“La buona scuola” e l’interrogazione di chimica. Un incubo di troppo

di Giuseppe Tramontana.

Introduzione di Giovanni Puglisi.

Un incubo di troppo.

Ho fatto un sogno. Era strano, molto strano. Ma era così reale che mi è sembrato vero.

Per tentare di esorcizzarlo proverò a raccontarlo. Forse, così, non si avvererà mai.

C’era un quarantenne, banalotto e insipido, che senza essere nemmeno stato eletto, con moglie insegnante precaria, prendere il potere grazie – si insinuava nel sogno – a forze torbide e con la complicità di un Parlamento ridotto a marionetta, che distruggeva, colpo su colpo,  ogni tipo di bene pubblico e diritto dei lavoratori. Partendo dalla scuola. Come nella tradizione di tutti i dittatorelli e capipopolo.

Ho visto presentare con delle slide una riforma chiamata “la buona scuola”.

Ho visto e sentito cose che è difficile credere. 

Ho visto ministri della pubblica istruzione diventare quelli della pubblica distruzione.

Ho visto presidi, una volta insegnanti, diventare manager alla ricerca dell’efficienza, del profitto, con gli alunni ridotti a merce o poco più.

Ho visto spazzate via, in un solo colpo, graduatorie formate da persone titolate, vincitrici di concorsi, supplenti da una vita a favore delle assunzioni dirette.

Ho visto formare appositi albi, albi di lecca e paraculi, ma con il registro sempre in ordine e, per ciò, premiati persino con una mancetta.

Ho visto insegnanti, privi di formazione perdere credibilità davanti ai propri studenti.

Ho visto moltiplicarsi migliaia di corsi di aggiornamento sull’ambiente; sulla legalità; la violenza; la droga; sul bullismo mentre gli studenti confondevano Martin Lutero con Martin Luther King, Sarajevo con Vigonovo, Leonardo con Ronaldo e il Risorgimento con la Resurrezione.

Ho visto i miei figli parlare inglese come dei Dj e non sapere chi fosse Shakespeare, smanettare alla velocità della luce su un tablet e non sapere la differenza tra un participio e un gerundio, un indicativo e un congiuntivo.

 Ho visto i loro insegnanti incattivirsi in lunghe riunioni pomeridiane e discutere sul nulla, annichilirsi ore ed ore per programmare lezioni su slide con schemi e riassunti; preparare valutazioni su griglie “oggettive” e inventarsi interrogazioni scritte, “con risposta vero/falso”, un cimitero di crocette.

E mentre cercavo di svegliarmi, vedevo allontanarsi un Paese dove il docente insegnava a porsi problemi e tentare di risolverli, nel quale la scuola era pubblica e le finalità, gli obiettivi, li decideva lo Stato, nell’interesse di tutti. Vedevo scomparire quella scuola che una volta aveva formato cittadini dotati di un qualche spirito critico, che sfornava gente capace di rimettere in piedi un paese devastato.

Scomparivano anche i ricordi, di ognuno di noi, da giovani studenti, e tutti quei momenti legati alla nostra vita in classe:  i nostri compagni, i nostri professori, strani, simpatici o terribili; i primi amori ed odori che in esse abbiamo vissuto, assaporato.

Quei momenti sono andati perduti nel tempo, pare, “come lacrime nella pioggia, ed è tempo di morire “.

L’interrogazione di chimica

di Giuseppe Tramontana.

L’avversione per le scienze la maturai in prima liceo. Fu lì che tutto cambiò. Fino ad allora  mi ero interessato in qualche modo agli scienziati e alle loro scoperte, invenzioni e teorie. Poi, qualcosa si ruppe. E si ruppe in concomitanza con l’entrata delle scienze nella mia vita di liceale. Ché, come sanno tutti, nel biennio del Liceo classico, di scienze neanche l’ombra. Almeno allora. Oggi, non so. Dicevo che qualcosa si ruppe. E non si rinsaldò più. Mai più.

     A scuola colui che, per noi, incarnava le scienze e le sue faticose – e orrende, per me –  alchimie era un professore dal cognome bellissimo: Manfredi, si chiamava. Come il figlio illegittimo di Federico II,  il re “bello e di gentile aspetto” morto scomunicato a Benevento. Ma il nostro Manfredi non era né bello né di gentile aspetto. Bassotto era, dai capelli canuti, una pancetta come un salvagente attorno alla vita, viso rubicondo e occhiali dalla montatura metallica, fuori moda già allora. A scuola era una sorta di istituzione. E non tanto per la bravura. Anzi, quello era un particolare assolutamente trascurato, che nessuno mai si preoccupò di appurare. No, era famoso per una questione, se volete, decisamente marginale. Intercalava, ad ogni frase – quando si arrabbiava, anche ogni tre o quattro parole, in maniera sempre più spasmodica e incontrollabile – una parola strana ed enigmatica: kindi. Lo so cosa state pensando: è l’equivalente, magari storpiato, di ‘quindi’. Nossignori, non era così. Il kindi non corrispondeva a nessuna particella o avverbio, a nessun elemento conosciuto della lingua italiana e, temo, di nessuna lingua dell’orbe terracqueo. Era solo kindi. Punto e basta. Noi, e prima di noi, i ragazzi più anziani e quelli più anziani ancora e, più indietro, quelli che ormai erano universitari o laureati e padri di famiglia, tutti ci avevamo provato, ma niente, nessuno era mai riuscito a capire cosa cavolo volesse dire.

    All’inizio, appunto nel tentativo di risolvere quell’enigma linguistico, prendevamo le sue spiegazioni e le sezionavamo, analizzandole con la pazienza di entomologi autistici: niente, di senso quel caspita di kindi non pareva averne.

     Fu così che, alla fine, visto che non se ne veniva a capo, fummo costretti ad accettarlo come lo avevano accettato generazioni di studenti prima di noi. Divenne un dogma anche per noi. Voi direte: potevate chiedere direttamente a lui! Certo, provate voi a chiedere ad uno zoppo perché zoppica o ad uno che sculetta perché sculetta. Facile a dirsi…

     Una volta, spiegando, credo, la legge di Lavoiser declamò: “Più la temperatura kindi sale, più il volume kindi scende”.  Fantastico. Con quell’intercalare trasformò la legge in una nenia, in una poesia, in una filastrocca che  rimase impressa nelle nostre zucche vuote. Persino nella mia, il che è tutto dire: ed il fatto che me la ricordi ancora ne è la prova. Certo, lì per lì, per poco non rimanemmo fulminati dalle risate, qualcuno tentò pure di pisciarsi addosso, qualcun altro fece il morto sul banco in preda ai singulti, una mia compagna rischiò di impiccarsi con la kefiah che portava al collo e un’altra, per soffocare le risate, infilò la testa direttamente nello zaino. Io, ricordo, scoppiai a ridere, mi inarcai sulla schiena e finii col culo a terra. E così diedi modo ai miei compagni di dirottare su di me la risata ed al professore di cacciarmi dall’aula. Ecco perché, detto tra noi, non chiedetemi nulla di Lavoiser ché  il seguito, io non l’ho ascoltato.

    Ma, si sa come vanno certe cose, l’uomo si abitua a tutto e così già a metà dell’anno eravamo belli che assuefatti. A meno di clamorose ninne nanne modello Lavoiser, non ci facemmo più caso e nessuno rise più. Ciò non vuol dire, ovviamente, che alcuni di noi – me compreso – cominciassero a studiare chimica e biologia. Anzi. Manfredi, eliminato quel kindi, divenne un professore come gli altri.

   Rompiscatole come gli altri,  anche se, a ben guardare, come gli altri non era completamente. Ad esempio, scoprimmo che era un ecologista convinto ed un difensore dei diritti umani. Difendeva anche gli animali, ma non per questo quando ci chiamava bestie lo prendevamo come un complimento. Eppure, nonostante tutto, nonostante ciò che sapemmo di lui, egli ci rimase sostanzialmente estraneo. Non scoprimmo mai, ad esempio, dove abitava. Sapevamo che era sposato, ma non venimmo mai a sapere con certezza quanti figli avesse, se uno, due o persino cinque, come sosteneva la mia amica e compagna Maria Rita che in fatto di esagerazioni  non aveva rivali, almeno, penso, fino alla comparsa di Lady Gaga.

      Non so perché Manfredi ci restasse estraneo. Forse perché era già anziano e quindi non riuscimmo ad instaurare un rapporto confidenziale con lui, forse per l’alone di incorruttibilità che lo circondava, forse – ed è la cosa più probabile –  perché, al di fuori dell’aula, disdegnava qualsiasi contatto con noi. E il perché poi ci evitasse non fa che far sorgere altre domande senza risposta. Quanto a me, ai suoi occhi dovevo essere una vera jattura, una tragedia su due gambe, un vuoto pneumatico con la zazzera lunga. Come mai? Per questo motivo: avevo un curriculum da assenteista mostruoso! No, non stavo male. O meglio,  ero sì allergico, ma solo alle sue materie, chimica e biologia. Per il resto stavo benone e le partite a calcetto che giocavo anziché andare a scuola lo dimostravano. Insomma, facevo filone, calia, sega, decidete voi: marinavo alla grande.

   Per lui dovevo essere una sorta di incubo: non riusciva mai ad acciuffarmi! Me lo immaginavo (e lo immagino ancora) mentre guardava il registro e soffermava lo sguardo su quell’unica casella vuota, bianca, senza voto:la mia. E si ingegnava su come incastrarmi, sulla trappola da tendermi. Come un ispettore Clouseau sulle tracce di Lupin III. Ma io sfuggivo, zigzagavo tra i giorni della settimana per scansarlo, usando le giustificazioni  del libretto come un machete nella giungla, come il canarino in miniera  o come un ton-ton a Bari Vecchia. Giustificazioni, c’è da aggiungere per onestà, quasi sempre rigorosamente e implacabilmente false. Qualcuna lo era in modo più sfacciato, come a sfidare il prof. che mi avrebbe riammesso, altre in maniera più pudica, ma tutte inesorabilmente inventate e sottoscritte da me, genitore di me stesso e unico responsabile delle mie cialtronerie. D’altra parte, se tutte quelle assenze per motivi di salute fossero state vere, almeno un paio di anni in rianimazione non me l’avrebbe tolto nessuno. Ma le cose non potevano durare.

     Le cose belle non durano mai troppo. In ogni caso, sapevo dentro di me che, prima o poi, Manfredi mi avrebbe agguantato. Ed infatti, una volta il fattaccio accadde davvero: riuscì a prendermi al laccio. Forse anch’io ero stanco di inventarmi sempre nuove fughe, nuovi modi per sgattaiolare, nuovi lambiccamenti per non cadere tra le sue grinfie. O, forse, fui solo un idiota e mi lasciai cogliere in fallo. Ad ogni modo, dopo aver tenuto duro per più di tre mesi, in una mattina di marzo inoltrato si sgretolò quel mito di inafferrabilità ormai degno della Primula rossa. Quella mattina Manfredi, entrò in classe stancamente. Così almeno mi parve. Ma del mio giudizio non fidatevi: erano mesi che non lo vedevo. Ad ogni modo, appena fatto ingresso, osservò a volo d’angelo la classe. Per un istante si fermò su di me. Ebbi la sensazione che le sue labbra si  piegassero in una sorta di ghigno beffardo, un gelido sorriso di sfida. O di vendetta. Poi, lentamente, con movenze studiate,  aprì il registro. Attese un attimo per creare la suspence e, all’improvviso, nel silenzio della classe, rimbombò il mio nome: “Turatto!”

    Un brivido mi corse lungo la schiena. La fredda mano del destino mi artigliò alle spalle, vi si posò come un avvoltoio su un palo telegrafico. Ovviamente, me lo aspettavo, ma il contraccolpo emotivo l’ebbi lo stesso. Lo dominai subito, però. Mi alzai dal banco, spostando indietro la sedia. La classe, silenziosa. Ero sereno, gelido, imperturbabile. Ero determinato. Ero implacabile. Ero Clint Eastwood, ero Terminator, ero Breveheart. Mi avviai lentamente,  calcando su ogni passo come nei film western. Quei pochi metri che mi separavano dalla lavagna e da Manfredi si trasformarono nel percorso verso il duello finale, verso la resa dei conti senza appello, verso la vita o la morte. I miei compagni mi osservavano. Per un attimo incrociai lo sguardo di Elisa, la più brava della classe: sembrava terrorizzata come se stessi andando di filato in bocca ad un tritacarne. Certo, a lei una cosa così non era mai capitata né sarebbe mai capitata: secchiona! Giunsi finalmente alla lavagna. Guardai Manfredi dritto negli occhi. Uno sguardo di ghiaccio. Arrendersi mai, morire piuttosto, come un eroe del Risorgimento, come Pisacane o quegli altri lì, i due fratelli, i fratelli Stendardo… no, quello è un calciatore: i fratelli Bandiera, ecco.

    Appena gli fui di fronte, Manfredi mi squadrò lentamente dalla testa ai piedi, soffermandosi insistentemente sui miei capelli lunghi e sulla barba a cespugli, sulla kefiah rossa al collo, sulla maglietta nera con Angus Young che schitarrava, sui jeans sgualciti e cadenti, sulle scarpe da ginnastica verde vomito, un laccio rosso e uno bianco, le linguette ansimanti. In quei momenti mi passò tutta la vita davanti, le partite al calcetto, le pomiciate con la mia ragazza – Livia, dove sei? – dietro la siepe dei giardini pubblici, il biliardino con gli amici, la canna in riva al mare… Sorrisi: non mi pentivo di niente. E se c’era da pagare, beh, ero pronto.

    Terminata la perlustrazione, il prof partì subito in quarta. Secco. La domanda, a dirla tutta, non fu proprio una domanda: piuttosto una richiesta. Ma dietro vi baluginava tutta la sua perfidia. Lui sapeva che io non sarei stato capace di rispondere a nessuna domanda e così ne fece una facile facile, di quelle che, proprio perché semplici, sono le più malefiche, subdole. Avrebbe dimostrato definitivamente quale razza di insulso ed inetto ignorante fossi. Mi voleva umiliare, sfregiare, mettere alla berlina sotto lo sguardo irridente dei miei compagni.

      “Scrivi una formula a piacere”, disse di punto in bianco.

     Io nicchiai, barcollai, colpito a freddo. Ma dovevo resistere, reagire. Rimasi in silenzio per alcuni secondi. Rialzai la testa. Lo fissai in volto: “Su, una formula: la prima che ti viene”, m’incalzò, con il suo sorriso ipocritamente mellifluo.

    Gettai uno sguardo alla classe. Incrociai gli occhi preoccupati di Livia, le sue labbra serrate come per invitarmi a non mollare. Presi il gesso con la punta delle dita, ci soffiai su come un pistolero, lo soppesai, mi girai verso il nero liscio e catramoso della lavagna e con tratto sicuro scrissi: “NCV”.

     Poi mi voltai verso di lui, le palpebre una fessura, un sorriso di sfida sulle labbra, la sicurezza della mia ignoranza in testa. Con la coda dell’occhio vidi Livia che aggrottava le sopracciglia, perplessa, come alla ricerca di un senso in ciò che vedeva scritto lì davanti, scia bianca su mare nero.

       Contemporaneamente Manfredi si sporse dalla sedia per vedere meglio. Incredulo,  tirò su quel suo corpo da omino Michelin, fece due passi verso la lavagna, si spostò gli occhiali sulla fronte e teatralmente avvicinò la testa alla scritta, come se volesse annusarla o constatarne la consistenza. Eh sì, c’era scritto proprio NCV! Si stropicciò gli occhi una, due volte. Poi,  si voltò verso di me:

        “E che mi vuole rappresentare?”  mi chiese, trattenendo a stento la rabbia.

      Per un attimo il tempo si fermò. Il ritmo del respiro si azzerò. Con la calma di un tiratore scelto, presi la mira e tirai: “Nitrito di cavallo!”

     “Nitrit…” ma non ebbe il tempo di finire la frase: si portò una mano al petto, fece due passi verso la cattedra, emise un fischio acuto e, strabuzzando gli occhi, si afflosciò sulla sedia come un pupo di pezza.