Italicum, stravince la macchina da guerra di Matteo Renzi

di Marco Damilano.

Con questo voto di fiducia nell’aula di Montecitorio si è visto lo specchio del Parlamento futuro: un gigante che si espande nell’emiciclo con tanti nanetti intorno. Gli oppositori del premier prigionieri di un incantesimo.

 Italicum, secondo giorno. Nell’aula di Montecitorio va in scena per tutto il giorno lo psicodramma del Pd, c’è chi vota si ma dissente (gli ulivisti Franco Monaco e Sandra Zampa), chi vota si per dire no, chi vota si ma ammira chi non vota (il giovane Enzo Lattuca), chi non vota, chi è per il no ma anche per il si… Il risultato, largamente prevedibile, è che nel gioco dello scavalco e delle rivalità stravince ancora una volta la macchina da guerra di Matteo Renzi. Passa la prima fiducia, domani si ricomincia.

I si sono 352, più seggi di quanti ne avrebbe alla Camera il partito vincitore con il premio previsto dall’Italicum, 340. Per dire che questo Parlamento eletto con il Porcellum nel 2013 che ora sembra lontanissimo è già lo specchio di quello che sarà il Parlamento futuro. Un gigante che si espande nell’emiciclo con tanti nanetti intorno. E se la presenza di un forte partito di governo è il frutto buono della nuova legge elettorale, in continuità con la storia dell’Ulivo e del Pd, l’impossibilità di vedere all’orizzonte uno schieramento alternativo ne è il frutto avvelenato. “A noi della legge elettorale non frega nulla”, ha detto il capogruppo della Lega Massimiliano Fedriga ed è la verità.

Con l’Italicum mai la Lega sarà messa alla prova del governo nazionale, come avvenne invece nel 1994 con il Mattarellum. Mai qualcuno chiederà conto a Matteo Salvini di mantenere una promessa elettorale che sarà puramente irrealizzabile perché non finalizzata al governo ma al mantenimento dell’egemonia nel campo dell’opposizione, come faceva il vecchio Pci negli anni Cinquanta. Lo stesso vale per il Movimento 5 Stelle: in fondo il movimento è naufragato quando si è proposto come forza di governo, quando Beppe Grillo è andato un anno fa da Bruno Vespa per vincere le elezioni europee. Una volta liberato dalla condanna di rendere conto delle sue posizioni si è consolidato su un venti per cento che è moltissimo per chi si oppone e pochissimo per chi si candida a governare.

La notizia più importante della giornata, da questo punto di vista, sono le voci di vendita del Milan e di Mediaset che arrivano dal cuore dell’ex Impero berlusconiano. La dismissione dei gioielli di casa Arcore mentre Forza Italia, non solo il Pd, si spezza alla Camera, con Brunetta che parla di fascismo renziano, la Gelmini che si dissocia, i verdiniani che forse organizzano il soccorso azzurro nel segreto dell’urna, è un altro segnale che un’epoca è finita.

“Fatte le riforme strutturali la questione diventa: quale visione strategica per i prossimi venti anni?”, ha scritto questa mattina il premier nella sua mail. Ecco definito l’orizzonte temporale del renzismo e la portata della riforma elettorale che sarà approvata la settimana prossima. Un ventennio vale bene una fiducia parlamentare e una lacerazione del Pd. E la riforma della Costituzione, con il Senato mai più elettivo? Difficile che passi in seconda lettura a Palazzo Madama con un quadro politico disastrato.

“Siamo preoccupati”, ammette un renziano di stretta osservanza. “Andremo a votare con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato”, prevede il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini. Ma il governo potrebbe anche estendere per decreto la nuova legge elettorale anche al Senato. Fantapolitica? Ma anche il voto di fiducia sulla legge elettorale sembrava impossibile, fino a oggi. E il consenso resterà dalla parte del premier fino a quando Renzi potrà continuare a dire: chi vuole fermarmi è un conservatore che appartiene al passato. Fino a quando gli oppositori di Renzi resteranno prigionieri di questo incantesimo.

Da L’Espresso.it  – 29 aprile 2015