La fabbrica del servilismo

di Giuseppe Tramontana.

“Solo l’uomo colto è libero”
(Epitteto, Dissertazioni)

“La vera cultura vive di simpatie e ammirazioni, non di antipatie
e disprezzo.
(W. James, Memorie e studi)

Sta ripartendo la scuola e ripartono polemiche più o meno sterili e rituali più o meno abusati. Ma non voglio entrare nel merito della ultima, discutibile riforma. Non voglio parlare di precari, ricatti, spostamenti, dirigenti autoritari e artificiose Commissioni di valutazione. Non voglio nemmeno parlare di PTOF e RAV. E nemmeno dei prof da premiare: la vera rivoluzione sarebbe, forse, quella di smontare il gruppo-classe e instaurare un sistema simile a quello vigente all’università: che siano i ragazzi a cambiare classe e scegliere gli insegnamenti da seguire. Potrebbe essere un’idea. Ma lasciamo stare. Adesso riflettiamo su ciò che davvero rappresenta la scuola. Ma non la scuola in astratto, ma la scuola calata in una società ben determinata, che, nel nostro caso, si chiama Italia.
A dire il vero, pensavo che il dibattito si sarebbe aperto. Invece, nulla. Credevo che l’irruzione dei dati sul cosiddetto analfabetismo funzionale nel bel mezzo delle polemiche sulla “Buona scuola” avrebbe prodotto un surplus di accorate ed allarmate riflessioni, se non addirittura un’esplosione di indignazione. Invece, Rien de rien. Fatto sta che i dati ci sono e non sono tranquillizzanti. Per una volta l’Italia, secondo i dati OCSE, è al primo posto di qualche cosa. Solo che quel primo posto non lo vorrebbe conquistare nessuno: è un primo posto negativo. L’Italia, dicono i dati, ha il 47% di analfabeti funzionali. Quasi un italiano su due. Cosa significa? Significa che un analfabeta di questo genere non è colui che non sa leggere e scrivere. Nossignori. Anzi, è una persona che, magari usa facebook e internet, che sa smanettare con il computer o, aggiungo io, usare decentemente un bisturi, un codice civile o tutto l’armamentario di un ingegnere, ma non sa comprendere il senso di un testo, non sa costruire analisi articolate e paragona il mondo solo alle sue esperienze dirette.
E’ uno che non sa leggere e capire un contratto di lavoro, un editoriale di Repubblica o del Corsera e che si fa un’idea dei problemi solo se lo toccano direttamente: per cui la guerra in Ucraina lo preoccupa solo se aumenta il gas e quella in Iraq solo se aumenta il petrolio, mentre i migranti sono un problema di assembramento, sicurezza ed igiene…

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E’ uno cittadino dimezzato che, in fondo, pensa che non ci sia vita oltre il paesello natio o, nel migliore dei casi, oltre i confini nazionali. Per cui, in fondo, in cuor suo, si stupisce, quando, andando in Austria o a Malta, scopre che lì c’è gente che parla davvero e correntemente in tedesco o inglese e che lo stesso inglese non è fatto solo di quelle quattro parole trite e ritrite masticate per far bella figura, ma che si tratta di una lingua articolata, con proprie regole, non improvvisabile, parlata davvero e correntemente da uomini e donne, che tali sono pur non vivendo a Trebaseleghe, Corigliano Calabro o Francavilla Fontana….
Certo, l’Italia è al primo posto della classifica, tallonata dal Messico (42%). Tuttavia, considerando che il terzo posto è occupato dall’Irlanda con un miserabile 23%, ecco che si può essere ottimisti: dal podio non ci scalzerà nessuno e comunque, per consolidare questo primato, ecco la “buona scuola”. “La cultura – diceva Antonio Gramsci quasi cent’anni fa – è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.” Promuove questo, oggi, la scuola? Quest’estate è andato di moda pubblicare consigli alternativi su come far trascorrere le vacanze agli studenti. E giù a snocciolare passeggiate in riva al mare, albe e tramonti a cui assistere, amici da ascoltare, voluttà interiori da inseguire, piccoli momenti di gioia da assaporare. Che ci fosse stata la lettura di un libro! E sì che sono i libri che modellano il nostro sentire e il nostro vedere (anche dei paesaggi) che danno un nome ai moti dell’animo e li scandagliano. Perché chi legge vive molte vite, come ricorda spesso Umberto Eco. A noi ci ha rovinato il professor Keating dell’Attimo fuggente (titolo che tra l’altro, non avrebbe senso senza il carpe diem oraziano) e quel gesto di strappare le pagine dall’antologia poetica.
Chi strappa libri, strappa cultura, c’è poco da fare. E lascia libero il campo ai battiti di ciglia, ai sommovimenti dell’animo, tanto vacui quanto sterili. Lascia aperto il campo all’incultura e quindi al disconoscimento del valore storico si sé e alla rinuncia a diritti e doveri. Che la cultura dovrebbe essere desiderio. Desiderio di conoscere, desiderio di vita, di speranza, di amore.
E’ la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di un mutamento e ne dà coscienza al mondo. Forse, per questo l’Italia e l’italiano medio sono immutabili, irredimibili, come direbbe Sciascia. Non cambiano perché sono analfabeti funzionali (OCSE dicit).
Una mia amica e collega di italiano mi ha raccontato che, l’anno scorso, in un compito in classe volle affrontare il tema dell’immigrazione. “Ormai – mi ha quasi rassicurato – non tratto quasi più argomenti di cosiddetta attualità: i compiti degli studenti, su questi temi, mi sembrano tutti uguali, tutti banali e superficiali. E siccome, presa dall’irritazione, perdo l’oggettività e inconsapevolmente li punisco con voti bassi, allora ho deciso di non dare più consegne del genere”. Tuttavia, in quell’occasione, con una terza, lo fece: più che altro per capire le loro idee, mi ha confidato: “era una classe nuova per me e volevo capire con chi avessi da fare.” Correggendo i compiti, si accorse con sgomento come per molti di questi ragazzini non esistesse alcuna differenza tra immigrati regolari, immigrati clandestini, profughi, italiani di cosiddetta seconda generazione e via discorrendo. Per loro i migranti erano tutti indistintamente da cacciare via o respingere. Magari dando fuoco ai barconi in arrivo a Lampedusa o Brindisi e augurandosi persino la costruzione di palizzate e muri elettrificati e l’avvio di rastrellamenti per “ripulire” (così scriveva uno) i quartieri delle nostre città. “Sembravano temi scritti da un qualsiasi politico razzista grufolante sui palchi di mezza Italia o starnazzante nei paludati talkshow televisivi,” ha chiosato, delusa. Ma non finì qui. Perché, parlando successivamente con loro – “perché la questione meritava un confronto e un approfondimento” – scoprì qualcosa di peggio: questi ragazzini disprezzavano, odiavano tutti: i cinesi, gli africani, gli zingari, i romeni, i bengalesi, gli albanesi, i moldavi, non risparmiando battute razziste su meridionali, donne e i gay. Quando cercò di spiegare loro che l’odio verso il diverso, in tutte le sue declinazioni, produce violenza e azioni indegne e vergognose, capaci di travolgere tutti, anche gli autori del primo misfatto, quelli che, all’inizio si sentono sicuri. A questo punto, lesse la famosa poesia del pastore Niemoeller, ripresa da Brecht e, poi, fece l’esempio più ovvio: il nazismo e lo sterminio degli ebrei. Al che uno le rispose: “Sì, okay, prof, però lei deve vederla da un altro punto di vista: Hitler, a parte lo sterminio degli ebrei, in fondo, voleva fare il bene della Germania, era questo il suo scopo.”
“A parte lo sterminio degli ebrei?”, gli chiese, sconvolta, trattenendo a stento l’irritazione. “A parte questa bazzecola, cioè sei milioni di morti a cui vanno aggiunti i milioni di zingari, omosessuali, comunisti, socialisti, cattolici, protestanti… e poi i morti della seconda guerra mondiale e i bambini e la gente di Sant’Anna di Stazzema e quelli di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine e di mille altri posti in giro per l’Italia e l’Europa… a parte questo piccolissimo particolare, dici, non fece tanto male?”
Insomma, mi sono chiesto, chi sbaglia? Ma ‘ste càspita di Giornate della Memoria a cosa servono? Perché un silenzio così assordante, da parte dei miei studenti con i quali intrattengo la cosiddetta ”amicizia su facebook”, davanti alle foto dei bambini siriani o libici morti sulle spiagge europee?
Insomma, considerando che l’autonomia scolastica consiste (cito letteralmente dal DPR 275/1999) nella “capacità di progettare e realizzare interventi educativi di formazione e istruzione finalizzati allo sviluppo e alla crescita della persona umana”, vedete un po’ voi – di fronte ad episodi come quelli raccontatomi alla mia collega – se la riforma ha avuto successo o meno…
Questi ragazzi spessissimo non leggono giornali, non guardano telegiornali, non sfogliano riviste, sono disinteressati a tutto ciò che non riguarda il loro ombelico e le loro ordinarie e insipide serate alcoliche o musicali: impazziscono per ogni genere di concerto, ad esempio! E mollano tutto pur di andare a bere qualcosa di alcoolico…
Nemmeno il sesso, tra di loro, riscuote un così alto consenso. Solo che poi vanno in tilt davanti a tutto ciò che presenta un minimo di complessità (ecco l’analfabetismo funzionale). Per questo detestano la storia e detestano il presente. Ci vivono, ma non vogliono né capirlo né tanto meno trasformarlo. Vogliono solo sguazzarci dentro e subirlo. È così che si diventa servi. Se un politico promette meno tasse per tutti, loro lo votano, ma non si accorgono che li sta prendendo per il sedere. Se un altro dà la colpa di tutti i mali ai migranti, loro capiscono, ma non vedono il demagogo, il seminatore di odio. Non si rendono conto, appunto, che stanno facendo apprendistato della servitù. È tutto normale e consequenziale in un Paese come l’Italia in cui, da una ventina d’anni a questa parte, si è assistito al progressivo abbassamento della soglia della dignità. Un Paese in cui i più mirano a una prebenda, a un regalo, a un aiutino, a qualsiasi cosa purché immeritata e senza sacrifici.

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Ecco, allora, la questione della scuola e della valutazione a scuola. Valutazione che è divenuta la spia di qualcosa di più ampio e profondo, di qualcosa che si è sempre più incistato nella società: la visione di una vita facile, di un successo senza sacrifici, merito e dignità. E si comincia subito a rivendicarla. Complici genitori e apparati scolastici. E tutto comincia in una data ben precisa, quel fatidico 8 marzo 1999, ossia il giorno dell’approvazione del già citato DPR 275, applicativo dell’art. 21 della L. 59/1997, che introdusse la tanto sbandierata autonomia scolastica. Parola, a prima vista, positiva. Chi non vuole autonomia, libertà? Autonomia è una bella parola, che sa di fresco, corroborante. Eppure, fu questa riforma che, nei fatti, fece trasformò gli studenti (e le loro famiglie) da utenti in clienti.
Mi ricordo, all’epoca, di un’intervista a uno scrittore, Claudio Magris. Al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse di questa equiparazione, lo scrittore rispose su per giù così: “Veda, vogliono far diventare gli studenti da utenti clienti. E di solito si dice che il cliente ha sempre ragione. Se vado in un ristorante e chiedo lo zucchero sulla pastasciutta al posto del formaggio, il cameriere mi accontenterà. Se io invece chiedo chi ha scritto la Divina Commedia e lo studente mi risponde ‘Manzoni’, non posso dire: “beh, di solito non è così, ma nel suo caso posso fare un’eccezione!”” Ecco, qui sta il nodo. Uno che risponde che Manzoni è l’autore della Divina Commedia, sbaglia. E sbaglia anche se prima ha risposto esattamente a tutte le domande di fisica, chimica, biologia e ostrogoto di questo mondo! Invece i clienti hanno fatto irruzione nella scuola e, da clienti, vogliono avere sempre ragione. Così cosa accade? Accade che i genitori se vedono i figli studiare troppo (e per i figli lo studio è sempre troppo!) cosa fanno? Vanno a protestare dal dirigente scolastico: quel tal professore li fa studiare troppo… non hanno tempo per altre materie (e questo lo dicono, guarda caso, quelli che in queste altre materie vanno già male di loro o che andavano male anche prima: stranamente non lo dicono quelli che vanno bene!)… o non hanno tempo per lo sport agonistico di turno… Insomma, protestano e il dirigente che fa? Poiché l’autonomia ha messo in competizione le scuole tra di loro, egli deve assicurare il numero di cattedre e quindi fare in modo che, da un lato, la gente non cambi scuola e, dall’altro, la medesima scuola abbia un certo appeal: insomma si faccia la fama di essere “facile” per continuare ad avere un alto numero di iscrizioni: si sa, la gente, a parte pochi illusi, cerca facilità e velocità nel conseguimento del titolo, non certo qualità e vera formazione. Che poi lo stesso titolo attesti davvero competenze e conoscenze, questo, poco importa. A questo punto che succede? Il dirigente o cerca di calmare i bollenti spiriti dell’insegnante esigente oppure, a fine anno, gli cambia classe, piazzando al suo posto insegnanti più “ragionevoli”…
E così si chiude il cerchio. E, dentro il cerchio, la mediocrità. Quella stessa insulsa e becera mediocrità che sta divorando questo paese e che l’ha proiettato al primo posto nella classifica dell’analfabetismo funzionale.
Alcuni docenti universitari di mia conoscenza si lamentano del fatto che le matricole ignorano alcune nozioni-chiave del diritto o della storia: confondono il Presidente del Consiglio con il Presidente della Repubblica, credono che il Pubblico Ministero sia il Ministro della Pubblica Istruzione, collocano il Rinascimento nell’Ottocento, sono convinti che le prime forme di vita sulla terra siano stati i dinosauri o che le BR siano state le autrici della strage di Bologna. E spesso chi fa di queste sparate è gente che, a scuola, inanellava voti rispettabili. Un collega, al quale avevo raccontato di queste lagnanze, mi ha risposto che i docenti universitari potrebbero anche evitare simili commenti. Certo, potrebbero, ma non lo fanno. E, se non lo fanno, forse è il caso, da parte nostra, di porci qualche interrogativo. Siamo nelle mani di gente che cita a casaccio Telemaco e i miti greci, fa le corna nelle foto ufficiali, si reinventa la storia di Roma, introducendo un fantomatico “Remolo.” E il tunnel sotto il Gran Sasso? La lontra, uccello da salvare e gli aerei da combattimento che dovrebbero servire per spegnere incendi? Abbiamo politici che votano leggi importantissime senza neanche conoscerne il contenuto e addirittura senza che la norma sia scritta nero su bianco. Gaffe innocenti, si potrebbe dire: possono sempre capitare. Certo, ma ciò che allarma, mi pare, è la mancanza di senso di responsabilità unita alla totale assenza di curiosità intellettuale, all’assoluta incapacità di rimboccarsi le maniche per sapere. Ma, evidentemente ed a ragione, hanno un concetto non molto edificante degli italiani. D’altronde, difficilmente un rappresentante è peggiore del rappresentato e, comunque, una società produce da sé gli uomini che la guideranno.
Se è vero, come dice il famoso proverbio arabo, che siamo figli più dei nostri tempi che dei nostri genitori, allora dovrebbe essere la società ad interrogarsi sulla “materia prima” che fornisce per la creazione della nuova classe dirigente. Si parla tanto di meritocrazia, ma in realtà – diciamoci la verità – tutto ruota attorno alla risultatocrazia: se bocci poco e promuovi tanto va bene, la scuola richiama allievi, poco importa se le promozioni le regali e, pertanto, l’insegnamento e la preparazione degli studenti sia di scadente qualità. Magari, di questo si accorgeranno ai test universitari o ai concorsi pubblici, ma ormai sarà tardi per rimediare. È un Paese che ha smarrito l’identità. Questo era il Paese dello stile, del talento, dell’intellettuale militante, era il Paese dell’Olivetti Lettera 22 e di Adriano Olivetti che dava lavoro a Paolo Volponi, era il Paese di Giò Ponti, di Pasolini, di Sciascia e Calvino, Guttuso e Fellini, Antonioni e Rossellini, era il paese di Mastroianni e Gassman, di Berlinguer e Pertini, di Spadolini ed Enrico Mattei, della Vespa e della lampada di Fontana, di Montanelli e Leo Longanesi, di Flaiano e Vittorini, di Montale e Moravia, della Ferrari e della Lamborghini, era il Paese del Generale Angioni e di Oriana Fallaci, di Luigi Pintor e Armani, di Rivera e Mazzola, Baggio e Scirea. E adesso cosa siamo? Siamo un Paese pieno di scempiaggini e pressappochismo.
Scempiaggini scintillanti e pressappochismo deprimente. Un paese di slogan e hashtag, di repliche e video virali, del bailamme e della rissa, delle smentite e delle foto su facebook. Un paese ignorante, friabile e, per lo più, razzista e cinico. E la scuola, che ancora alcuni decenni orsono rappresentava l’argine ai luoghi comuni e alla stupidità, oggi conduce una battaglia di retroguardia, rincorrendo quegli stereotipi che prima combatteva, adeguandosi ai modelli veicolati da una società in cui le insegne luminose attirano gli allocchi.
Non c’è da stupirsi se gli studenti migliori, i più intelligenti ed attivi, quelli che non si accontentano di vivere e morire di mediocrità e analfabetismo funzionale scappano all’estero, fuggono via.