Il senso di una fine

di Conchita De Gregorio.

atal e sentire tifosi in maglia azzurra che irridono Balotelli, il negro. Torna a zappare la terra, dicono coi loro passaporti italiani bene in vista. Ieri un eroe, oggi il colpevole unico. Uno spettacolo osceno. È sempre facile cercare un capro espiatorio, ma no, questa volta no. Se c’è un simbolo della fine di un’epoca, visto dall’altra parte dell’oceano, non è Balotelli ma è Ciro Esposito. È con lui che muore un calcio che rimanda solo, nel resto del mondo, fotografie impubblicabili. Sul campo e fuori.
È la morte di un ragazzo che stava andando allo stadio per vedere la partita ma no, nel nobile calcio italiano non può andare nessuno allo stadio a fare il tifo e basta: una cosa normale e allegra e collettiva qui nel Sud del mondo dove i ragazzini ci vanno da soli, in curva, a cantare il loro inno. Nel blasonato calcio italiano allo stadio si va con paura, ci si deve difendere, ormai non ci si va più, alla fine. Si muore. La famiglia di Ciro ha fatto un appello perché in suo nome non siano commesse altre violenze. I siti brasiliani, argentini, colombiani, uruguagi pubblicano i lamenti per il morso a Chiellini, lo sfogo di Balotelli («Non ho colpe, vergognatevi voi») e accanto la notizia della morte di “un giovane tifoso aggredito in circostanze non chiare”. Non chiare per loro. Per noi è lo scontro fisico è la norma, la violenza delle curve animate da fazioni politiche, i boss che decidono se si deve giocare o no e lo comunicano direttamente ai calciatori in campo che aspettano un loro cenno e poi vincono o perdono, giocano o non giocano se lo dice il capoclan. Gli spari in autostrada, le spranghe fuori. Sandri, Raciti, Esposito, un rosario.
Le coincidenze non esistono. Le coincidenze sono lì per far capire anche a chi non ha occhi per vedere che tutto si tiene, che è il cortocircuito fra quel che accade fuori dal campo e quel che accade dentro. La Spagna è uscita dal mondiale il giorno che abdicava Juan Carlos, vecchio re travolto dagli scandali. La corruzione, i privilegi, la rendita. L’Italia esce nel giorno in cui muore un ragazzo, vittima dell’incapacità di questo sistema — di questo calcio, di questo governo, di questa Italia — di fare reset, bonificare la corruzione e i privilegi, la criminalità infiltrata, le caste che come calcare hanno corroso il gioco, si chiama gioco, ci dev’essere una ragione, e col gioco si sono mangiate l’allegria.
I campioni sono totalmente ostaggio di chi li ha comprati e viceversa, tutti ricattati e drogati dal denaro, così come sono accecati dai soldi i dirigenti della Lega di A occupati in questi giorni solo a giocare la forsennata battaglia per i diritti tv fra Sky e Mediaset. L’importante è incassare il più possibile, pazienza se parliamo di un calcio che ai Mondiali non arriva agli ottavi e in Europa perde tutto, umiliato dai club concorrenti.
L’Uruguay, il paese che ci rimanda a casa, ha un presidente che ai primi episodi di violenza ha chiamato i suoi ministri e ha detto: io non mando la polizia negli stadi, se i club non garantiscono la sicurezza non chiedano la supplenza del governo. Poi Mujica può piacere o dispiacere, ma di certo un governo che volta le spalle a quel che accade negli stadi, lo ignora, ci mette sopra pannicelli caldi e leggi sbagliate, tornelli che tengono fuori i tifosi e lasciano dentro i mafiosi è un governo che dà forfait di fronte al tramonto del calcio italiano, gloria morente. Il made in Italy non è solo cibo, moda, il Colosseo e la torre di Pisa. Nell’ultima favela di San Paolo i bambini hanno la maglia di Luca Toni, un altro numero nove. Tra gli indios dell’Amazzonia quando arriva, in barca sul Rio Negro, un italiano gli chiedono ancora di Baggio. Schillaci è un eroe, ha un’associazione per i bambini di strada. Balotelli uno di loro, uguale a loro che sono neri di pelle per più della metà, è nero Pelè, era nero Garrincha. Se poi tira una sedia, il ragazzo, non è per questo che si esce dal mondiale. «Noi abbiamo più fame, più forza», dice oggi Caceres uruguayo della Juve. È quel che succede in campo quello che conta. E quello che succede in campo è lo specchio, la misura esatta di quello che c’è fuori.
Prandelli si è dimesso, «sono una persona onesta, pago le tasse, non rubo i soldi dei contribuenti, mi assumo le mie responsabilità». Un gesto che gli fa onore. Abete non ha potuto fare diversamente, ma non basterà. Quello che serve al calcio è che qualcuno di molto autorevole ci metta le mani sul serio, cambi le cose come vuol cambiare il paese. Che si prenda l’impegno, davanti alla famiglia di Ciro Esposito — ferito a morte mentre le autorità in tribuna non trovavano gesti né parole — di dire, questa volta: ogni fine è un inizio. Il vecchio calcio muore qui, non ci saranno altre vittime, il nuovo comincia.
Da La Repubblica del 26/06/2014.