall,montaggio:Joel Cox, Gary D.Roach,scenografia: Charisse Cardenas, James J., Murakami.
Tratto dall’omonima biografia di Chris Kyle, conosciuto col soprannome di Leggenda.