L’ANNACATA. La grande fuga dalla grande risorsa

di Giuseppe Tramontana.

“Antigone morì per ciò in cui credeva. Ulisse ha viaggiato una vita prima di tornare a casa perché imbevuto di curiositas. Medea ha scelto di sacrificarsi pur di lasciare un indelebile segno in chi l’aveva tradita. Eccoli gli eroi dell’antichità, trascinati da un pathos che li spingeva a perseguire i propri sogni, a qualunque costo. Per aspera ad astra. I miei maestri di vita sono stati loro. Leggendo le loro storie ho imparato a viaggiare, a inseguire i miei sogni, e a crederci fino in fondo. Nonostante le difficoltà. Cara Italia, non dimenticare il valore della cultura latina e greca. Non è mai stata così viva. E utile.”
Così parlò un trentenne realizzato: se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato… Sono, infatti, queste le parole che il 34enne Adriano Farano, da Cava de’ Tirreni, ha pronunciato al termine di un’intervista rilasciata al “Sole-24 ore”. Perché Farano da Cava de’ Tirreni è arrivato in California, alla Silicon Valley, e grazie alla sua creatura, Watchup, un’applicazione per video news, ha ottenuto 4,3 milioni di dollari da investitori come Microsoft, Tribune Media e Stanford University.
Avete capito bene: questo ragazzo che ha come modelli Medea e Ulisse, Antigone e Dante (lo dice in un precedente passo del medesimo colloquio), che cita Seneca ed ha nostalgia per il latino e il greco del liceo classico ha inventato un’applicazione informatica che, in America, gli ha fatto guadagnare una barca di soldi.
Fin qui, al limite, nulla di strano: un caso come un altro. Il problema è che, a suo dire, il successo che ha ottenuto è proprio il frutto della cultura classica immagazzinata al liceo! Sorprendente, direi. Soprattutto, se confrontato con gli impietosi dati, pubblicati qualche giorno fa da Repubblica.
Negli ultimi 5 anni, la riforma Gelmini, voluta da quel genio incompreso di ministra che scambiava i neutrini per macchinine della playstation e i libri per caramelle alla carruba, ha portato ad una perdita del 44% di studenti nei licei classici. Stesso discorso vale anche per i corsi tradizionali del Liceo Scientifico (quelli con il Latino). In totale, circa 180mila studenti in fuga. Come contraltare, sono aumentati gli studenti che hanno scelto l’indirizzo di Scienze Applicate (Applicate? Senza Laboratori?), cioè quello senza Latino, del liceo scientifico. E’ evidente, tuttavia, che il pesce puzza dalla testa.
I ragazzi che scelgono la “scienza” anziché la tradizione umanistica lo fanno, spesso, perché sono vittime di certe vulgate cretine e, direi, parassitarie. E già, perché, dietro c’è il desiderio di avere a disposizione tecnici semi-schiavi, pagati pochissimo o niente (stagisti o con contratti a tempo determinato), ma soprattutto privi di senso critico: gente che a chi gli da il pane, lo chiama papà…
Gente che non si fa problemi a progettare la manipolazione dei test sulle emissioni inquinanti delle auto se glielo chiede il capo, gente che dice di sì, senza grossi problemi, al progetto di un cavalcavia o di una villa in Sicilia o in Calabria realizzata in dispregio delle leggi a tutela dell’ambiente e del buon senso…
Gente che fa semplicemente il proprio lavoro e solo quello: come un boia qualunque. Senza problemi di ordine morale, etico. Senza sogni, se non quello di continuare a compiacere un padrone.
Certo, non tutti sono così, ma il progetto leggibile in filigrana sembra proprio questo. Da ciò è chiaro, allora, che non sono gli scienziati, i tecnici ad avere poca stima della nostra tradizione culturale. Loro, spesso, semplicemente la ignorano. Certo, il passo dall’ignorarla al disprezzarla è breve, ma non è questo il problema. Oggi, invece, sembra molto facile guadagnarsi il favore degli opportunisti, degli ottusi e dei filistei parlando male di certi settori di ricerca, reputandoli inutili. Come può, in effetti, un contribuente medio (di quelli che pagano davvero le tasse, cosa, diciamolo pure, in Italia alquanto rara e aleatoria), spiaccicato come un pompelmo sotto un cingolo, rendersi conto davvero della posta in gioco?
Le università – e soprattutto le facoltà (o scuole, come si chiamano adesso) – sono ormai ridotte a istituti professionali, mentre si vive in un paese dove le biblioteche sono anemiche, spesso cadenti e ancora più spesso vetuste e gli insegnanti, malpagati e irrisi, vengono indicati a dito come fannulloni e sabotatori di qualsiasi (pessima) riforma per tornaconto personale. Questo è il panorama.
Vi piace? Come ricorda Ernst H. Gombrich, la chiusura dell’accademia platonica nel 529 d. C. da parte dell’imperatore Giustiniano è generalmente considerata una delle tappe fondamentali del cammino che condusse ai secoli bui.
Oggi, università e scuole agonizzano per mancanza di fondi. Sarà di sicuro più facile distruggerle che dar vita a un nuovo Rinascimento. Che fare, allora? Non ho molta fiducia che questa classe (o conventicola) politica possa cambiare marcia e obiettivi. Forse sarebbe più facile tentare di cambiare, lentamente, la mentalità degli italiani. Ma anche su questo sono abbastanza scettico. Mi parrebbe già tanto se qualcuno perdesse dieci minuti del suo tempo per leggere il presente articolo…