Italia avvelenata: Sardegna e il poligono della morte

di Maria Luisa Randazzi.

Probabilmente prima della trasmissione di Rai 3“ Presa di Diretta” a cura del giornalista di inchiesta Riccardo Iacona del 3 febbraio scorso, la maggior parte di noi ignorava che il 65% dei pastori nei dintorni del poligono militare del Salto di Quirra in provincia di Cagliari, è malato di leucemia. Sotto accusa, sono le “polveri di guerra” che lasciano sul terreno i proiettili di artiglieria e i razzi esplosi, bombe che si teme contengano anche uranio impoverito e nello specifico il famigerato torio comprovata causa di tumori che hanno colpito diversi decine di civili e di militari residenti nell’area in questione o che vi hanno soggiornato per un certo periodo di tempo. La vicenda del poligono di Salto di Quirra ha origine oltre cinquant’anni fa.

VVV

Il 1956 è un anno citato nei libri di storia contemporanea per la rivolta ungherese o per l’eccezionale nevicata che ne caratterizzò l’inverno. Nessun libro di storia racconta però che quello stesso anno venne inaugurato uno dei poligoni militari più grandi d’Europa, forse il maggiore per estensione, considerando la parte sul mare: il poligono di addestramento e sperimentazione interforze del Salto di Quirra.
Quello del “Salto di Quirra” è il poligono più grande d’Europa, “fiore all’occhiello” delle forze armate italiane: ma non viene usato solo dai soldati, viene anche dato in affitto alle varie multinazionali delle armi, che lo usano come palestra per fare esperimenti, test, collaudi, come show-room per vendere armi, per far vedere come funzionano bene razzi e missili.
Dopo la diffusione, negli scorsi anni dei dossier da parte dell’Azienda Sanitaria Locale di Cagliari, esplode in Sardegna il caso della c.d. “sindrome di Quirra”: allevamenti in pericolo, agnelli deformi, pastori che sono deceduti o stanno morendo di leucemia.

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I risultati delle analisi effettuate sono stati variamente commentati dalle autorità militari e istituzionali, di solito con intenti riduttivi. È sempre stata negata la presenza di uranio impoverito nelle aree dei poligoni e in quelle circostanti. Si è sottolineata piuttosto la presenza naturale di arsenico, come possibile causa delle patologie riscontrate, ovvero altre cause naturali, legate all’ambiente o a caratteristiche genetiche della popolazione.
Molte istanze dei comitati e dei movimenti politici indipendentisti, nonché il materiale raccolto da studiosi e comitati di cittadini, sono stati utili nella campagna avviata nel 2005 dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru per rivendicare la chiusura o il ridimensionamento delle basi militari e delle aree sottoposte a servitù.
Tale azione politica non ha però avuto alcun riscontro, infrangendosi sulla cogenza prioritaria dell’interesse nazionale italiano, sopra ordinato rispetto a qualsiasi esigenza o interesse di una “limitata” area popolata ( o meglio spopolata) da semplici pastori o greggi di pecore con la miopia di non rilevare che i prodotti di quella terra arrivano direttamente sulla tavola degli italiani e che questi veleni entrano nel ciclo della vita.

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L’aspetto aberrante e indegno di un paese che vuole definirsi civile è l’opera sistematica con cui si vuole negare l’evidenza. Il 20 febbraio prossimo, dopo le pressioni di un’opinione pubblica incalzante, le indagini giornalistiche e scientifiche di esperti, le numerose e coraggiose denunce da parte dei familiari delle vittime, vi sarà la sentenza definitiva di un processo che si è cercato nel corso del suo svolgimento di fermare con le tesi più assurde. Oggi l’opera di informazione e di denuncia è giunta a un punto di non ritorno e rimane la speranza in una sentenza esemplare che per la prima volta anteponga il bene primario della salute agli interessi di una lobby militare che nel nostro paese si rivela essere forte più che mai.