LA PROFEZIA DI MIRIAM BARTOLINI

di Jack Daniel e Sebastiano Gulisano.

Sono d’accordo solo in parte con Sebastiano (rif. a Le sette vite del caimano di Sebastiano Gulisano). Nel senso che può finire come dice lui, ma può succedere altrimenti.

Nelle elezioni dell’aprile del 1992 un mese dopo lo scoppio di Mani Pulite, vinse il pentapartito. Ed era già in crisi, indipendentemente da Mani Pulite.
In Italia la crisi dei regimi non avviene per elezioni, ma per implosioni interne e in Italia, come scrisse qualcuno, non abbiamo alternanza di Governi, ma succedersi di regimi.
Non possiamo escludere che il voto di ieri segni lo scoppiare di forti contraddizioni interne. Il federalismo va bene al Nord, andrà bene a Scopelliti, Polverini e Caldoro? Andrà bene a Fini e alla CEI e alla UE? Questa maggioranza che ora si sente senza rivali esterni, e si sente libera di iniziare a litigare al suo interno, rimarrà compatta?
Non possiamo escludere, insomma, che la crisi di questo regime prosegua per dinamiche sue interne. Così come avvenne 20 anni fa quando, ora come allora, l’opposizione si fece trovare impreparata. Jack Daniel

È vero, il 5 aprile 1992 la maggioranza tiene, però non possiamo scambiare il 17 febbraio (arresto di Mario Chiesa) con “lo scoppio di Mani Pulite”: in quel frangente ci sono altri arresti, certo, ma il dispiegarsi del fenomeno Tangentopoli, dal punto di vista giudiziario, avverrà lentamente e, alla fine dello stesso anno, i risultati si vedranno: il 13 dicembre si vota in molte città del nord, il Psi crolla al 4%, la Dc dimezza i voti, la Lega conquista tante amministrazioni. Due giorni dopo arriverà il primo avviso di garanzia a Craxi.
In mezzo ci stanno le stragi siciliane. E nemmeno quelle, così come Tangentopoli, lasciano indifferenti italiani e siciliani: la rivolta morale c’è, è reale, è misurabile; alla fine del 1993 si vota in 91 comuni siciliani e i risultati sono inequivocabili: 51 sindaci di sinistra, 35 di centro, 7 di destra (a Palermo c’è Orlando, a Catania Bianco, dopo un ballottaggio con Fava all’ultimo voto; mesi dopo il centrosinistra conquisterà anche Messina, sindaco Franco Providenti, ex magistrato). Risultati chiari, inequivocabili. A tre mesi dalle elezioni politiche del ’94, la vittoria dei Progressisti sembrava scontata.
Personalmente, è da dopo le politiche del ’94 che dico che gli italiani (siciliani inclusi) si erano lavati le coscienze e potevano finalmente tornare a votare come prima (anche se i partiti di prima non c’erano più). So che il discorso è più complesso, molto più complesso, ma ritengo che anche quell’elemento abbia avuto il suo peso. Ho avuto la certezza della sconfitta, nel 94, la sera del faccia a faccia Occhetto-Berlusconi (in Sicilia già la toccavo con mano, ero impegnatissimo nella campagna elettorale e a tutti noi era chiaro che la scoppola, nell’isola, sarebbe stata sonora): quella sera mi sono sentito morire ascoltando Occhetto dire a Berlusconi: “Sì, è vero, c’è un complotto contro di te, ma c’è un complotto anche contro di me: la differenza fra te e me è che tu strilli e io no”. Se prima conservavo qualche speranzuola, in quel momento ho capito che non c’era più nulla da fare, che tutto era perduto e il sogno svanito.
Sono d’accordo con Jack quando ricorda che “la crisi dei regimi non avviene per elezioni, ma per implosioni interne”: Tangentopoli, secondo me, è l’implosione di quel regime; Mani Pulite è possibile per via dell’implosione.
Secondo me, nell’ultimo anno, abbiamo assistito a molti sintomi dell’implosione, li ho elencati all’inizio del post (ci aggiungerei la precedente uscita di Casini dalla maggioranza). Non solo: penso che anche Spatuzza e Ciancimino facciano parte dell’implosione; non parlano spontaneamente, sono stati mandati (Spatuzza da Giuseppe Graviano, Ciancimino da pezzi di borghesia più o meno mafiosa che s’è rotta del Cavaliere). Secondo me ci sono pezzi di potere economico-finanziario che non ne possono più di questo andazzo (vedi l’insofferenza di Corriere e Sole 24 ore, cioè Confindustria, più Fini) e intendono disarcionare Berlusconi, garantendogli che non finirà in galera. Secondo me, l’esito del processo Dell’Utri dirà chi prevale. Secondo me rischiamo un’altra stagione di bombe, di stragi indiscriminate, con possibile svolta autoritaria.
Corro il rischio di farvi sghignazzare, ma voglio citare una frase della signora Miriam Bartolini, alias Veronica Lario, riferita all’ormai ex consorte: «Insegue lo spirito di Napoleone, non è un dittatore. Il rischio è che la dittatura arrivi dopo di lui. La dittatura arriva dopo che la democrazia è stata svuotata». Queste parole, ricordatemi di recente da un’amica, mi rimbombano in testa da quando la signora ha annunciato di volere la metà del patrimonio di famiglia («lo faccio per i miei figli», ha chiarito) e ho pensato: o è pazza o è d’accordo con chi vuole disarcionare il Cavaliere. «La seconda che hai detto», direbbe Quelo.
Provo a spiegarmi. Berlusconi non aveva una lira una quando ha cominciato a fare il “costruttore” (in realtà non ha nemmeno costruito mai nulla, ché non aveva manco una ruspa), i soldi arrivavano dalla Svizzera e non si sa da chi. Uno dei custodi di tale segreto era anche amministratore della Fimo, una finanziaria elvetica finita in svariate inchieste su traffici planetari di armi e droga. Se quel segreto viene ancora custodito gelosamente a 40 anni di distanza, è segno quei soldi non erano puliti. Non ci piove. Tangenti? Mafia? Traffico d’armi? Evasione fiscale? Altro? Da qualche parte arrivavano ma è fuor di dubbio che non fossero soldi suoi. Non aveva una lira. Il primo a porsi pubblicamente la domanda, circa la provenienza dei soldi, fu Giorgio Bocca, sul Giorno. Correva l’anno 1974. Nel 1981 un’inchiesta dell’Interpol accostava il nome del Cavaliere al riciclaggio di denaro sporco (droga); nell’84 il quotidiano l’Ora ipotizzava che Berlusconi avesse riciclato i soldi di Ciancimino (tramite Alamia-Dell’Utri; inchiesta ripresa anche da Panorama), nell’87 viene pubblicato il primo libro sul “Signor tv” (Ruggeri e Guarino). Poi arrivano alcuni pentiti di mafia a dire che alcuni boss palermitani avevano investito nella nascente Fininvest e altri a dire che, già prima, avevano investito nel cemento berlusconiano. Fra questi ce n’è uno Calderone, che Dell’Utri ha qualche difficoltà a smentire e s’accontenta di offrire letture diverse delle cose raccontate dal pentito catanese.
Devo inoltre confessare che, personalmente, m’ha sempre colpito la coincidenza di tempi fra i presunti investimenti dei boss palermitani nella nascente Fininvest e la successiva mattanza in cui morirono gli stessi boss. Ma diciamo che sragiono e chiudiamola qui.
Diamo però per acquisito che i “soldi di Berlusconi” non erano di Berlusconi, ché è un dato di fatto inconfutabile. C’è ancora qualcuno vivo che può dire quei soldi erano in parte suoi? Cioè, ci sono padroni occulti dell’impero berlusconiano o di parte di esso ancora in vita? La risposta è sì, visto che non stiamo parlando di singoli soggetti ma di sistemi più o meno criminali. E, dunque, la signora Bartolini-Lario può pensare di prendersi metà impero senza dovere fare i conti con i veri padroni dei soldi? Ovvio che no. Ergo: prima di sparare pubblicamente la propria richiesta, la signora deve avere per forza avuto qualche abboccamento. E dunque, la sua previsione («Il rischio è che la dittatura arrivi dopo di lui. La dittatura arriva dopo che la democrazia è stata svuotata») potrebbe essere qualcosa che sa o che ha intuito nel corso della trattativa sulle “pretese” per il divorzio, non il semplice frutto di un ragionamento.
Ora, non se se ci ritroveremo coi carrarmati in strada (non penso ma nemmeno lo escludo) o con la maggioranza che implode, Berlusconi e suoi vengono accantonati e la parte meno brutale dell’attuale maggioranza va a governare, insieme a pezzi di “opposizione” attuale (diciamo che non mi meraviglierò se, fra gli altri, troverò Di Pietro al governo), magari con Formigoni o Montezemolo premier; né se ci sarà una svolta “federalista” che spacca l’Italia in tre (lo stop a Lombardo fa pensare che, semmai sia stata nei progetti di qualcuno, bisognerà rinviare o cambiare strategia).
Un’ultima cosa, sulle elezioni appena andate. Su Roma in particolare. Roma dice chiaramente che in presenza di candidati più o meno credibili, comunque riconoscibili per storia personale e politica (come Vendola in Puglia), si può vincere. Il giorno in cui Alemanno è diventato sindaco, alla Provincia è stato confermato Zingaretti e in città il centrosinistra ha avuto la maggioranza (mentre Rutelli ha perso). Il giorno in cui la Polverini s’è presa la Regione, Roma ha votato in maggioranza la Bonino, simbolo di diritti e laicità dello Stato (io non mi fido e non la sopporto, ma è un’altra storia). A me pare il segno che in questo Paese il voto d’opinione esista ancora e, a volte, può decidere chi vince e chi perde. Magari non in Sicilia, non in Lombardia o nel Veneto, ma nel resto d’Italia è possibile. Alle prossime politiche. Non nel 2050. A patto che ci si presenti agli elettori con un progetto serio e credibile e con un personale politico altrettanto serio, credibile e capace (perché ha già dato prova di coerenza e capacità) di realizzarlo. Cioè: o torna Prodi (e i poteri forti che lo sostengono, ché comunque dobbiamo farci i conti ma non calandoci le braghe) o ci inventiamo qualcos’altro. Ma non con questa classe dirigente.
Sempre che nel frattempo non abbiano ripreso con le autobomba e ci ritroviamo con un bel governo di “salute pubblica”. E addio elezioni. Sebastiano Gulisano.

Hai fatto benissimo a ricordare quella frase di Veronica Lario: l’ho tenuta ben presente in questi mesi. Perchè una cosa è ovvia: Berlusconi ha consenso. Lasciamo perder come l’abbia ottenuto, ce l’ha e questo impedisce l’instaurarsi di maniere forti o di misure rigidamente coercitive: non ve n’è bisogno. Ma se, dopo di lui, qualcuno dotato di minor consenso, dovesse cercare di manentere il potere, possiamo escludere che non ricorrerà a misure di stampo meno ridanziano e sguaiato? Che dalla farsa si passi al dramma se non alla tragedia? Il 5 aprile è lontanissimo nel tempo, ma l’Italia non è cambiata molto in questi anni. C’è ancora un blocco sociale, fatto di piccoli imprenditori, piccola borghesia e ceti non eccessivamente illuminati, molto influenzati dalle posizioni meno brillanti della Chiesa. Il progenitore di questo blocco fu quello su cui fece leva il fascismo ed è il blocco che, col mutare delle generazioni e dei decenni, ha sempre espresso il potere in Italia. Nessuno dubita, immagino, che Berlusconi prenda i suoi voti, per la massima parte, da coloro che votarono pentapartito. E nessuno dubita, immagino, che coloro che sostennero la DC nel ’48 erano in gran parte coloro che sotto il fascismo erano campati più o meno bene.
L’anomalia dell’Italia, per me, è in parte qua: questo blocco all’opposizione non ci va facilmente e, per quanto cambino i tempi, rimane il fulcro dell’elettorato ed è egemone. Questo blocco esprime dei governi e, quando questi non sono più in grado di assolvere al loro compito, se ne sbarazza. Accadde nel ’92 per Mani Pulite ma, soprattutto, per la crisi economica che portò alla svalutazione della lira, al debito pubblico crescente e alle prime manovre. In quegli anni, di fronte all’impresentabilità dei governanti, la strada più semplice fu abbatterli e nominarne altri come eredi credendo di essersi rifatti la verginità. Gattopardo vincit.
L’opposizione di sinistra, insomma, mai o quasi mai è riuscita a portare sulle sue posizioni quell’elettorato (o parte di esso). Perciò, pare a me, in Italia è più semplice abbattere un regime che cambiare un Governo. Se succederà anche ora non lo sappiamo. C’è la crisi e ci sono dei governanti poco credibili. Qualora il piccolo imprenditore, il commerciante, il piccolo borghese, dovesse temere che Berlusconi non sia più in grado di tutelare i suoi interessi (come capitò nel ’92 con Craxi e DC) non voterà mai a sinistra. Magari vorrà, un’altra volta, rifarsi una verginità e sceglierà un altro uomo della Provvidenza. Ed è per questo che temo ciò che dice la Lario. Perché se ciò dovesse succedere non sappiamo come si esprimerà il nuovo potere.
Prima ho citato di sfuggita il Gattopardo. Eppure è lì il nocciolo. Quel tipo di atteggiamento storico (mutare i regimi ma lasciare intatti i rapporti di potere) noi forse ce lo portiamo da lì, cioè da sempre, cioè dall’Unità d’Italia. Cambiare tutto per non cambiare nulla non è solo una frase memorabile, ma è il manifesto politico del blocco sociale egemone in Italia.  Jack Daniel.

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