INTERVISTA. «Mio fratello Che Guevara, se fosse vivo lotterebbe ancora al posto giusto»

di Maurizio Di Fazio.

Colloquio con Juan Martin, il più giovane della famiglia del Comandante. «Molte delle cose per cui Ernesto ha combattuto non sono state ancora realizzate, è per questo che i giovani continuano ad adottarlo: sentono forte e urgente il suo esempio, il suo insegnamento teorico e di vita».

Questa è la storia di un uomo, un  compañero che la Storia la porta nel nome. Nel sangue. Di suo fratello, un certo Ernesto “Che” Guevara, crediamo di sapere tutto. La nascita a Rosario, in Argentina, nel 1928. L’asma che lo tormentò per tutta la vita. L’amore per lo sport e per la natura. La laurea in medicina. Il giro epocale dell’America Latina sulla Poderosa II insieme ad Alberto Granado. “Bisogna essere duri senza mai perdere la “tenerezza”. I poster col suo ritratto iconico (barba, basco con la stella rossa e sguardo ardente) nelle camerette dei giovani di ogni tempo e di tutto il mondo. Il sogno di una rivoluzione pan-latinoamericana e terzomondista. Il romanticismo e le armi. Il Machu Picchu, i campesinos, la cacciata di Batista e la revoluciòn; la nomina a ministro dell’industria, il rapporto complesso con Fidel. E poi l’improvvisa scomparsa dai radar della politica ufficiale; il ritorno alla guerriglia, in Zaire, e in Bolivia, dove nell’autunno del 1967 trovò la morte.

“Il giorno in cui mio fratello venne assassinato, pensai tre cose contemporaneamente. Primo: ho perso il mio punto di riferimento politico. Secondo: non c’è più mio fratello. Terzo: finisce oggi il sogno di una rivoluzione in America Latina” ci racconta Juan Martin Guevara, classe 1943, il fratello più piccolo del comandante Che Guevara, in Italia per una serie di incontri e conferenze.

Juan Martin Guevara, il fratello più...
Juan Martin Guevara, il fratello più piccolo del comandante 
Che Guevara

La prima volta che Juan Martin vide Cuba fu il 6 gennaio del 1959, poco dopo l’entrata trionfale all’Avana dei barbudos. Aveva 15 anni e mezzo e suo fratello il Che lo aveva fatto venire in fretta dall’Argentina, insieme al resto della famiglia, perché non perdessero questo appuntamento con la leggenda di una piccola nazione tropicale che si innalzava al centro del palcoscenico.

Juan Martin Guevara presiede l’associazione “Por las huellas del Che”, «Una Ong che si prefigge di diffondere il pensiero di mio fratello fuori dai confini nazionali, a partire dai suoi scritti “minori”. Cerchiamo inoltre di setacciare tutte quelle associazioni ed enti che a loro volta si prodigano per veicolare le sue idee». Pochi giorni fa Juan Martin è stato ospite alla Camera dei deputati, “lo abbiamo portato sul tetto di Montecitorio, da lì con lo sguardo si domina tutta Roma – rivela Gianni Melilla, deputato di Sel -; ma Juan si è subito girato verso la Basilica di San Pietro. Voleva vedere dove sta il papa”. Con altri mezzi e in una diversa epoca, un altro rivoluzionario.

Incontriamo Juan Martin Guevara a Pescara, a margine di un convegno affollatissimo organizzato dal partito di Vendola. In platea tanti quindicenni e ventenni. Se il Che vivesse ancora, e fosse su Facebook o Twitter, avrebbe un numero impressionante di followers. E chissà cosa penserebbe del sogno infranto delle primavere arabe, o di Syriza, o dei black block: “Chi sono i black block?” ci chiede Juan.

Caro Juan Martin, che rapporto aveva con suo fratello Che Guevara?
“Ero un bambino, lui aveva quindici anni più di me. Ernesto viaggiava molto: ero il più piccolo dei suoi fratelli, e così lui mi raccontava quello che vedeva nei suoi lunghi spostamenti. Quando sono diventato adolescente e ho cominciato io stesso a fare militanza attiva, il nostro legame è maturato: oltre che un fratello, è diventato anche un fondamentale referente politico e culturale”.

Cos’era, per il Che, la famiglia? Il vostro era un nucleo familiare largo, anzi, allargato. Per esempio rimase sempre in contatto epistolare con sua zia Beatrice.
“Il suo rapporto con noi era talmente stretto che quando si iscrisse alla facoltà di Ingegneria, e nonna Ana si ammalò, lui decise di lasciarla subito per rientrare a Buenos Aires, dove si segnò a Medicina”.

Quali sono i ricordi più vivi che ha di suo fratello?
“Forse quelli che vanno dal 1959 al 1961: anni di impegno politico acceso e di dialogo, ormai, tra persone adulte”.

Di cosa parlavate quando eravate insieme?
“Per lo più discutevamo di politica internazionale, di Cuba. Mi chiedeva soprattutto della situazione in Argentina”.

Che tipo era, visto da vicino? Jean-Paul Sartre lo beatificò in questi termini: “Non era solo un intellettuale, era l’essere umano più completo del nostro tempo”.
“Mio fratello era un tipo franco e diretto. Una caratteristica, questa, nel dna della nostra famiglia. Inoltre possedeva una smagliante mente scientifica. Nei suoi anni da ministro dell’industria chiamò a lavorare con lui un matematico spagnolo rifugiato in Urss: sotto la sua gestione, fu costruito il primo computer dell’America Latina…”.

Il mito di Che Guevara prosegue inarrestabile, e probabilmente non morirà mai. Come nasce e si tramanda, di nuova generazione in nuova generazione?
“Molte delle cose per cui il Che ha combattuto non sono state ancora realizzate, è per questo che i giovani continuano ad adottarlo: sentono forte e urgente il suo esempio, il suo insegnamento teorico e di vita”.

Potrebbe rinasce un nuovo Guevara?
“Non solo è possibile, ma è necessario che vengano al mondo nuove figure che portino avanti i suoi ideali”.

Anche lei a un certo punto ha scelto la strada della politica attiva.
“Sono stato un fervente militante socialista negli anni sessanta e settanta. A scuola, e all’università, anche se io non ero certo un tipo da libri, ma semmai da strada: sono stato un camionista, un sindacalista, e via dicendo”.

Cosa ha pensato quando Raoul Castro e Obama si sono stretti la mano?
“Tutto il mondo adesso è capitalistico, e quindi non si può accusare Cuba di aver voltato le spalle al socialismo. Quest’Isola desidera solo una cosa giusta e legittima: che sia rimosso l’embargo”.

Dove sarebbe oggi suo fratello, Ernesto “Che” Guevara?
“Sicuramente sarebbe e lotterebbe nel posto giusto, dove prosperano le più grandi ingiustizie”.

Da L’Espresso.it – 11 maggio 2015