La Chiesa di Francesco tra scandali e timide riforme

intervista a Emiliano Fittipaldi di Valerio Gigante.

Leggendo il libro di Emiliano Fittipaldi “Avarizia: Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco” (Feltrinelli, 2015, pp. 231) uno dei due saggi appena usciti sul Vaticano, i suoi interessi finanziari, i suoi scandali, i suoi sprechi, l’impressione che se ne coglie è che, regnante papa Francesco, nulla di significativo pare cambiato rispetto al clima che portò nel 2013 alle clamorose dimissioni di Benedetto XVI.

Ciò che emerge – nonostante i media laici e cattolici continuino a dipingere Francesco come la candida pecora circondata da un branco di lupi – è il dubbio che dietro l’elezione al soglio pontificio di Bergoglio si sia mossa una gigantesca operazione ideologica che attraverso il papa che assumeva il nome del poverello d’Assisi intendeva coprire la prosecuzione delle stesse dinamiche, degli stessi scandali, delle stesse lotte di potere, degli stessi giganteschi interessi economico-finanziari che avevano caratterizzato l’epoca di Benedetto XVI e quelle precedenti. Salvo che in questi ultimi due anni l’opinione pubblica è stata persuasa a colpi di servizi radiotelevisivi, editoriali, interviste, dirette fiume su ogni visita, discorso, celebrazione del papa che tutto stesse rapidamente cambiando. Anzi, che in gran parte lo fosse già.

Insomma, tutto quello che questo nuovo “Vatileaks” sta portando alla luce non riguarda pratiche del passato, ma comportamenti tuttora in atto. In molti – ovviamente – lo sapevano già, senza bisogno del benemerito libro di Fittipaldi, che si aggiunge a quello di Nuzzi. Ora però ci sono le carte. Ed esse, così come avvenne nel 2012-2013, mostrano nero su bianco ad una opinione pubblica la cui percezione era ormai stata orientata in senso decisamente diverso, che il Vaticano resta ciò che è sempre stato.

Per questo, il libro di Fittipaldi, che oltre ai documenti presenta una rilevantissima ed approfondita inchiesta, svolta peraltro su moltissimi fronti, è stato oggetto di durissime critiche, precedute dal vano tentativo di ridurre la questione alla semplice attività di due “corvi” dediti a torbidi complotti contro il papa.

Scorrendo le pagine del libro, si viene invece a scoprire che la Fondazione Bambin Gesù – che dovrebbe occuparsi di finanziare la ricerca sulle malattie infantili all’interno di una struttura ospedaliera peraltro pagata quasi interamente dallo Stato Italiano – stornava 200mila euro destinati alla ricerca per la ristrutturazione dell’appartamento di circa 300mq del card. Bertone in vaticano (il quale ha detto che il suo uomo al Bambin Gesù – Giuseppe Profiti – avrebbe fatto tutto ciò “a sua insaputa”); che ci sono ecclesiastici che vivono in case ben più grandi di quella di Bertone; che mons. Viganò – il moralizzatore che diede il via al primo Vatileaks – possiede un ingentissimo patrimonio ed è anche in causa con il fratello prete che lo accusa di avergli sottratto milioni di euro frutto di una eredità di famiglia; che il card. Pell, nominato da Francesco (sì, proprio da lui!) a capo di un nuovo potente superdicastero con il compito di risanare l’economia vaticana, è riuscito a spendere da luglio 2014 a gennaio 2015 ben 501 mila euro (per spese – scaricate sulle casse della Congregazione vaticana di cui è prefetto – come un sottolavello da 4600 euro, tappezzeria per 7292 euro, 47 mila euro per mobili e armadi, ma anche per vestiti di lusso acquistati da Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia vaticana); e ancora: che alla faccia della propaganda sulla sobrietà inaugurata dal papa tutti coloro che collaborano con il card. Pell al risanamento delle finanze vaticane viaggiano in business class anche per spostamenti brevi; che il Vaticano incassa 60 milioni di euro l’anno vendendo benzina e tabacchi in due punti vendita duty free cui possono accedere ben 41mila persone; che, mentre si diceva che papa Francesco aveva “ripulito” lo Ior, 100 tra imprenditori, professionisti, forse politici italiani hanno ancora conti nella “banca vaticana” (tra loro anche indagati dalla giustizia italiana per reati fiscali).

Tutto ciò, per giunta, all’insaputa dell’Uif – l’Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d’Italia, che attende da tempo una lista dei presunti evasori che hanno conti aperti allo Ior. Lista che non è mai giunta a destinazione.

C’è poi la questione del patrimonio immobiliare che il Vaticano possiede a Roma: un tesoro che vale circa 4 miliardi di euro. Alcuni di questi immobili sono affittati a vip e boiardi di Stato per cifre assolutamente fuori mercato (ma se il papa aveva chiesto agli istituti religiosi di aprire le porte a migranti e rifugiati, perché le “sue” case sono occupate da ricchi e potenti?); e ancora: le offerte che i fedeli regalano per la carità del papa ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono tutte spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che hanno raggiunto i 400 milioni di euro.

Nella Chiesa cattolica, racconta il libro di Fittipaldi, anche per diventare santi e beati servono soldi. Centinaia di migliaia di euro, che servono soprattutto (ma non solo) per pagare il “postulatore”, cioè colui che viene incaricato di indagare sulla presunta santità del candidato e trovare le prove dei miracoli che egli avrebbe compiuto (ne serve almeno uno per diventare beato; almeno due per la santità). In media, la santità arriva così a costare tra i 400mila e i 500mila euro.
Di tutto questo, e delle ripercussioni che il suo libro inchiesta avrà sull’opinione pubblica e sulla Chiesa cattolica, ne abbiamo parlato con l’autore.

Il tuo libro è stato accolto in modo contrastante dai giornalisti che si occupano di informazione ecclesiastica. Molti ti hanno rimproverato di non fare un buon servizio alla causa di papa Francesco. Ma il ruolo di un giornalista, di chi fa una inchiesta, è quello di servire una “causa”?

Quello che hai rilevato non è avvenuto solo nel mondo dell’informazione vaticana, ma nel mondo giornalistico tout court. Basta pensare che Massimo Franco nel corso di una trasmissione televisiva mi ha incalzato chiedendomi se prima di pubblicare il mio libro non mi fossi posto il dubbio di essere stato strumentalizzato da qualcuno. È una domanda maligna, perché un giornalista in generale e uno di inchiesta in particolare ha il compito di trovare una notizia – se ne è capace –
verificarla, capire se sia di interesse pubblico, se sia deontologicamente corretto pubblicarla e poi, fatto questo, ha il diritto ma anche il dovere di pubblicare, altrimenti è sospettabile di essere un potenziale ricattatore, che tiene per sé informazioni rilevanti. Una domanda del genere di quella di Franco in Paesi come gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto farla. Fatte le dovute differenze, sarebbe stato come chiedere ai giornalisti che svelarono il Watergate portando successivamente Nixon alle dimissioni se fossero stati strumentalizzati dalle loro fonti.
La domanda di fondo è invece secondo me questa, e cioè se noi giornalisti dobbiamo raccontare ciò che il potere politico, economico, ecclesiastico rappresenta di se stesso; oppure, come credo di aver fatto, raccontare quello che il potere non vuole che sia raccontato.

La figura, il carisma, i modi informali e lo stile sobrio del papa hanno, di fatto, contribuito ad occultare all’opinione pubblica ed all’informazione ciò che invece il tuo libro ha svelato. Dalle tue ricerche che immagine ti sei fatto del ruolo svolto dal papa in questi oltre due anni di pontificato?

Il mio libro racconta quello che non il papa, ma la propaganda vaticana era riuscita ad occultare, sostenendo che sotto Francesco la riforma della Chiesa fosse stata già in fase avanzata. In realtà io penso che Francesco stia veramente tentando di riformare la Chiesa. Lo sta facendo in maniera molto cauta, anche perché è papa da soli 2 anni e mezzo, e che abbia trovato delle resistenze straordinarie, come abbiamo visto anche durante il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa povera dei poveri che Francesco auspica e chiede ai suoi cardinali che sia realizzata è ancora molto lontana dal diventare realtà. Ovviamente un giornalista ha il compito, se riesce a scoprirlo, di raccontare questa verità, anche se molto scomoda perché imbarazza non soltanto il Vaticano, ma tutti quelli che nei mass media hanno voluto fare da semplici amplificatori della propaganda vaticana, senza approfondirla e svelarne le contraddizioni.

È però un fatto incontrovertibile che il card. Pell, sulla cui figura ti soffermi a lungo nel tuo libro, lo abbia voluto papa Francesco…

Rispondo con una battuta: il papa avrebbe bisogno di un buon direttore del personale… nel senso che è vero: i commissari della Commissione referente sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede (Cosea) sono stati scelti da lui; e anche Pell, il braccio destro economico della nuova gigantesca segreteria dell’economia è stato nominato da Bergoglio. Ma il papa viene da Buenos Aires, non può conoscere tutto e tutti. Si è, a mio giudizio, fidato di qualcuno in Curia che gli ha consigliato di scegliere Pell perché il cardinale australiano ha una fama di ottimo amministratore finanziario, che si è formata sin dai tempi in cui era arcivescovo. Si tratta però di una fama che nasconde più di una insidia, nel senso che Pell, per tutelare la sua diocesi dal punto di vista finanziario, ha attuato una politica molto aggressiva nei confronti delle vittime dei pedofili che chiedevano alla sua Chiesa, quella di Sydney, ingenti risarcimenti. Una relazione della commissione di inchiesta sulla pedofilia istituita dal governo di Canberra, di cui riferisco nel mio libro, definisce il comportamento di Pell addirittura non in linea con quello di un buon cristiano. Insomma, Pell era già chiacchierato al tempo della sua nomina. E chiamarlo in Vaticano è stata senza dubbio una scelta sbagliata.

C’è poi la questione degli immobili vaticani affittati a prezzi di favore a vip, raccomandati e potenti di vario tipo. Un’altra bella contraddizione per il papa che fa costruire le docce per i poveri dentro le mura vaticane e chiede a diocesi ed istituti religiosi di aprire le proprie case ai migranti ed ai rifugiati…

In questi anni ci si è concentrati solo sul povero Bertone, per la storia del suo appartamento che poi è risultato essere di dimensioni inferiori, seppure cospicue, rispetto a quello che è stato scritto sui giornali. Ma ci sono ecclesiastici che vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bertone. Sono circa 5000 gli appartamenti di Propaganda Fide, molti sfitti, che valgono una cifra che secondo me è sottostimata, ma che si aggirerebbe intorno ai 4miliardi di euro. Questa cifra permette però di fare una significativa considerazione. Alla luce di essa, infatti, la storica inchiesta dell’Europeo del 1977 che quantificava in un quarto circa degli immobili presenti a Roma quelli di proprietà riconducibili alla Chiesa cattolica risulterebbe decisamente esagerata, anche al netto di tutti gli immobili di proprietà della diocesi di Roma, delle varie Congregazioni ed istituti religiosi, delle arciconfraternite, ecc. Non si arriva comunque nemmeno vicini ad un quarto del valore totale del patrimonio immobiliare presente a Roma, stimato attorno ai 590 miliardi. Un aspetto che ridimensiona moltissimo quello che ha rappresentato uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale. Una ulteriore dimostrazione che il mio libro intende solo fare chiarezza e verità. Non è certo un libro pregiudizialmente anticlericale. Altrimenti questi dati nemmeno li avrei riportati.

Resta però il fatto che se il papa non sa chi abita negli immobili di proprietà del Vaticano sa però come e dove vivono i suoi cardinali…

Certo, lo sa e a lui piacerebbe che i cardinali si comportassero in maniera più sobria. Lo stesso card. Parolin, lo scrivo nel mio libro, era a Santa Marta ma la scorsa estate si è spostato nel Palazzo Apostolico. Più in generale, è tutta la gestione del patrimonio immobiliare che fa discutere. Ci sono affitti a prezzi molto bassi. La Cosea ha spiegato che per anni sono state accettate trattative al ribasso sugli affitti. Un andazzo che Filoni, il prefetto di Propaganda Fide, sta cercando di cambiare in modo che alla scadenza degli attuali contratti i prezzi di locazione possano essere adeguati alle tariffe di mercato. Questo per dire che Francesco e chi segue la sua linea cerca comunque di darsi da fare.

Arriviamo alla questione forse più scandalosa tra tutte quelle che racconti, quella dello Ior. Lì la propaganda che parlava di rivoluzione, trasparenza, pulizia era in atto da anni, dai tempi di Benedetto XVI. Tutti raccontavano di una dinamica inarrestabile di adeguamento agli standard internazionali. Invece…

Allo Ior è ancora in atto un enorme scontro di potere. E a governarlo sono stati messi personaggi controversi, come Joseph Zahra e Jean-Baptiste de Franssus. Soprattutto Zahra, finanziere maltese di un paese fino al 2010 considerato paradiso fiscale. A maggio Zahra aveva chiesto al papa il permesso di aprire per conto del vaticano una Sicav (una società d’investimento a capitale variabile) in Lussemburgo. Intendeva così gestire più liberamente i miliardi dello Ior. In un paese, per di più, che presentava indubbi vantaggi dal punto di vista fiscale. Il progetto era stato approvato dal Consiglio di sovrintendenza della banca, ma poi è stato bloccato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dal papa in persona. Poi c’è Renè Brulhart, capo dell’Aif, che ha sottoscritto un accordo di gentleman agreement con la Banca d’Italia sulla trasparenza; nonostante ciò, si scopre che sono ancora aperti presso lo Ior un centinaio di conti intestati a laici che non dovrebbero averlo. E in ogni caso nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti negli ultimi anni. Migliaia di posizioni che restano misteriose; capitali che, contrariamente alla favoletta della trasparenza, non sappiamo dove siano andati. Si sospetta in parte in Germania, dove le autorità antiriciclaggio sono assai deboli rispetto a quelle di altri Paesi europei e della stessa Uif italiana. Se poi si aggiunge che lo Ior ha chiuso il 2014 realizzando utili per circa per circa 70 milioni, ma che i 4 fondi istituiti presso lo Ior che dovrebbero fare beneficienza non hanno praticamente mosso denaro, il quadro si fa ancora più desolante. Anche perché l’unico fondo che ha fatto un po’ di beneficienza è il “fondo missioni”, che negli ultimi due anni ha stanziato solo 17mila euro!

Questo scandalo esplode a pochi anni di distanza dal precedente. Oggi il re, cioè la Chiesa gerarchica (e forse anche il papa), è di nuovo nudo. E rivestirlo per l’ennesima volta non sarà facile. Cosa pensi succederà ora nella Chiesa?

Sono un sostenitore del papa, di cui ho grande fiducia. Ne vedo i limiti ma anche la grandezza. Spero quindi che il mio libro permetta a Francesco di avere le mani più libere. I fatti raccontati nel mio libro in tanti forse li intuivano, alcuni li sapevano, ma ora tutti hanno la possibilità di verificarli. Tanto più che ad una settimana dall’uscita delle anticipazioni sul mio libro non c’è stata una smentita, nemmeno su qualche aspetto secondario dell’inchiesta. Tutto ciò consentirà – almeno è ciò che auspico – al papa di agire in maniera più rapida ed incisiva. Anche perché ora c’è un’opinione pubblica che comincerà ad esigere reali cambiamenti. Assai più che in passato. E al Vaticano non basteranno più intenzioni, dichiarazioni, gesti simbolici come l’apertura delle docce per i barboni. Tutte cose assolutamente utili, ma che diventano propaganda se non sono accompagnate da reali scelte che la Chiesa è chiamata a fare a favore della trasparenza e in ultima analisi per chi ha veramente bisogno.

Credo insomma che a maggior ragione dopo il mio libro Francesco, assieme con alcuni uomini che sono al suo fianco, a partire dal segretario di stato Parolin, potrà avviare un’opera riformatrice ancora più decisa.

micromega.com (10 novembre 2015)

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