La Scuola rimessa in ordine… alfabetico

di Anna Morrone.

Pare non finisca mai. L’esame di Stato o di maturità pareva il non plus ultra della preoccupazione scolastica e invece…. Ecco che, dopo di esso, si continua a studiare per l’ammissione all’università. Non solo. Tra un libro ed un altro, una giornata di mare ed una di montagna, tra una serata con gli amici e una guida in vista dell’esame della patente, la mente mi riporta ai mille ricordi scaturiti da cinque anni di liceo. Ho cercato di mettere ordine in tutto quello che mi è rimasto di più caro, in tutti i ricordi a cui sono più affezionata, in tutte le esperienze indimenticabili… Solo che, forse, sono stata fin troppo ordinata! Ubi maior…

A come Alunni. Categoria molto particolare di giovani, spesso affastellata di scansafatiche, pigri ed ignoranti. Almeno  la maggior parte, non tutti. Tutti nella vita sono stati in qualche periodo alunni. Alcuni lo restano per sempre.

 B come Bagni. I bagni nella scuola non sono solo dei servizi: sono dei circoli. Covi spesso riservati ad una élite. Specie se sei in quinta, sembra che i bagni siano solo tuoi. E ovviamente usi quello più bello o meno compromesso. Oltre a questo, i bagni sono il primo passo per la presa di coscienza nella vita reale: è qui infatti che iniziano le prime lotte per i diritti: il diritto di avere la carta igienica, di avere del sapone e dell’acqua calda e altre cose così! Ma anche le lotte per la parità dei diritti senza distinzione di classe. Infatti, gli insegnanti hanno dei bagni super, grandi, comodi e profumati mentre noi studenti abbiamo delle squallide, minuscole  turche. I loro bagni hanno in dotazione pacchi di rotoli di carta igienica in formato convenienza,  noi abbiamo in dotazione una  mamma che ogni mattina ci ricorda di prendere  i fazzoletti. Come so tutte queste cose sul bagno degli insegnanti? Perché ne ero abitualmente – e clandestinamente – frequentatrice: abbasso l’ingiustizia sociale!

C come Copiare. Copiare non è un semplice atto, è pura arte e tecnica. Le vigilie dei compiti passate a preparare pizzini in miniatura oppure facendoli rimpiccolire in copisteria. Ma la vera arte non sta nel realizzare i bigliettini, sta nell’utilizzarli, nel nasconderli nei posti più improponibili e introvabili: nella scollatura, tra una gamba e l’altra tenendole accavallate, attaccandoli dietro ai righelli, nei serbatoi dei temperini, nei pantaloni e sotto la maglietta. I più pragmatici arrivavano a scrivevate tutto direttamente sulle caviglie, sulle braccia o sulla pancia, sul bordo del banco in piccolo e senza calcare troppo la matita. E infine c’erano gli studenti che, presi dalla disperazione, chiedevano suggerimenti. Allora, la legge del mercato si imponeva.  Si apriva l’ufficio postale: gente che si girava e voltava per passare fogli, gente che li fregava a chicchessia, gente che si faceva scrivere il compito, che parlava sottovoce, che accattorciava per guardare, e tra fogli e foglietti che passavano di mano in mano, c’era il solito insegnante che, con minacce tanto abusate quanto inutili, riprendeva le uniche persone che davvero nulla facevano di sconveniente o  vietato. Così è la vita e chi non l’ha capito è destinato a restare indietro. O a studiare davvero.

D come D. Non Lady D., ma la professoressa “macchietta”. Bassa e rotonda, perennemente arruffata, ipocondriaca  con, ovviamente, una certa mania per la medicina: nominate una malattia: lei ce l’aveva! Con lei bisognava evitare domande riguardanti la sua salute, avrebbe iniziato una lunga ed estenuante lamentazione che si sarebbe conclusa con un elogio della morte. Il numero delle ore di lezione spesso erano inferiori alle ore di assenze e gli studenti si divertivano a scommettere sulla presenza o meno, in quel dato giorno, della nostra amata D. La signora era anche dotata di superpoteri: in un modo o nell’altro, che fosse assente per metà anno o meno, riusciva comunque a finire il programma. Mistero. Sarà per questo che era amatissima dai suoi studenti?

E come Esami. L’esame di maturità è ciò che conclude il ciclo dei cinque anni passati al liceo… ed è una grandissima montatura. Penso che le leggende e le paure collegate all’esame di Stato siano seconde solo a quelle su ebola o sul triangolo delle Bermuda!  Intanto, nessun voto sarà mai giusto. Il bello degli esami è lo studio che ci sta dietro: le studiate matte e disperatissime in compagnia dei secchioni e dei cervelloni dai quali cerchi vagamente di aspirare un po’ di sapere. E’ eccitante l’agitazione che precede le prove, la soddisfazione dopo che si ha finito e la disperazione durante e dopo la seconda, maledettissima prova. Per quanto  insegnanti e massa media abbiano cercato di far passare la maturità come l’esame della vita dal quale dipende il destino dell’intero universo, in realtà non è così: ciò che si deve dimostrare è la capacità di affrontare una prova con il massimo delle potenzialità (e della preparazione, spesso nozionistica) e con quanta più calma possibile. Consiglio personale:  divertitevi,  non lasciatevi prendere dall’ansia,  gustate i momenti che poi ricorderete per il resto della vita e, soprattutto, non abbiate paura (o ansia per il voto): un esame che, in Italia, promuove più del 99% dei candidati non po’ far paura.

F come F.  Alzi la mano non ha mai avuto un professore donnaiolo. Quello che metteva i voti proporzionati alla bellezza dell’alunna. L’insegnate-amicone che preferisce la compagnia all’insegnamento. L’insegnante che dovrebbe inculcarti una materia che, all’esame finale,   speri sia interna ché altrimenti son guai seri…  Io sono capitata male, o bene, dipende dai punti di vista. Ero la sua segretaria ufficiale, sistemavo il registro elettronico, leggevo i suoi appunti ad alta voce (oltre a correggerli perché pieni di errori di ortografia), mettere i voti e tante altre cosine così. Delle sue lezioni interessanti, erano i suoi racconti sulla sua gioventù, la maggior parte dei quali erano inventati secondo noi, ma nonostante tutto F. è un professore buono, anche troppo, simpatico ai suoi studenti… A memoria d’uomo, ad esempio, pare non abbia mai rimandato nessuno. Pare.

G come Gita Distruzione. No, non l’ho dimenticato, l’apostrofo. La gita è il momento più bello e romantico di tutto l’anno scolastico. Di ogni anno scolastico. Il viaggio scolastico ha la capacità di unire gli studenti, di renderli amici almeno per pochi giorni, gli insegnanti non appaiono più come orride bestie ma come esseri umani. Grandi e piccini si divertono insieme e socializzano, lasciandosi travolgere dalla magia della vista di un nuovo posto. Eppure, la lotta di classe (intesa come classe generazionale) esiste comunque:  vecchi insegnanti che cercano di  mettere il bavaglio alle feste degli studenti organizzate in qualche camera o in giro nell’hotel, bacucchi che non vogliono che si bevano alcolici, uomini e donne distinti che si tramutano in segugi per annusare qualche odore strano di sigaretta… Ma, insomma! E, poi,  diciamocelo:  anche loro di tanto in tanto  si concedevano quel bicchierino con gli studenti!

H come “ho…”. Ci sono alcune sfide che tutti sognano di vedere tipo  Rambo contro Terminator oppure Maradona nei suoi anni d’oro contro Messi… Ma volete mettere una donna incinta con le sue voglie contro uno studente in prima o in sesta ora? Ho fame, ho sonno, ho sete, ho bisogno di andare in bagno, ho voglia di andare a casa, ho sbagliato scuola, ho bisogno di un lavoro, ho bisogno di una vacanza, di un massaggio, di un elettrauto, di una cubista… insomma, anche senza scontro decisivo, mi sento di dirlo:  gli studenti, quanto a petulanza,  vincerebbero contro  donne incinte in preda alle voglie!

I come Interrogazione. Adoravo le interrogazioni. La mia tecnica era semplice, condensabile in una regola aurea:   “parla fino allo sfinimento, devia il discorso e ubriaca l’insegnante di parole: prima o poi cederà e ti darà ragione”. Insomma andavo abbastanza bene nelle interrogazioni… A meno che di non incontrare insegnanti  immuni al mio metodo! In quel caso, cambiavo tattica:  ad un certo punto mi arrendevo, loro mi davano la risposta giusta e poi intraprendevo  un ottuso ed estenuante tete-à- tete per  convincerli che anch’io avevo detto le stesse cose. Ma, a dire il vero,  c’erano  diversi tipi di interrogazioni:  quelle per cui serviva parlare forbito con parole in disuso e che suonassero auliche; le interrogazione in cui bastava farsi vedere agitati per indurre gli insegnanti alla bontà; le interrogazioni in cui era sufficiente vestirsi bene… o poco… Insomma, sono  le interrogazioni sono di certo utili… aiutano a renderti acuto e da farti capire ciò che davvero serve nella vita.

L come Lunedì. Ok non mi vergogno di dirlo… a diciotto anni piangevo ancora, il lunedì mattina, quando mia mamma con la sua solita grazia tirava su la tapparella, svegliando anche i nostri condomini – ma non quelli attuali: quelli della nostra casa precedente –  accompagnando il tutto con una canzona che ancora adesso, se la sento, mi fa venire attacchi di ansia e crisi di  panico:  “svegliaaa svegliaaa”. Altro che 11 settembre, altro che Rivoluzione francese:  il vero trauma della civiltà occidentale è il lunedì! Lacrime, giuramenti, buoni propositi, fioretti, pellegrinaggi: il tutto per convincere  i genitori a non mandarti a scuola o almeno non mandarti alla prima ora, quella prima ora che era un pendolo  oscillante tra la disperazione e il suicidio.

M come Mauro, il bidello. L’unica persona che mi voleva davvero bene, dopo i miei genitori. Con la differenza che se prendevo un brutto voto, per lui, ero comunque bravissima. Mauro è il classico bidello amico degli studenti. Entravo a scuola infreddolita d’inverno e sudata in primavera e incontravo sempre lui che mi sorrideva e mi salutava. Ogni tanto si dimenticava il mio nome o mi chiamava con nomi diversi, ma si vedeva che ci teneva a noi studenti. Si schierava sempre dalla nostra parte e se i giorni in cui avevamo sei ore andavamo da lui a chiedergli di fare suonare un po’ prima la campana, lui non si negava. Di certo Mauro sarà una di quelle persone che mi porterò sempre nel cuore, per la sua gentilezza e la sua cortesia.

N come Nonni. Quanti nonni malati durante questi anni. Quanti alunni usciti da scuola prima per  il compleanno di qualche nonno (cosa che accadeva anche due o tre volte l’anno) e quindi si mangiava tutti insieme. Quanti purtroppo ci hanno lasciati per poi risorgere e andarsene via un po’ di tempo dopo magari proprio il giorno di qualche compito o interrogazione… Coincidenze – brutte – della vita. A tutti loro va il mio più sentito ringraziamento, ci avete salvato molto e molto volte. Statemi bene…ma non troppo!

O come Otium (ozio). La cosa che tutti gli studenti imparano: Seneca e il suo ozio. Ma puntualmente ce ne fosse uno che lo avesse capito davvero: pensiamo che sia giusto ritirarsi a vita contemplativa ed essenzialmente non fare nulla ed è qui che tutti improvvisamente iniziano ad amare ed ammirare il caro buon vecchio Seneca; poi a furia di 4 e sfuriate del professore di latino si capisce che alla fine anche il vecchio Seneca è solo un rompiscatole che non si gode il dolce far nulla. C’è chi alla fine comprende ed apprezza il vero pensiero del filosofo e chi purtroppo rimane alla prima, mozza versione rimanendo chiuso nella sua ignoranza. Molto rilassato, però.

P come Passione. Ciò che mi ha insegnato la scuola o, meglio, pochi insegnanti, è la passione. Mi hanno insegnato che senza la passione, qualsiasi cosa sarebbe stata senza senso,  inutile e fine a se stessa. Sterile. La passione è ciò che deve animare il nostro agire,  il nostro essere. La scuola dovrebbe insegnare agli studenti ad interessarsi al loro passato e al loro presente, dovrebbe cercare di fare amare la  cultura, dovrebbe… (mamma, continua tu…).

Q come ”Quanto manca?” oppure per  i più schizzinosi, per i palati fini, per gli amanti della matematica: “che ore sono?” . La frase più sentita e ripetuta in assoluto. Ricordo le volte in cui avevo sì l’orologio, ma lo nascondevo per non essere importunata ogni 5 minuti dai compagni ansiosi di conoscere l’ora. Solo i più temerari invece tiravano fuori il cellulare per vedere l’ora. Ma ad un certo punto,  qualche mente mefistofelica trovò il modo di farci tacere, inventando uno strano oggetto a forma di piatto, attaccato al muro: un orologio. Il quale, tuttavia, non segnava mai l’ora giusta: le lancette, spostate all’indietro di 10/15 minuti, sembrava che accorciassero le ore. Sembrava. Ma noi eravamo furbi e  non ci fregavano così facilmente… tzè!

R come Ricreazione. Per me la ricreazione non era così importante o meglio era importante solo per sgranchirmi le gambe: di mangiare e bere lo facevo già durante le lezioni! Dunque, vedere persone che alle 11.05 ingurgitava cibo e si abbeverava con liquidi vari non faceva altro che farmi venire altra fame. I bagni li frequentavo abitualmente alle 10 e a mezzogiorno, il cellulare lo usavo tranquillamente durante le lezioni: ogni tanto suonava persino, a volte qualche professore me lo vedeva di sguincio, ma ero abile a farlo sparire oppure semplicemente lo spacciavo per una calcolatrice… beati gli insegnanti che non sanno nulla di cellulari. L’unica cosa per cui la ricreazione meritava di esistere era la sigaretta. Ma, negli ultimi tempi, come deciso da illuminati  legislatori e presidi,  pure quella era stata vietata. Che fare, allora? Cose si dice, fatta la legge, trovato l’inganno. Ecco, allora, che di nascosto si usciva da scuola per fumare insieme agli insegnanti o, molto più semplicemente e regolarmente, ci si nascondeva nei meandri della scuola o in qualche losco pertugio in cortile per coltivare il vizio (insieme all’ozio)… Quante multe rischiate, quante arrabbiature smaltite di nascosto…  E quanti occhi chiusi da parte degli insegnanti. Una scuola di brancolanti nel buio, sembrava…

S come Santi. La legge Morrone dimostra come la fede degli studenti sia direttamente proporzionale al loro scarso impegno scolastico e come, al contrario, i riferimenti carini ai santi sia inversamente proporzionale ai brutti voti. Gli studenti, credenti e non, solitamente erano super preparati sui santi. San Luigi, protettore degli studenti, il migliore amico dei frequentatori di  banchi. Santa Lucia, protettrice della vista, invocata quando  i compagni  scrivevano durante le verifiche. San Crispino, protettori dei ladri, perché c’erra sempre un voto da rubacchiare… Non sono molto credente eppure ammetto di avere svariati santini all’interno dei dizionari. Non solo. Prima di verifiche o interrogazioni importanti, entravano nelle chiese a farmi due chiacchierate non molto ortodosse con i santi: cercavo di convincerli a darmi una mano. Prima del tema di maturità, ho affogato la mia penna nell’acqua santa e ho appeso un crocifisso – bellissimo perché di notte si illumina – alla parete  nell’aula dove ho fatto gli esami.  Risultati? Insomma, avrebbe potuto impegnarsi di più, il Signore…

T come Terrorismo. I terroristi dell’Isis hanno preso lezione dagli insegnanti, su questo non ci piove. Violenze psicologiche con frasi del tipo “ guardate che avete un esame da fare”, magari pronunciata al secondo giorno del  primo anno. Roba che ti traumatizza per i cinque anni successivi e ti blocca lo sviluppo!  Oppure: “fra un mese finisce la scuola, non avete tempo per recuperare”, o ancora: “o la smettete o vi boccio”,  “se sento una mosca fiatare…”, “ avete solo 8 mesi per fare la tesina, dovete sbrigarvi che non vi bastano”,  “siamo a maggio…”. Ogni tanto la scuola sembra davvero un campo di battaglia: c’è qualcuno che tenta di sconfiggere il nemico  con la pressione psicologica. E solo i più forti, i più duri, i più tenaci, quelli con più animo e carattere, riusciranno a superare almeno questa prima fase, quella dell’attenzione.  Ma il tracollo è dietro l’angolo: i voti, contro di loro non si può vincere. Mai.

U come Ultimo banco. La terra promessa, il nirvana, il paradiso, l’sola che non c’è, l’eden… insomma, un sogno. Le migliori dormite , la migliore musica, le migliori confessioni e chiacchierate, le migliori abbuffate, le migliori sigarette rollate… tutto ciò grazie agli ultimi banchi! Un paradiso e senza santi protettori!

V come Verde. A scuola il verde non è un colore. Per me il verde era un voto, voleva dire spiraglio di salvezza. Passavo ore e ore attaccata al cellulare per controllare il registro elettronico senza sentirmi in colpa per il fatto che non studiassi autogiustificandomi : “vabbè, sto comunque facendo qualcosa che riguarda la scuola”. L’obiettivo non era controllare il voto in sé, ma controllare se, in una data materia,  si fosse aggiunta una casella in più,  sperando che fosse verde. Cioè sufficiente. La leggenda narra che più il voto fosse alto e più il verde fosse brillante…le mie caselle verdi erano di un verde limaccioso…

Z come Zitella. C’erano periodi come dicembre, maggio e giugno, per i maturandi, in cui mi segregavo in casa tutti i pomeriggi per studiare, cercando di far brillare di verde quante più caselle possibili. Le uscite al sabato sera diventavano lontani ricordi, gli amici solo oscure leggende medievali e le persone in carne ed ossa solo torve ombre che si aggiravano per ciò che tutti chiamavano città. Ma temo fosse anche quest’ultima – la città – una infantile  fantasia. Era in periodi come quelli che maturavo i pensieri peggiori. Tipo rimanere zitella a vita. Invettive contro la scuola perché avrebbe causato la mia disfatta in amore, infrangendo il mio sogno di avere un figlio o di cedere alle avances di James Franco. Grazie tante, scuola, eh! Se ora James non mi vuole più è perche ho passato i mie anni migliori a studiare per avere un misero 6-. Che, detto tra noi, nel registro era in  rosso. Un rosso opaco, direi.