La nullità della ragione: le questioni inventate e gli istinti aizzati

di Giuseppe Tramontana.

Una cosa mi sta colpendo in definitiva: l’emergere di una “questione Rom e Sinti”. Fino a due giorni fa a nessuno interessava nulla. Una questione del genere non esisteva. Sì, lo sappiamo, i nomadi non sono molto amati. O non lo sono per nulla. Come ha scritto qualcuno, prendersela con loro è come calciare un rigore a porta vuota: il sostegno facile della gente lo trovi senza scomporti. Hanno la fama di essere ladri, sporchi, fannulloni, infidi, sfruttatori di bambini, vivono tra di loro in gruppi chiusi. Insomma, non piacciono e, diciamola tutta, non fanno niente – a parte i film di Kusturica – per farsi apprezzare.  Come, a fine Ottocento-inizio Novecento, non piacevano gli italiani agli americani. Ma torniamo al punto. La cosa impressionante è il numero enorme di gente che ha dato la stura al proprio livore contro i Rom. Basta scorrere fb e i social in generale. Ne parlano tutti con estrema lucidità (o almeno così sembra), con eccellente sicumera (che ci vuole, stando dietro una tastiera?) e di certo con una faciloneria disarmante. E’ qui che emerge tutta la pochezza culturale e intellettuale del nostro paese, c’è poco da fare. Ed è qui che emerge il problema vero: noi. Noi italiani. Chi siamo e cosa stiamo diventando? Il 22 agosto 1938 si tenne il censimento speciale degli ebrei. Era un censimento – si disse – a fini statistici. Ed era speciale perché gli ebrei italiani, così come tutti gli altri italiani, erano già censiti, ma in questo caso li si voleva conoscere in quanto ebrei e non in quanto italiani. Per farne cosa? Ufficialmente, venne garantito, a fini statistici. Ma i veri fini erano altri. In primis, imporre delle leggi persecutorie ad hoc, varate, poi a partire da settembre, e proseguire con le persecuzioni fino all’eliminazione fisica. E’ per questo che si fanno di solito i censimenti “speciali”. D’altra parte a che cosa dovrebbero servire? Solo a fini conoscitivi e statistici? Ma per quello, i dati ci sono già. Per Luigi XIV capire quanti erano gli ugonotti e i giansenisti fu il primo passo per perseguitarli e costringerli a fuggire dalla Francia. Isabella di Castiglia fece lo stesso, in maniera rudimentale, in Spagna nel 1492 e dopo di lei venne il Portogallo e poi… e poi..,  Ecco perché la Costituzione italiana – quella stessa Costituzione che garantisce anche a coloro che sono dietro una tastiera a sputar veleno e seminare odio la libertà di espressione – vieta roba del genere. Quella stessa Costituzione, vorrei ricordare, a difesa della quale si schierò più del 60% degli italiani – compresi i partiti adesso al governo – il 4 dicembre 2016. Gli ebrei, nel 1938, erano circa 47000 (46656), l’1,1 per mille della popolazione italiana. Non erano una “questione”. Ma lo diventarono sotto i colpi del Regime, lo stesso regime il cui Partito unico annoverava tra le sue file ben 8906 tesserati (quasi il 4 per mille di tutti gli iscritti!). Eppure la “questione” sorse. Nonostante in Italia ci fossero stati sindaci ebrei, generali ebrei, politici ebrei e medici, avvocati, scrittori, poeti, economisti… E finì come finì. Oggi in Italia i cittadini di origine rom e sinti sono tra 120 mila e 180 mila (lo 0,2-0,3% rispetto alla popolazione italiana), 26 mila dei quali vivono in emergenza abitativa in baraccopoli formali (insediamenti gestiti dalle amministrazioni locali) e informali (`campi abusivi´) o nei centri di raccolta monoetnici. Sono i dati dell’ultimo Rapporto dell’Associazione 21 luglio, rapporto che viene presentato annualmente in Parlamento: quindi i dati ci sono già. Le baraccopoli formali sono 148, distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all’interno di insediamenti informali. Dei rom e sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43% abbia la cittadinanza italiana mentre sono 9.600 i rom originari dell’ex Jugoslavia di cui circa il 30% – pari a 3 mila – sono di fatto apolidi. Ecco. E’ una “questione” questa? Non lo era fino a 48 ore fa: perché lo è adesso? Perché qualcuno vuole che sia così. E molti altri gli vanno dietro. Alla cieca. Sono stati Hannah Arendt e Primo Levi (proprio quel Primo Levi di cui ogni 27 gennaio i vostri figli a scuola leggono alcuni passi di “Se questo è un uomo” o la poesia “Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case…” mentre voi, se l’avete capita,  scuotete la testa e dite che, sì, fu brutto, speriamo non ricapiti più… e poi la sera vi commuovete davanti alle immagini della bambina col cappottino rosso di Schindler’s List o al bambino con il pigiama a righe…) sono stati loro, Hannah e Primo, tra le voci più alte a indicare nella collaborazione e, in particolare, nello spazio di incontro tra carnefice e vittima – la zona grigia, come la chiamava Levi –  uno degli ambiti di maggior sfacelo morale prodotto dall’universo rovesciato delle schedature, delle persecuzioni e infine dello sterminio. La situazione del genocidio prima di colpire l’esistenza degli individui, per cancellare quella del gruppo, travolse ogni norma di convivenza civile, il tessuto delle relazioni sociali e persino quelle famigliari. E non solo tra le vittime, ma anche tra i carnefici e gli indifferenti, la zona grigia. La delazione, la pavidità del “tanto non sono ebreo, rom, sinti, nero, migrante, meridionale, protestante, omosessuale, comunista, anarchico…” o la tracotanza del “fanno bene: ci hanno perso tempo…” portano sempre all’indifferenza e alla delazione. In ultimo, alla complicità. Anche se voi non le firmerete, quelle leggi, voi ne sarete l’inchiostro e ne porterete ugualmente la responsabilità. La democrazia non perdona.  La delazione d’altra parte è uno dei fondamenti delle guerre civili. L’indifferenza, più o meno delatoria, è la via che conduce ai genocidi. The road of Auschwitz is built with violence, but paved by indifference, dice uno storico inglese.

E questa acritica  e cinica indifferenza è spesso dettata più da  menefreghismo che opportunismo, ma soprattutto, temo,  da spirito gregario,  il peggior spirito che si possa immaginare. I gregari che sono tali, nell’anima, non c’è nemmeno bisogno di minacciarli o convincerli: essi si adeguano da soli. Sono quelli che, dal basso della loro grettezza, invocano vendetta e alzano la voce più di tutti gli altri, come a coprire così la propria inconsistenza umana. Senza nemmeno essere costretti e forse non credendoci  neppure troppo,  cercano un capo da adorare e plaudire, un leader da venerare e a cui leccare i piedi (si chiami egli Duce, Caudillo, Furher, Conducator, Capitano, Presidente…). Lo fanno solo per il gusto di stare nel gregge ed essere intruppati, pecore bianche tra pecore bianche, a nascondere mediocrità, grettezza  e pusillanimità. E se gli chiedi il perché, ripetono il verbo del capo o del Partito. Pensare – e per di più in senso critico o semplicemente informarsi e studiare seriamente è troppo per loro. E’ roba da intellettualoidi malati, sinistrorsi satolli e perditempo, parolai. A che serve ragionare con la tua testa se c’è qualcuno che lo fa per te?  Ed ecco a voi, il vero fallimento della scuola!