IL TUO ZAHIR

di Alemar.

– Dimmelo ancora…
La pioggia cadeva leggera, dalla finestra semi aperta ne arrivava il ticchettio quasi regolare, e il profumo, intenso, era quello della polvere della terra bagnata. Affondò il viso nell’incavo del suo braccio.
– Dimmelo ancora..
Una cantilena, forse un mantra. Partì da lontano, come pensiero flebile che poco per volta cresce e si fa concetto. E scava come la goccia che cade perpetua.
– Sei il mio Zahir, s e i i l m i o Z a h i r…
Da piccolo gorgoglìo tra le sinapsi, fino alle corde vocali della sua gola.
-Parlami ancora dello Zahir, mi piace quando me lo racconti.
La mano affondata tra i suoi capelli, a districare nodi dispettosi e spirali irriverenti. Il palmo aperto sulla nuca, il profilo di lei appoggiato al petto, cullato dal ritmo del calmo saliscendi del suo respiro regolare.
Gli occhi chiusi, e sotto le palpebre il colore dell’attesa, e dell’amore per l’attesa.
Le parole arrivarono come arriva una marea, lenta e prevedibile. Amava sentire la modulazione della sua voce, il tono calmo e sicuro, il timbro chiaro e limpido.
Affondò in un respiro lungo, annusando frammenti di pelle e di emozioni appena consumate.
E il racconto partì, come una canzone nota, ma mai cantata.
– Ho letto in un libro di Coelho, che lo Zahir è un pensiero che all’inizio di sfiora appena, e poi finisce per essere la sola cosa a cui riesci a pensare.
Chiuse gli occhi marcando la carezza sulla nuca, tra i riccioli morbidi.
– Alina, tu sei il mio Zahir.
Lei si rannicchiò nella sua presa, come una gatta ruffiana e dolcissima, sfiorando con la punta del piede tutta la linea della sua gamba, fino al ginocchio; come un compasso.
La pioggia continuava a scendere lieve, rendendo la calura delle ore più basse del tramonto, decisamente più sopportabili. La morbidezza che nasce nel calore di un’abbraccio di donna, non ha confronti. Soprattutto quando la donna è uno Zahir.
– Ora che sono il tuo Zahir, che succede?
Sorrise, quasi divertito. Stava parlando con la bimba dispettosa che viveva in lei.
– Non succede niente. Che dovrebbe succedere?
Il bianco dei denti liberati nel sorriso appena accennato, risaltava come una silhouette nel controluce della finestra. Ne respirò il respiro, lo riconobbe familiare per i tanti baci.
– Se sono uno Zahir e non succede niente, è come se io fossi una donna come tante altre, non credi? Se invece io sono uno Zahir, ci sarà pure una differenza tra me, e tutto il resto dell’universo femminile.
– Quando una donna diventa uno Zahir, smette di essere soltanto una donna. Diventa una forma di tormentato piacere. Sei tante cose, e tra le tante, sei anche questo.
Un lampo squarciò il cielo illuminando la stanza; solo il tempo di aggrapparsi a lui e per non cadere nella sua paura infantile, e il tuono li raggiunse, roco e profondo. La pioggia aumentò. Lui la strinse a sé, riconoscendo il suo timore. Le morse il braccio, e poi la baciò dove il calco dei denti segnava la pelle.
Strinse l’abbraccio, sentendola farsi ancora più morbida tra le sue braccia.
– Dai, è solo un temporale, rilassati.
– Piove sempre così tanto qui da voi?
– No, è insolito in questo mese. In effetti i temporali non sono mai così numerosi, è solo una stagione bizzarra. Oppure sei tu che hai corrotto il dio meteorologico, chiedendogli il tempaccio, così rimaniamo a letto per diversi giorni?
– In effetti ci avevo pensato, ma non credo di aver bisogno di arrivare a tanto per convincerti a rimanere nel letto con me..
E nel dirlo, si era avvicinata accavallando un poco la gamba, quel poco che bastava per farle sentire il pube caldo contro la pelle. Riconobbe il calore felino e serrò il muscolo, strofinandolo contro.
– Ti ricordi la prima volta che siamo stati da te, in Italia? Abbiamo passato tutto il tempo a letto. A fare l’amore e a parlare, a rifare l’amore e a riparlare.
– Lo so, lo ricordo. E’ stato dopo quello.
-E’ stato dopo quello cosa?
-E’ stato dopo quello che ho capito che eri diventata il mio Zahir.
– Sono diventata il tuo Zahir solo perché sono brava a letto?
Nel domandarlo si era tirata su, sui gomiti, guardandolo con la bocca un poco aperta.
Ecco.
Quando lo guadava così, con la trasparenza calma e innocente dentro il nero più cupo, lo disarmava. Poteva diventare più torbida della notte, ma dentro serbava ancora quell’ingenuità e quella pulizia che lo avevano portato a perdersi. Lei era così, bianca e nera quasi nello stesso momento. Convivevano dentro quell’anima gentile, la calma di una distesa di erba spettinata dal vento, e la tumultuosità di una bufera di neve in alta montagna. Il tao perfetto. Per questo era così irresistibilmente bella. Per le sue incredibili e improbabili diversità.
– No Alina, non è per questo. E’ per tutto il resto. Per tutto quello che c’è stato dal primo bacio dopo quell’improbabile saluto con un piede fuori dall’auto, e quei due giorni a casa mia, in Italia. E forse per tutto ciò che c’è stato anche prima. O forse ancora, per quello che prima non c’era stato, se non sotto forma di desiderio, tenuto al caldo per mesi. Ecco, credo sia così.
Lei non disse nulla, semplicemente dondolava morbida tra le parole. Ricordava i momenti descritti nei minimi particolari, e ne riviveva i frammenti come se fossero fotogrammi impressi nella sua memoria. Ne serbava colori e sapori, come un tesoro a cui attingere nei momenti lontani di solitudine, quando la mancanza di lui mordeva forte e non lasciava spazio che a malinconiche rivisitazioni oniriche. Stava bene, quella sensazione nata piano, le piaceva. Le piaceva davvero tanto.
Sentì la sua mano carezzarle piano la testa, scendere sulla nuca per disegnare con la punta del dito, la parola Zahir, sulla spalla. Non si era neppure reso conto di averlo fatto. Lei si.
– Cos’hai scritto?
– Ho scritto qualcosa?
– Si, hai scritto qualcosa. Hai scritto Zahir..
– Davvero? Non me ne sono neppure accorto, non è stato un gesto condizionato, è nato da sé, davvero.
Si stupì, perché era stato proprio così. Lo aveva fatto senza pensarci.
– Sai – e si tirò ancora su sulle braccia per poterlo guardare meglio in viso – ho un regalo che voglio farti. In realtà è un regalo per entrambi. Ci stavo pensando da un po’.
– Che regalo?
– Voglio che tu scelga un simbolo, un modo, insomma qualcosa che stia sul mio corpo e ne indichi la cessione a te. Voglio che il mio corpo parli, dicendo che sono tua. Decidi tu cosa, non ci sono divieti. Mentre lo guardo o lo guardi, voglio sentire che ti appartengo. Che sono tua, come io sono per te lo Zahir.
Lui si mise seduto sul letto, il lenzuolo copriva metà del suo corpo. La guardò, tra l’incredulo e il divertito. Non capiva se effettivamente parlava sul serio o era un gioco. Poi si perse nuovamente nel suo sguardo, e il sorriso senza malizia gli disse che non era uno scherzo, si trattava di un pensiero ben meditato, e soprattutto di un dono fatto col cuore, per mezzo di un amore che le traspariva dagli occhi e si rifletteva nei suoi. Era un modo per dire quanto fosse forte e importante per lei, quel legame.
– Tu sei tutta matta…
E ne approfittò per baciarla.
– Si, questo sarà anche vero. Ma è anche vero che non ho mai portato addosso i segni o i simboli di nessuno. Se con te ho deciso di farlo è solo perché lo sento profondamente dentro.
La guardò con tutta la tenerezza di cui si sentiva capace, sentendosi orgoglioso di aver preso uno spazio così rilevante nella sua anima. Sapeva che l’eco di quelle parole sarebbe rimasto dentro entrambi con un riverbero lungo, sulla stessa nota musicale.
– Ti sembra una cosa stupida?
Si era fatta piccola piccola nel dirlo.
– Mi sembra una cosa bellissima, e mi piace. Ci penserò; penserò a cosa meglio potrà simboleggiare la nostra storia, il nostro stare insieme. E poi decideremo insieme se andrà bene.
– Qualsiasi cosa tu decida, io la farò. Questo è il vincolo che ci unisce in questo gesto. Questo è il vero significato.
La strinse ancora a sé, e accarezzò il profilo della sua schiena, fino a dove il muscolo lombare diventava gluteo. E in quella morbida rotondità, ad occhi chiusi, lui rivide e sfiorò la duna rossa, che arrivava all’oceano.
Lei si adagiò piena sul suo corpo, affondando il viso e la bocca nel suo collo. Si riempì le narici del suo profumo, cercando di impregnare pelle con pelle. Liberò la lingua e seguì il profilo, tracciando a saliva la sua voglia e il suo desiderio. Sentì il primo gemito, al quale rispose con altri baci, con altri sussurri umidi e caldi. Ne seguirono altri, e poi altri ancora. I corpi avevano già cominciato a danzare l’uno addosso all’altra, cercando di guadagnare centimetri inesplorati. Non esistevano più barriere o confini, esisteva un unico desiderio, che come una sfera sonora, dondolava tra di loro, seguendo la linea delle loro curve sempre in movimento.
La prese per i fianchi, perché sapeva che amava sentirsi preda. Le fece sentire la decisione nel polso, e la aiutò a spostarsi su di lui, per combaciare lungo tutta la sua lunghezza.
Poi lei emerse tra i riccioli spettinati, con un sorriso grande e aperto a tutte le ipotesi di quel loro frammento di vita.
La pioggia continuava ad essere la colonna sonora di quell’angolo d’Africa al tramonto. Alina cominciò a sentire nel ventre, quel languore morbido e felpato, tipico del desiderio quando cresce e prende forme sempre più definite. Nel suo caso, il desiderio era per un uomo silenzioso ma attento; con grandi emozioni dentro l’anima, senza più la capacità di lasciarsi andare in balia di quelle onde da tempo sopite.
Forse, ora che aveva raggiunto lo Zahir, poteva riprovare a chiudere gli occhi, abbandonandosi alla corrente del fiume che da troppo tempo, non navigava più.
Lei si tirò un po’ più su, descrivendo nuove mappe sulla sua pelle, mordicchiando e sorridendo. Ancora e sempre.
– Non mi hai mai detto che mi ami.
Glielo aveva sussurrato tra un bacio e l’altro, mentre lui giocava con la sua schiena dalla pelle ambrata, rubandole calore.
– E’ vero, non te l’ho mai detto. Ma ti ho detto ben di più; ti ho detto che sei il mio Zahir.
La prese come una vittoria sincera, una piccola conquista verso il suo cuore. Non ci mise molto a trovare la sintonia giusta. Lo guardò negli occhi. Sorrise. Poi cercò il suo sesso già pronto, e con un movimento lento del bacino, lo inghiottì.
Lo sentiva pulsare dentro di lei, sentiva le sue pareti dilatarsi ogni volta che si muoveva. Rese lento il movimento, fino quasi a fermarsi.
E poi lo guardò negli occhi, per rapire quelle emozioni a cui non sapeva dare voce, e a quelle emozioni parlava con il suo guardarlo, con il suo mostrare nel volto il disegno del piacere che poco per volta avanzava. Ad ogni spinta un sussulto, un fremito. Che dal ventre arrivava agli occhi neri, bagnati di voglia. Liquidi di piacere puro.
Con le mani appoggiate sul suo petto, sentiva quel corpo sotto di lei, formare il calco dentro l’umido del suo piacere. E poi si lasciava andare, lasciava a lui il ritmo che più preferiva. A lei piaceva sentirsi completamente presa, quel combaciare di corpi, quell’incastro al limite della possibilità fisica, le induceva una scossa che la faceva rabbrividire. Ogni volta che lui spingeva, lei saliva un gradino in più verso il paradiso; e quando spingendo la prendeva per i fianchi, sentiva sciogliersi tutto ciò che dentro, possedeva ancora una forma. Diventava in quel modo, in quella danza, il suo naturale proseguimento, come se fossero parte della stessa forma, come se i corpi, fondendosi nel reciproco darsi, diventassero un’unica entità.
Buttò la testa all’indietro, lasciandosi domare, e in quel susseguirsi di rincorse, sentì l’orgasmo salire, arrivare da lontano, e infine travolgerla, completamente. Totalmente. Fino ad accasciarsi sul suo corpo, con il viso trafelato di piacere, sudato, sorridente e stropicciato tra i capelli che si appiccicavano come la cornice di un quadro astratto.
Le contrazioni muscolari rallentarono, lasciandola felicemente sfatta nel corpo e nell’anima. Capitava che a volte, provasse un senso di nausea, dopo l’amore. Ma spariva quasi subito, lasciandola pronta a nuove fantasie.
Si adagiò sul suo petto, respirando la sua pelle, e i loro sudori mescolati. Amava ascoltare il cuore che fermava la sua corsa, era una dolce ninna nanna, che la calmava e la rendeva piena di lui.
Poi cercò il suo sguardo, per dire al suo silenzio, che lo amava, lo amava profondamente.
– Ho notato che quando facciamo l’amore, ogni volta che apro gli occhi, mi stai guardando.
– Perché mi piace guardarti. Sei bellissima, è bellissimo guardarti godere. Sei così…sei così tu.. naturale. Sei come ti sento. Vera, e libera. Il tuo piacere è bello, anche da guardare.
Rimasero in silenzio per un po’, sfiorandosi in punta di dita dove la pelle e la posizione lo permettevano. Poi si sdraiò accanto a lui guardando un punto imprecisato sul soffitto, stendendo le gambe un poco indolenzite. Sentiva il suo seme colarle sulla pelle. Ne percepiva la differente temperatura.
Non parlarono. Continuarono ad ascoltare la pioggia che non smetteva di cadere. Dei tuoni non rimaneva che un debole e lontano lamento.
Poi lui ruppe il silenzio.
– Cosa senti, cosa vivi in quel momento? Sapresti descriverlo a parole?
– Il mio piacere… se dovessi descrivertelo, potrei paragonarlo ad uno tsunami. Ossia, quando l’orgasmo arriva, è devastante. E’ un po’ come voltarsi di spalle e vedere dietro di te un ‘enorme onda, che travolge tutto. E copre, cancella. Però non in senso negativo!
Sorrise coricandosi sul fianco. Lui come uno specchio, fece altrettanto. Cominciarono a parlare fitto fitto, con le bocche così vicine da percepirne il tiepido del respiro.
– E poi è come perdere per un attimo il contatto con la realtà del presente, esiste solo quello, SONO solo quello. Puro piacere. Quando lo tsunami passa, rimane il silenzio. Rimango ferma, a guardare la potenza che mi ha appena travolta. E attendo.
Sorrise chiudendo gli occhi, consapevole che lui la stava guardando.
– Cosa attendi?
– Attendo il prossimo tsunami!
– Ma ne hai appena vissuto uno..
– E’ vero, ma vedi, non so dirti se funziona così solo per me o è uguale per tutte le donne. Arriva lo tsunami, e la sua portata è devastante. Poi cala il silenzio. Mi fermo sulla spiaggia a guardare ciò che si è lasciato dietro, e poco per volta, vedo il mare incresparsi, come se la brezza si alzasse fino a gonfiare le onde e a farne schiuma sulla cresta.
Lo stava raccontando sempre ad occhi chiusi, mentre la mano di lui, cercava di ricostruire il disegno della sua fantasia. Immaginando cosa in lei, prendesse forma in quel momento.
Accostò la mano tra le sue cosce, e le trovò caldissime, e bagnate. Il sesso al suo tocco, era già schiuso e pronto, e lui riconobbe il gonfiarsi dell’onda che stava arrivando.
Lei ebbe un sussulto, e si lasciò aprire dalle dita gentili e decise. Capaci di arrivare dove il piacere aveva il suo apice. La guardava mentre la toccava, e ascoltava la voce farsi roca, spezzarsi tra i sospiri..
– Ecco, hai capito perfettamente, è così. Io ora sono seduta sulla spiaggia, e guardo montare la marea. Le piccole onde, diventano poco per volta grandi onde, alte e spumose. Il livello del mare si alza, ed io con lui..
Affondò adagio nel suo piacere, che copioso gli copriva le dita, si sentiva eccitato nel trovarla già così pronta, così tremante sotto il suo frugare vorace. Scavava come se fosse roccia, dentro la quale si trovava incastonata una pietra rarissima e preziosa. Lei spingeva il bacino verso la sua presa, si lasciava aprire, perché quella era l’unica mano che custodiva la chiave. Il forziere segreto, nascosto nel mare.
– E poi le onde crescono, e diventano marea, alta, altissima marea… e poi ti volti, guardi la spiaggia, e ti rivolti… e allora…. lo senti, lo vedi, in lontananza lo tsunami si sta formando, e sai che non esisterà nulla capace di salvarti dalla sua devastazione. E in fondo, non desideri altro…
Aprì gli occhi, guardando l’uomo ora divenuto liquido come la sua stessa voglia, mentre la toccava così in profondità. Lo baciò come se volesse mangiarlo, mugolandogli piacere tra le labbra schiuse.
– Le senti le mie onde? Dimmi, le senti?
Lui la guardò, e senza parlarle le scivolò sopra. Cominciò a baciarla, morderla, succhiarla ovunque. Il seno, i capezzoli, protesi e sensibili più che mai. L’ombelico, colmo della sua saliva, i fianchi, e infine, buttandosi le sue gambe sulle spalle, affondò nella polpa di quel frutto maturo, pronto per essere colto.
Lei si lasciò portare verso la via indicata dalla sua lingua, che la divorava senza sosta, senza darle respiro. Piacere, solo ed unicamente piacere. La toccava, e la mangiava, la mangiava e la toccava. Eccitato dalla sua stessa eccitazione. Candida come un angelo, torbida come la notte. Eccola riapparirgli ancora una volta come il primo giorno. Quando senza saperlo, aveva incominciato ad innamorarsi di lei. Eccola, con le mani premute sulla sua testa, come per fagocitarlo nella sua lussuriosa voglia. Eccolo rimontare, il suo tsunami. Ed eccola felice di farsi travolgere ancora una volta dal piacere che non conosceva ostacoli.
Non si trattenne, e glielo disse, perché lei amava parlare. Amava condividere il suo piacere, amava sentirsi persa, e amava mostrarsi persa. E al suo ‘eccomi, – amore mio – vengo’ cominciò a sussultare, a sentire il corpo ingestibile, perché nel godimento non deve esistere controllo. Forse può esistere prima. Mai durante.
Alina.
Sfatta dal piacere, ancora in preda agli scatti convulsi e ritmati di quelle contrazioni che la portavano lontano, in mari alti e agitati. Dove solo un angelo candido e torbido come la notte, saprebbe andare.
La sua bocca si fece più leggera, gli occhi appoggiati sulla finestra che si affacciava sul paradiso. Il sesso pulsante e bagnato di umori mescolati, cercava sollievo. Ad ogni colpo di lingua era un sussulto che apriva. E poco per volta il respiro ritrovava il suo ritmo, e il cuore riduceva la sua corsa.
Poi si stesero, lei ancora raggomitolata accanto a lui, con il viso accaldato e i riccioli ribelli sempre spettinati.
Tirò un lungo respiro, cercò la sua mano e la strinse.
Entrambi sospesi, come particelle infinitesimali gettate a caso, nel caso. Rimasero così, fino a quando il crepuscolo lanciò ombre lunghe tra le tende e la finestra appena accostata.
Poi lui le prese il viso tra le mani, e guardandola dentro l’anima riflessa nell’iride, glielo disse ancora.
– Alina, sei il mio Zahir.
Lei sprofondò nel bacio che gli diede, e lo strinse forte.
Lui non le aveva mai detto che l’amava. Ma in fondo, essere uno Zahir valeva molto di più.