MANIFESTAZIONI. La Resistenza che guarda al futuro

di Giuseppe Tramontana.

Il 23 aprile 2015 presso la sala consiliare del Comune di Cadoneghe (PD), si è tenuta una serata di letture e musiche dedicate alla Liberazione e , quindi, alla resistenza. I protagonisti assoluti sono stati gli studenti e gli ex studenti del Liceo cittadino intitolato proprio ad uno dei più famosi martiri della Resistenza: Eugenio Curiel. Coordinati dal loro insegnante (o ex insegnante) Giuseppe Tramontana, hanno dato vita ad una intensa ed appassionata performance, nel corso della quale entusiasmi, pathos, emozioni, riflessione e partecipazione si sono intrecciati in un percorso stimolante per l’animo e corroborante per l’intelletto. La serata ha avuto come titolo un verso di Yoannis Ritsos (“Qui dove passarono i partigiani crebbero gli abeti”) ed è stata organizzata secondo lo schema di un libro (ricordiamo, peraltro, che il 23 aprile è stata la giornata mondiale del libro e della lettura) con tanto di esergo, introduzione e capitoli a tema (La scelta, Il nemico, La lotta e i caduti, Le donne, Attese e speranze, La Resistenza oggi). Momento clou è stato l’intervento video di una ex staffetta partigiana, Clara Doralice, novanta anni da donna “orgogliosamente libera e comunista”, come ha tenuto a precisare. Quello che proponiamo è l’introduzione alla serata di Giuseppe Tramontana, ideatore e coordinatore della serata.

Sono passati 70 anni. E ci piace pensare di esserne in qualche modo gli eredi. Di essere gli eredi di questo grande movimento di popolo che ridiede la libertà all’Italia. Siamo gli eredi, ma non basta di per sé. Siamo gli eredi perché vogliamo ricordare ciò che è stato e  coltivare la speranza in un’Italia, in un mondo migliore e più giusto.

Noi non vogliamo fare una celebrazione. Almeno, non solo. Io personalmente non amo la parte del celebrante e tanto meno quella del difensore d’ufficio. Se queste celebrazioni del settantennale hanno un senso, non può che essere un invito a un esame di coscienza, ad una riflessione su chi siamo stati, su chi siamo e, soprattutto, su chi vogliamo essere.

Ci piacerebbe che quello che stasera combineremo qui dentro –  che, per inciso, chiedo sia accolto da parte vostra con estrema benevolenza – che quello faremo – dicevo – spinga ad un discorso pacato e ragionato sui destini di quella gente che  scelse la sua parte nella storia, sulle sofferenze patite, su ciò su cui è costruita la nostra dignità di donne e uomini, la nostra dignità di  cittadini.

Quale che sia il giudizio che diamo sulla guerra di liberazione e sul movimento della resistenza, è certo che questa guerra e questo movimento stanno alla base dell’Italia contemporanea. Non possiamo capire quello che siamo oggi senza cercar di capire quello che è avvenuto settanta anni fa, quando un popolo scosse il giogo ed unì la propria lotta a quella di tutti i popoli liberi dell’Europa.

La Resistenza fu un tornante straordinario  che ha determinato un nuovo corso della nostra storia: se la Resistenza non ci fosse stata o non avesse avuto successo, la storia d’Italia sarebbe stata diversa, sarebbe stata la storia di un popolo servo, non di un popolo libero. Sfidiamo chiunque a confutare questa verità.

Oggi, a distanza di tanti anni e con tanta acqua “storiografica” passata sotto i ponti,  il fenomeno resistenziale può essere considerato su tre livelli: come movimento europeo, come movimento italiano e come movimento universale.

Come movimento europeo, la Resistenza fu una lotta popolare intrapresa in tutti i Paesi occupati dall’esercito tedesco, una lotta di liberazione nazionale contro l’imposizione di uno dei più spietati regimi della storia. Nella stessa situazione in cui si venne a trovare l’Italia dal settembre ’43, si erano venuti a trovare via via la Cecoslovacchia, la Polonia, il Belgio, l’Olanda, la Francia, la Danimarca, la Norvegia, la Jugoslavia, l’Ungheria, la Romania, la Grecia, parte dell’Unione Sovietica. Come lotta di liberazione nazionale contro un esercito invasore, la Resistenza italiana si inserisce nella storia e nel panorama grandioso della Resistenza europea. Fa parte di un fenomeno più ampio, l’ultimo episodio di una eccezionale mobilitazione europea per la libertà.

Come movimento italiano, tuttavia (e qui siamo al secondo punto), la nostra Resistenza ha avuto un aspetto particolare, che l’ha distinta dalla quella attuata in quasi tutti i Paesi europei, certamente differente alla resistenza francese, belga, olandese o norvegese. Fu un movimento di liberazione non solo contro lo straniero invasore, ma anche contro un regime – quello fascista – che aveva instaurato una dittatura lunga 20 anni, soppresso tutte le libertà costituzionali, perseguitato gli oppositori e, infine, gettato l’Italia disarmata e restia nel rogo dell’incendio nazista. In Italia. la Resistenza fu insieme un movimento patriottico e antifascista, contro il nemico esterno e contro il nemico interno. Ed assunse il duplice valore di lotta di liberazione nazionale contro i tedeschi  e di lotta politica contro i fascisti.

Ma la Resistenza ebbe anche un terzo significato: va considerata anche un movimento per l’emancipazione sociale. L’unico caso simile che ci viene in mente fu quello jugoslavo. La Resistenza fu un movimento popolare, si dice. Ma “popolare” non significa  che tutto il popolo vi partecipò prendendo le armi. Coloro che solitamente si battono attivamente sono sempre una minoranza, è risaputo.  Ma la lotta di questa minoranza sarebbe stata votata al fallimento se non avesse avuto l’appoggio, il consenso e la collaborazione degli operai delle città, dei contadini delle campagne, degli intellettuali nelle scuole e nelle università, degli amministratori, dei professionisti, di tutta quella gente che riuscì a tessere una fitta rete protettiva attorno alle bande armate ed alle squadre di azione partigiana. “Popolare” vuol dire anche che chi vi partecipò lo fece spontaneamente, senza imposizioni dall’alto, senza coscrizione obbligatoria, senza calcoli e tornaconti. Quest’ultimo aspetto diede alla resistenza la caratteristica di un movimento non soltanto patriottico e politico, ma sociale. La arricchì di ideali che andavano al di là dell’episodio peculiare della seconda guerra mondiale, di ideali  che si coaguleranno in quel capolavoro che sarà la Costituzione italiana del ’48. La quale, val la pena ricordarlo, se è stata fatta per tutela alcune cose – dignità, giustizia, libertà, uguaglianza, lavoro, solidarietà, democrazia…- è nata anche contro qualcosa: contro il fascismo, le sue derivazioni, discendenze e variegate declinazioni.

La Resistenza fu il moto di un popolo stanco di pigrizia e viltà, stanco di  essere bambino, di un popolo adulto, che decise di prendere il destino nelle proprie mani. E costruì la democrazia, il regime dei popoli adulti e maturi.  “La pigrizia e la viltà – diceva Kant – sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi (…), rimangono ciò nondimeno per l’intera vita volentieri minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori.”    Ancora oggi sono la pigrizia e la paura a impedire alla democrazia di funzionare. La pigrizia, che porta il popolo a delegare, a non partecipare, a consegnare l’esercizio del potere al politico di turno: basta che faccia le promesse più immaginifiche e suadenti. La pigrizia induce a rinunciare per evitare la fatica dell’impegno, per non assumersi la responsabilità personale, al pigrizia induce alla deresponsabilizzazione e all’indifferenza, la causa – in parte – dell’avvento del fascismo e dei populismi. Poi c’è la paura. E di questi tempi, alimentare la paura è uno sport molto diffuso. Paura del diverso, paura dell’immigrato, paura della crisi, del futuro, dello spacciatore, del ladruncolo. Mai paura del mafioso o del colletto bianco corrotto. Mai paura del politico o dell’imprenditore che truccano appalti, fanno affari sporchi e scambiano voti ancora più sporchi. Questa paura, artificialmente alimentata, è la zavorra della maturità democratica. E’ la miopia antidemocratica, è il non vedere oltre l’immediata banalità delle cose che abili manipolatori di folle e di istinti usano per raccattare poltrone e rinfocolare l’odio sociale contro un capro espiatorio. Ora c’è bisogno di aprire gli occhi e farsi definitivamente adulti. Difendere la libertà e la democrazia, quelle che ci hanno consegnato i partigiani. Difendere la dignità degli uomini e delle donne che vivono per nascita o scelta in questo Paese. Giacché, come ebbe a dire Emanuele Artom, il fascismo – e i suoi più attuali e variegati rigurgiti – non fu e non è una tegola cadutaci per caso in testa. Sono il frutto dell’indifferentismo, della non partecipazione, del qualunquismo e del conformismo sociali. Lui lo disse allora, io lo sottoscrivo oggi: ragazzi, a voi la responsabilità, a voi l’impegno per un mondo migliore, a voi il futuro.