La bellezza di un sorriso

di Giovanni Puglisi.

Si dice sempre che l’ultima immagine della foto di una persona è quella che rimane più impressa nella memoria di chi la guarda, perché ne suggerisce la personalità. La fissità dell’insieme ne traccia il quadro: l’ultima posa, l’ambientazione, l’ultimo gesto, l’intensità o meno dello sguardo, l’espressione del volto. Se la linguistica, identifica e interpreta un messaggio affidato a un codice da parte del destinatario che è a conoscenza del codice, la fotografia allora ne decodifica il linguaggio e ce ne “svela” la storia.

Ci piace ricordare così, con l’ultima immagine del suo sorriso, l’amico, da poco scomparso, Puccio Corona.

Ci ha lasciati nel pomeriggio del 31 dicembre del 2013. Anno in cui se ne sono andati numerosi personaggi del mondo dello spettacolo, della musica, della politica, della letteratura, del teatro, dello sport, dell’impegno sociale e civile e della storia dell’umanità.

La notizia di Puccio mi ha sorpreso. Avevo saputo dalla moglie che era ricoverato in ospedale, ma mai ci saremmo immaginati che le condizione avrebbero fatto temere il peggio.

Con Elvira, un po’ per distoglierla dalla costante apprensione delle sorti del marito, fino a qualche sera prima c’eravamo messi a parlare per quasi un’ora di teatro, della grande passione che ci accomuna, senza escludere l’idea di una futura collaborazione alla lavorazione di un testo teatrale. Dell’esigenza di studiarne nuove forme e ricercarne nuovi linguaggi. Ma credo che la sua grande dignità le imponesse di non far trapelare quella che era la sua più grande paura: di rimanere senza il suo compagno. Allora, qualunque argomento che potevi suggerirle sarebbe stato sufficiente per esorcizzare tale terrore.

Anche per questo la notizia mi ha sconvolto. Proprio mentre quasi tutti i notiziari nazionali avevano monopolizzato l’attenzione sulle condizioni cliniche dell’ex pilota di formula Uno Michael Schumacher, e di un intero paese che si apprestava ai festeggiamenti di fine anno, una commossa e balbuziente Bianca Berlinguer chiudeva l’edizione serale del suo TG3 con la notizia della scomparsa di Puccio.

Il sorriso di Puccio è l’ultima immagine che ci rimane di lui e, chissà forse anche a chi l’ha conosciuto, attraverso le sue note “creature” televisive, ai suoi servizi giornalistici da inviato per il TG1 e alla conduzione dello stesso telegiornale.

Parlare della sua carriera giornalistica toccherebbe ai più titolati, agli amici più intimi e ai colleghi più vicini con il quale hanno condiviso il suo lungo percorso, partito da Catania (1976) per giungere a Roma (1985), e immergersi dentro quella giungla che era la redazione giornalistica e televisiva del primo canale RAI, lottizzata dai partiti democristiano-socialisti prima e della colonizzazione berlusconiana dopo. Se ne andò in pensione lo stesso anno della morte del fratello Vittorio, altra grande figura del giornalismo italiano, ma la passione del mestiere non l’ha mai fatto desistere dall’impegno. Idealisticamente, non si smette mai di essere giornalisti.

Ho conosciuto personalmente Puccio molto tardi, ad una Conferenza sulla libertà di stampa, organizzata nel maggio del 2010, dal nostro collettivo di ALTRiTALIA, insieme all’associazione dei Giuristi democratici di Padova.

Al nostro invito rispose subito di sì e con entusiasmo e senza chiedere niente dal punto di vista logistico.

Al suo arrivo, accompagnato dalla bella e dolce moglie Elvira, percepii immediatamente che chi mi veniva incontro non era il classico altezzoso giornalista arrivato, specie se era dal tg nazionale, ma una persona semplice, gentile, con lo stesso sorriso dal volto umano col quale porgeva le notizie, ma col peso degli anni che si erano accaniti sul suo fisico. Per me non era stato conoscere un estraneo, ma rivedere un amico. La sua semplicità nel discorrere e relazionare durante la conferenza era come sentire parlare di un uomo con la sua storia. Ci fermammo a chiacchierare per ore dopo la manifestazione e l’indomani, poco prima del suo ritorno nella capitale. La sua compagnia e quella di Elvira non mi bastavano mai, perché mi trasmettevano una tranquillità e una serenità di chi aveva dato tanto, di chi aveva fatto la propria parte, ma per nulla sazio di rivolgere in altri spazi il proprio impegno. La mia fame di aneddoti, dei retroscena e delle sue vicissitudini non si placavano mai, tanto che con la complicità di Elvira ci balenò l’idea di improntare una sua “anomala” biografia da scrivere e pubblicare. Non se ne fece poi nulla. Gli impegni di entrambi ci distolsero da quell’insano proposito.

Forse è stato meglio così. Lascio ad altri più qualificati di me ripercorrere le tappe del suo percorso giornalistico e di quello che una persona bella e onesta come Puccio Corona abbia dovuto continuamente confrontarsi.

A noi piace ricordarlo così, col sorriso che lo ha sempre contraddistinto, dal volto pulito, sereno ma fermo, lucido e gentile.