La sfida del solitario Beppe Alfano, 18 anni dopo

di Giuseppe Tramontana.

Il fatto è che lo scrittore deve

dire la verità, quand’anche sia terribile,

e il lettore deve conoscerla.

Voltarsi dall’altra parte, chiudere gli occhi,

passare oltre significa insultare

la memoria di quelli che sono morti.

(V. Grossman, L’inferno di Treblinka)

La sera dell’8 gennaio 1993, intorno alle 22, un signore di 47 anni, scuro di capelli, con barba e baffi ben curati, si trova in Via Marconi, il corso principale di Barcellona Pozzo di Gotto, paesone di 42.000 abitanti in provincia di Messina. E’ in macchina. Poco prima, ha accompagnato  la moglie davanti al portone di casa. Ma ha notato qualcosa di strano. E’ corso fino all’angolo della strada, ha gettato un’occhiata alla piazzetta che si trova alle spalle dell’abitazione e poi è ritornato di corsa, allarmato: “Chiuditi a casa!” ha detto alla moglie ed è partito a bordo della sua Renault 9 rossa. Svoltato l’angolo, qualcuno lo raggiunge nel corso, lo affianca. La Renault accosta al marciapiedi, lui abbassa il finestrino e tre colpi di pistola calibro 22 lo raggiungono al collo, al viso, ad una mano. L’auto resta in moto, romba a vuoto, su di giri, il fumo, la cui consistenza è amplificata dall’aria fredda, l’avvolge completamente: sembra in fiamme. Qualcuno chiama i carabinieri, i quali arrivano e si accorgono che nell’abitacolo, riverso sul sedile di guida, c’è un uomo, il piede destro sull’acceleratore. Chi è? E’ Beppe Alfano. Di professione  insegnante di educazione tecnica, ma soprattutto corrispondente da Barcellona del quotidiano La Sicilia di Catania. Non propriamente un giornalista, in quanto non è ancora iscritto all’ordine, ma ha una grande passione per il giornalismo, fin da quando, agli inizia degli anni ’70, ha iniziato a smanettare con le radio private, passando poi alle televisioni private ed, infine, alla carta stampata. E’ un tipo strano, Alfano. Soprattutto in un posto chiuso, culturalmente bloccato, tradizionalista come Barcellona, che, peraltro, si crogiola nell’illusione – in molti casi artatamente amplificata – che la mafia non esista. Ricorda molto la Catania di inizio anni ’80, la Catania svelata da Pippo Fava e dai suoi ragazzi, la Catania indicata a dito da Dalla Chiesa come luogo da cui la nuova mafia rampante muoveva alla conquista  dei vecchi paradisi di Cosa Nostra.

Dicevamo di Alfano. Alto, bell’uomo, barba ben curata, insegnante, gran parlantina, aperto anche per via di un’esperienza di lavoro al Nord, a Trento, era, tuttavia un uomo di destra. Era stato simpatizzante di Ordine Nuovo ed era stato anche iscritto al MSI. Ma, all’interno del partito,  le cose non andarono lisce. Si accorse che qualcosa non quadrava. Come ricorda la figlia Sonia “Lui denunciò i suoi stessi colleghi di partito, li denunciò pubblicamente e per questo fu espulso, gli strapparono la tessera. Lui mi ricordo che propose diverse interrogazioni parlamentari che riguardavano le truffe ai danni dei fondi europei e le propose a quelli che erano appunto gli esponenti del Movimento Sociale Italiano e non appena lui capì che questi personaggi lo stavano assolutamente palleggiando lui non esitò due minuti a prendere tutti i suoi carteggi e a proporre le interrogazioni a esponenti dell’allora PDS.”

Era un cane sciolto, Beppe Alfano: è questa la sacrosanta verità. E come altri cani sciolti, il suo destino lo percorre da solo, anzi isolato. Coraggiosamente.

Dalla fine degli anni ’80, Barcellona vive una lotta di mafia senza esclusione di colpi. Ed in questo periodo esplode anche la Mani Pulite peloritana. Nel messinese il vecchio sistema di potere comincia a dar segni di cedimento. Ma le cose tengono ancora. Anche perché, proprio in quel torno di anni, viene realizzato il raddoppio del binario ferroviario che porta nuovi finanziamenti, soldi freschi che fanno gola a tanti e che alimentano tradimenti, lotte e vendette.

Abbiamo già accennato a come sia un posto particolare, Barcellona, un po’ come  tutta la provincia di Messina. Dal punto di vista criminale Messina è sempre stata considerata una provincia “babba”, un po’ stupida, perché – è risaputo – lì la mafia non c’è, non c’è mai stata. Oggi le cose stanno diversamente e anzi quella di Barcellona è indicata come una delle zone a più alta densità mafiosa della Sicilia. Tuttavia, all’epoca in cui Alfano scrive quel territorio passa per essere immune da infiltrazioni e contaminazioni mafiose.  Ma è tutto fumo negli occhi. Niente vero. La mafia a Messina c’è, eccome, solo che non si vede molto. Per certi versi è la mafia più avanzata, quella che, parafrasando il famoso discorso di Sciascia a proposito della Chiesa, tende a farsi metafisica. Infatti, come emergerà dalle indagini successive, dal processo “Mare Nostrum”, da quello che verrà chiamato il processo al “verminaio di Messina”, da quello che segue all’omicidio, nel 1985, di Graziella Campagna,  una ragazza di paese che aveva visto qualcosa che non doveva vedere (latitanti che, con nomi fittizi, ma conosciuti e riveriti, qui trovavano asili da nababbi), la mafia intrattiene normali rapporti con esponenti politici, con magistrati e uomini delle forze dell’ordine per gestire indagini e processi e per garantire una latitanza dorata ai boss ricercati di mezza (l’altra mezza) Sicilia. Si è scoperto che ha creato società in sinergia (parola tanto di moda in quegli anni) con imprenditori per inserirsi nell’economia, anche quella illegale. Ha rapporti privilegiati con i catanesi di Nitto Santapaola. Lavora, lavora in silenzio, con circospezione, senza clamori e senza attirare l’attenzione. E’ la quintessenza della mafia. E, ovviamente, premessa di tale modo di agire è  far credere di non esistere nemmeno,  tenere tutto tranquillo e sottotono. Ma, agli occhi di chi sa leggere la realtà, è tutta una bufala, cortina fumogena per vista, udito ed intelligenza. Perché? Perché, contrariamente alle apparenze e quanto declamano i corifei negazionisti della presenza mafiosa, a Barcellona la mafia c’è ed opera? Alcuni esempi, per chiarire. Fin dagli anni ’70 da qui hanno iniziato a transitare le rotte del contrabbando di sigarette che sono diventate rotte della droga. Qui – si saprà dopo – c’è una raffineria di eroina gestita dal boss Francesco Marino Mannoia, e sempre qui, a Barcellona, c’è un importante manicomio giudiziario (quello al cui ingresso, in anni lontani, era scolpito il filosofico e criptico motto: “non tutti ci sono, non tutti lo sono” – cioè: non tutti i pazzi sono qui dentro, non tutti quelli che sono qui dentro sono pazzi – assurto a detto proverbiale tra i siciliani di tutto il mondo), manicomio, di fatto, controllato da Cosa Nostra, in cui, grazie a perizie psichiatriche compiacenti, finiscono boss come Tano Badalamenti, ma anche boss della ‘Ndrangheta calabrese e persino capi della mafia americana. Bella vita, quella. La vita è una delizia: altro che manicomio giudiziario! E, poi, quando ci si stufa, si può sempre evadere. A piacimento. Ma, a Barcellona, circolano denari, tanti denari, denari che dovrebbero servire per  il raddoppio della linea ferroviaria, per l’autostrada Messina-Palermo, per gli  appalti e i subappalti. Tutto questo, tutta questa tranquillità è tutelata e garantita dal boss Francesco Rugolo e trova sponda nell’imprenditore, Francesco Gitto, presidente della squadra di calcio cittadina, amico di politici influenti e parente di  Mario Cuomo, il governatore di New York. Ma, a metà degli anni ’80 accade qualcosa e la tranquillità va a farsi benedire.

Nel 1986, a Terme Vigliatore, vicino a Barcellona, torna Pino Chiofalo, detto “Pino u’ sceccu”, l’asino. Chiofalo esce di galera e  reclama la sua  parte. E’ il capo della cosiddetta  mafia emergente, quella che scalpita e che non è disposta a sottostare alle regole di Cosa Nostra. Scatta la guerra. Girolamo Petretta, storico referente delle famiglie palermitane, viene freddato nel novembre dell’87, Franco Emilio Iannello in marzo, Carmelo Pagano in luglio, Francesco Ghitto in dicembre. Poco dopo, la polizia compie un blitz a  Pellaro, in provincia di Reggio Calabria, durante un summit mafioso. Tra i convenuti, anche Pino ‘u sceccu e i suoi luogotenenti. Finiscono tutti arrestati. Chiofalo si becca l’ergastolo, ma  resta in carcere fino al ’95, quando comincia a collaborare con la giustizia. Parla, ammettendone la diretta responsabilità, degli omicidi di quella atroce guerra di mafia, ma dice cose più interessanti ed inquietanti. Ad esempio, accusa alcuni magistrati e alcuni esponenti delle forze dell’ordine di essere d’accordo con la cosca avversaria, sostenuta dal boss catanese Nitto Santapaola, che li avrebbe usati per toglierlo di mezzo in maniera pulita. Eliminato Chiofalo, la situazione si normalizza. Molti dei suoi passano il guado: si avvicinano allo schieramento vincente. Il capo dell’ala militare, il capomafia di Barcellona, il referente diretto di Santapaola in questa striscia di Sicilia è un giovane di buona famiglia, Giuseppe Gullotti.

Ma c’è dell’altro. Dal maggio 1992 anche Barcellona ha il suo Tribunale, con un pm che cala dal nord con l’animo di chi va in trincea contro la mafia. Si chiama Olindo Canali ed ha bisogno di informazioni. Così conosce Alfano,  giornalista solitamente bene informato,  che sa fare il suo mestiere, un cane sciolto che non guarda in faccia nessuno e si lancia contro tutto e tutti perché ha qualcosa per cui val la pena alzarsi la mattina: una dignità personale e un ideale di verità e di giustizia da perseguire. In poco tempo, tra il corrispondente e il magistrato nasce un rapporto stretto. Poco prima di essere ucciso, si sa che Beppe Alfano vuole parlare con il magistrato. Ma non farà in tempo. Ma parlargli per dirgli cosa?

Abbiamo detto che Alfano scriveva di mafia. E già questa era una notizia, in una zona in cui ufficialmente la mafia non esisteva. Era come se oggi un cronista scrivesse del Sacro Graal, del mostro di Lochness o di Topolinia. O di Berlusconi iscritto alla P2: tutte cose inverosimili, surreali, parti fantastici. Ma Alfano, come ognuno, ha le sue fissazioni. E’ convinto, ad esempio, che don Nitto Santapaola sia nascosto a Barcellona. E’ convinto, dirà la figlia, che un tizio che si fa chiamare ‘zio Filippo’, che non è barcellonese e che abita a circa 30 metri da casa sia, in Via Trento, sia in realtà il boss latitante catanese. Dopo la sua morte, l’hard disk del suo computer restituirà quelle sue scoperte, quei suoi convincimenti. Quando Santapaola verrà arrestato si saprà che le intuizioni di Alfano erano esatte.

Ma Alfano ha un altro sospetto – e lo dice: che la mafia si occupi del commercio delle arance e usi proprio le arance per truffare l’Unione Europea e l’AIMA, l’agenzia di stato per gli aiuti al mercato agricolo. E’ un altro tassello.

Non solo. Ha intercettato un traffico internazionale di stupefacenti che passava dal porto di Barcellona, zona più tranquilla e meno controllata rispetto ai classici approdi di Palermo o Catania o Augusta. Un tassello ancora.

Ma c’è dell’altro. Ha messo il becco nelle vicende  dell’AIAS, un’associazione che si occupa di assistenza agli spastici, con sedi e strutture, sì, in tutta la Sicilia, ma con quella di Milazzo che spiccava per ricchezza e finanziamenti a pioggia, con centinaia e centinaia di dipendenti, un ingentissimo patrimonio immobiliare e un giro di svariati miliardi. E scrive, Alfano. Scrive di quello che va scoprendo, scrive di quello che vede, di quello che altri vogliono resti segreto. Nei suoi articoli, Beppe Alfano scrive degli acquisti gonfiati, delle assunzioni facili, degli interessi innominabili, provocando un’inchiesta che arriva a toccare Nino Mostaccio, presidente dell’AIAS.

E poi c’è la questione della loggi massonica che lo fa arrovellare. Scrive nel suo computer  che a suo parere da qualche settimana tutti i venerdì sera dopo le 22.00 nei pressi di casa (l’8 gennaio, quando viene ucciso è un venerdì e lui cade tra le 22.18 e 22.22!)  si riuniscono esponenti di spicco di una loggia massonica coperta di rito scozzese. La loggia è travisata da circolo, un circolo culturale molto antico, che si chiama Corda Fratres, di cui fanno parte molti bei nomi di Barcellona, esponenti di tutti i settori della società civile, avvocati, politici (come il sen. MSI e poi AN Domenico Nania ed il sindaco dell’epoca Candeloro Nania), presidenti di associazioni ed enti, qualche intellettuale, qualche magistrato (come il futuro Procuratore generale della Corte d’Assiste d’Appello di Messina, Franco Cassata),  insomma persone note e rispettate. Ma, in mezzo a costoro,  ce n’è uno molto particolare, che al momento della sua iscrizione non è ancora salito alla ribalta della cronaca e almeno ufficialmente è ancora un bravo ragazzo della Barcellona-bene: il boss Giuseppe Gullotti.

Nel processo seguito alla morte di Alfano, nel  1999, Gullotti è stato condannato a 30 anni con sentenza definitiva  perché ritenuto mandante militare, cioè il boss che diede l’assenso. Nel 2006, dopo varie vicissitudini processuali, è stato condannato a 21 anni e 6 mesi con sentenza definitiva anche Antonio Merlino, ritenuto il killer, cioè la mano armata.  Ma nulla si sa di chi fu a volere la morte. A tutt’oggi i mandanti mancano. Manca chi volle  la morte di Beppe Alfano perché,  come riferirono  Di Matteo e Brusca, “aveva rotto le palle” in quella zona.  E raccontarono anche che, all’epoca, c’era stato un incontro a San Giuseppe Jato tra corleonesi e  barcellonesi. Il referente di questi ultimi era proprio Gullotti. Fu in quell’occasione che si parlò di Alfano e fu sempre in quell’occasione che Gullotti fornì ai palermitani il telecomando per l’attentato a Giovanni Falcone.

E Barcellona? La città ha reagito, ha preso coscienza, si è ribellata, ha avuto un sussulto di libertà?

Barcellona aveva vissuto le denunce di Alfano con un misto di scetticismo e indifferenza. Buona parte della città non cambiò atteggiamento dopo la sua morte. E’ vero, una parte, minima probabilmente, comprese, si svegliò come da un torpore, si guardò attorno sgomenta, stranita, come in cerca di un motivo, di un’identità, di una risposta plausibile alla fatidica domanda ‘chi siamo?’. Ma fu, in verità, poca cosa. La gran parte ha continuato a rifiutare la figura di Alfano. Il posto è piccola, la gente mormora e spesso questa gente è tutta imparentata o, più o meno sanamente,  amica di tutti. Ad oggi, per esempio, non esiste una via intitolata a Beppe Alfano. Ma, soprattutto, è successo per il giornalista barcellonese, quanto accadde per altri cani sciolti, coraggiosi, integerrimi, sagaci, ma soli, soli, inequivocabilmente ed irrimediabilmente soli: Pippo Fava e Peppino Impastato, tra gli altri. In tutti questi casi il tentativo è stato quello di  screditarli, delegittimarli, sputtanarli, infangarne la vita, ancor prima che la memoria, derubricando il loro assassinio tra i famigerati motivi passionali (Fava e Alfano forse avevano un’amante…: falso, nessun’amante! Impastato era un terrorista…: falso, era di DP, ma rifiutava la violenza!). Una strategia mafiosa, avallata dai mass media locali e dal comodo scetticismo che, in alcune zone della Sicilia,  copre paure collettive e vigliaccherie private. Allorché si continua ad uscirsene con quella idiota frasetta – “Ma a lui che glielo ha fatto fare?”- che cerca di coprire l’impotenza con il bieco cinismo, la pavidità e la rassegnazione con il pragmatismo del saper stare al mondo.

A quella retorica domanda  verrebbe da rispondere: “L’onestà, la dignità e la speranza in un mondo migliore gliel’hanno fatta fare! E le ha pagate anche per riscattare te, visto che tu, caro amico, con i piedi per terra e con il tuo perbenismo poltrone, non puoi disporre di merce tanto rara.”

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