Il governo del fare e il ministro del voler fare

di Giovanni Puglisi.

Roma. Sono giorni febbrili a Montecitorio quelli tra gennaio e febbraio. Ci sono molte cose da fare nel governo del fare. C’è da far approvare alla Camera la legge sul Legittimo impedimento, il disegno di legge Valentino anti-Spatuzza e salva-Dell’Utri (depositato in commissione Giustizia al Senato), subito accantonato per il vespaio di polemiche che ha attirato ma mai ritirato. Scoppia lo scandalo sulla Protezione civile e il conseguente arresto della ridente cricca di un altro uomo del fare, Guido Bertolaso. Il governo del fare decide che occorre proteggerlo ancor prima che si sappiano i capi di imputazione. Tra le colate di fango da cui super Guido si deve difendere, tra un Tg e un talk show, deve anche affrontare smottamenti e frane, che spazzano via paesini costruiti abusivamente su terreni argillosi, persino l’onda nera di petrolio proveniente dall’ex raffineria di Villasanta dal Lambro si è già riversata nel tratto piacentino del Po e si sta dirigendo verso il Veneto, non lo lasciano tranquillo. Nel frattempo, scoppia lo scandalo Fastweb e il coinvolgimento del senatore Di Girolamo con la ‘ndrangheta. E gli uomini del governo del fare si devono arrendere all’evidenza che il senatore occupa un posto abusivo a Palazzo Madama. La cassazione, intanto, prescrive dal reato di corruzione Davis Mills, colpevole di aver mentito ai giudici per aver favorire Berlusconi. Anche se il reato era stato “condonato” dalla ex Cirielli. Berlusconi, ovviamente, non è contento perché vorrebbe l’assoluzione con formula piena e come suo solito fare attacca i magistrati. Gli uomini del fare, quindi, fanno, agli ordini del capo, ma c’è anche chi, tra questi, che vorrebbe fare ma non vi riesce. Tra questi grandi eventi che tiene impegnata la politica italiana il ministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla presenta, toma toma cacchia cacchia, un disegno di legge sul gioco d’azzardo (28 gennaio), che prevede la creazione di 40 nuovi casinò negli alberghi a cinque stelle e alla riapertura di case da gioco già operanti sul territorio nazionale, grazie anche alle forti pressioni dei parlamentari Pdl rappresentanti delle regioni del Sud. Tra le quali la proposta di legge per l’apertura di un casinò in Campania, firmata dal vice capogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino.

Tra le città in testa c’è Taormina, nella discussione sulla manovra finanziaria del 2008, nonostante il parere contrario della task force finanziaria dell’Ocse – il Gruppo d’Azione Finanziaria – che a marzo del 2009 ha pubblicato uno studio apposito dal titolo “Vulnerabilities of Casinos and gaming sector” – Vulnerabilità dei Casinò e del settore dei giochi su tutti i casinò, paese per paese, operanti al momento: i casinò sono tendenzialmente un’attrattiva per la criminalità organizzata, anche grazie «all’enorme quantità di transazioni finanziarie in contanti» che avvengono in questi luoghi (…)».

Ci aveva provato nell’ottobre del 2009, la rossa Michela Vittoria, per l’apertura di 26 casinò nel centro storico di Roma. Se il governo le avesse dato il via libera con un decreto legge, i 26 hotel a 5 stelle della capitale avrebbero potuto ospitare sale da gioco con croupier e tavoli verdi. E avrebbe dato «una mano alla ripresa del turismo e aiuterebbe gli alberghi romani a chiudere senza segno meno, azzerando il calo delle presenze del 10% registrato nel 2008», come conferma il presidente della Federalberghi romana Giuseppe Roscioli. Del resto viviamo in un paese dove tanti italiani non sono mai stati così contenti di pagare tante tasse sul gioco e sulle lotterie.

La proposta, ovviamente, al momento, non va in porto poiché altre due coincidenze le faranno slittare la calendarizzazione a Montecitorio: la rapina al casino di Venezia con la fuga dei rapinatori via mare e l’inchiesta della magistratura per quello di Sanremo per traffico di armi, attentati, riciclaggio, appalti truccati. «La città rischia di diventare il nuovo crocevia europeo del crimine» – sostiene il Procuratore della Repubblica Roberto Cavallone, dove quello che colpisce è «l’incredibile numero di attentati e l’atteggiamento omertoso delle vittime», per non contare gli appalti con «un numero consistente di gare vinte con forti ribassi ingenerano il sospetto che l’impresa non possa averne benefici, ma che sia solo un modo per riciclare soldi sporchi.»

Finora il percorso della pupilla del cavaliere non ha dato i frutti sperati. Lei si è anche impegnata ma spesso la mala sorte le si è messa di traverso. La rassegna delle sue bizzarre avventure, del resto, sono degne del suo padrino politico.

Eppure la sua gavetta era iniziata come giornalista. Inviata de “I misteri della notte”: occhiali scuri e guanti di pizzo, dove in un video su YouTube, scovato dalla Gialappa’s, tra i più visti, allora, documentava i primi passi in tv del futuro ministro al turismo, nei locali notturni di Barcellona, tra topless e balli sadomaso.

I Circoli. Il suo esordio nato coi pomposi ma poco felici Circoli della libertà l’hanno tuttavia premiata. Sembrava, addirittura, destinata a succedere al Cavaliere. Dichiarava che avrebbe lavorato per creare tanti asili nido, servizi sul territorio per le madri e le famiglie». Salvo poi non presentarsi col figlio e il suo convivente al Family Day. «Avevo altri impegni – si giustificherà – ma credo che la famiglia sia un valore da difendere».

Dalle sue sottili labbra esce un ricco catalogo di epigrafi che tratteggia l’elevata statura della Michela Vittoria pensiero. Alcuni memorabili come:«La coerenza non è un valore e che l’opportunismo è a volte necessario per sopravvivere». Lei politica di lungo corso: «Non credo ai politici che si improvvisano». O il suo amore per la politica: «Non mi sono mai interessata tanto di politica. Ho votato anche scheda bianca. Rifletto quello che sono i giovani di oggi.» O il suo disprezzo di apparire in pubblico: «I salotti televisivi sono delle specie di corti di Versailles piene di adulatori». Come ci si può dimenticare il suo esordio nazionale in giarrettiera a Porta a Porta?

Il suo primo compito è quello di lanciare il marchio Magic Italy”. «Anche Berlusconi sa che sono una rompiballe, che non mi arrendo mai». Detto fatto: in piena maratona notturna elettorale, irrompe negli studi di Emilio Fede con una cartelletta sottobraccio con lo slogan: “Magic Italy” «sarà il marchio protagonista della nostra campagna di spot». Purtroppo per lei, il logo rimbalza immediatamente in Rete. I più impietosi giudizi della blogosfera vanno dal «crocchio di luminescente barbarie grafica senza struttura, né dignità di marchio…» (SocialDesignZine) a «… odora di televendite notturne dei primi anni delle tv commerciali. Sembra che da un momento all’altro saltino fuori Giorgio Mastrota e Umberto Smaila con le ragazze cin-cin» (Emmebi). Lei, dirà che si trattava di una bozza. Ma la ministra non demorde: neanche in una puntata di Ballarò (dicembre 2009), parlando delle cose di cui i media dovrebbero interessarsi, cioè quelle «che portano lustro all’immagine dell’Italia, ha come la prima della Scala, trasmessa in 250 Paesi in tutto il mondo». Un record certamente frutto della fama del premier, il miglior capo del governo degli ultimi 150 anni. Dato che gli stati del mondo sono solo 201, di cui 194 generalmente riconosciuti sovrani a livello internazionale.

Le gaffe folleggiano anche prima di vestire i panni da ministro. Con l’investitura della missione salvifica di riordinare il partito, tramite i circoli delle Libertà, sul progetto con cui Fi si appresta ad incamminarsi verso il partito unico del centrodestra. In piena campagna elettorale la rosseggiante Michela Vittoria arringa forzisti di cielo di mare e di terra al Ducale, “frizzava, pimpava e “sciureggiava” dati negativi, sullo stato di insicurezza denunciato dai liguri. Che “l’allarme criminalità è tutta colpa di Prodi”. In realtà il sondaggio parlava di insicurezza cresciuta negli ultimi 5 anni, quindi sotto il regno di Silvio. La sua veemenza oratoria si placa quando ormai la sala è semivuota (i big del partito avevano disertato la platea) e i due candidati del centrodestra genovese alla poltrona di sindaco, Enrico Musso, e di presidente della Provincia, Renata Oliveri possono finalmente dire qualche parola.

Oppure, quando nel giugno 2007 a una signora napoletana che le chiedeva come fare per uscire di casa con tutti quei rifiuti per strada Michela Vittoria le rispondeva regalandole un decoder. Cosa avrà voluto significare?

Il circolo della libertà “E’ un partito in più”, potrebbe diventare con un prossimo gioco di prestigio – “il partito” – dirà in collegamento telefonico Silvio Berlusconi, impegnato in danze estive e imminente testimone di nozze della coppia Briatore-Gregoraci.

Che la donna nuova sia Michela Vittoria genera comprensibili irritazioni tra i forzisti di lungo corso, colonnelli e caporali, ma è anche questo un effetto calcolato: è la sua creatura, è la clava con cui il Cavaliere ha preso a sbarazzarsi di una nomenclatura ormai debole e inefficace. E anche se dal Billionaire Bartolini e Santanchè non la prendono bene, non ci vorrà niente a Berlusconi per convincere tutti che Brambilla è una grande risorsa, che porta a casa i voti degli scontenti e dei demotivati della politica, recupera fra i para leghisti del Nord Est quei voti che sono mancati alle ultime elezioni. I cafoni la chiamano “trota salmonata” per via del fatto che è rossa di capelli ed esporta pesce. I siti internet imperversano con le foto con la calza autoreggente.

Michela Vittoria, però, non si scoraggia, neanche quando a Palermo (luglio 2007), la sala dell’Astoria Palace hotel, straripa di gente, per il suo arrivo in un impalpabile abito di seta verde pastello, viene snobbata da parte dei vertici – Angelino Alfano, Renato Schifani, Marcello Dell’ Utri – che preferiscono fare rotta su Catania, per un incontro di partito. A rincuorarla è il presidente Miccichè che promuove l’attività dei Circoli della Libertà, perché «hanno la capacità di intercettare i problemi locali. Dobbiamo ripartire da qui». E li importa anche in Puglia, grazie all’imprenditore Leo Mastrogiacomo noto rampollo della famiglia proprietaria del Divinae Follie, una delle più note discoteche del Sud, che suona la carica per la sua ex collega dei Giovani imprenditori di Confcommercio attivare i circoli pugliesi.

Le riesce un po’ meno a Sestri Levante (Genova, settembre 2007), lamentando di  essere stata ‘oscurata’ dal sindaco Andrea Lavarello e dalla giunta comunale alla richiesta della Tv della Libertà di organizzare un collegamento in diretta. Ma si rifà due mesi dopo a Napoli, sul tema dei rifiuti in Campania, chiedendo al “nemico” Bassolino le dimissioni da sindaco prima di un eventuale rinvio al processo:“Perché sulla vicenda dell’ immondizia e sullo stato generale della Campania, penso che il giudizio negativo di tanti cittadini debba contare più di quello di un giudice per le indagini preliminari”.

Il suo tour e la sua attività nei circoli (addirittura migliaia sparsi in tutto il territorio nazionale) sembra comunque inarrestabile. Del successo dei Circoli si parla moltissimo. Ma c’è invece chi sostiene che quei circoli siano virtuali.

Un giornalista della redazione torinese di Repubblica trova l’unico dotato di un indirizzo e del nome di un coordinatore. La sede è quella di An, al telefono non risponde nessuno. Neppure la sua assistente, Laura Colombo. Occorre ricorrere al web. Nel sito del circolo di Varese ci si può già iscrivere al partito, si scarica il modulo on line. Si pagano dieci euro con vaglia intestato alla “Segreteria del Partito della libertà”, viale Belforte 144, ogni ulteriore contributo volontario è gradito. Valgono anche i fax. Al telefono squilli a vuoto. Sono dettagli, certo. La realtà delle persone fisiche e delle sedi sono questioni minori. Quel che conta è che con protocollo numero 6203012 di “marchio comunitario” il nuovo partito del centrodestra unito sia già pronto. Ora basta solo informare gli alleati (An) e convincere gli scettici. Udc e Lega. Domare gli inquieti tra i forzisti. Tra i quali Adornato, il responsabile culturale, che rivendica di aver fatto registrare prima lui il marchio dal notaio. Peccato che non se ne sia accorto nessuno. Neanche quando emigrerà verso l’Udc.

A Palermo, addirittura, i circoli sarebbero 402, sulla carta, ma non c’ è un elenco ufficiale «perché per questioni di privacy non si può renderlo pubblico» – giura il responsabile regionale Sandro Geraci, ex di Alleanza nazionale «I Circoli della libertà in Sicilia coinvolgono almeno 5 mila persone». 5000 mila? Ma chi sono i tanti fan siciliani della Brambilla?

Molti circoli, a dire il vero, sono fatti in famiglia – dice Lucia Di Mauro, consigliera comunale a Tremestieri e vice coordinatrice regionale dei circoli della libertà. Altri invece sono «praticamente finti e solo sulla carta»: «A Catania sulla carta ce ne sono 50, in realtà sono la metà. Il motivo – prosegue – è che tanti nostri sostenitori sono in buona fede, soprattutto giovani e componenti della società civile che per la prima volta si affacciano al mondo della politica. Ma, come sempre avviene in Sicilia, molti poi ci vogliono mettere il cappello. Così tutti i grandi deputati di Forza Italia catanesi hanno fatto aprire un circolo a qualche componente della loro segreteria». Perfino a gente del Movimento per l’ Autonomia, perché anche Raffaele Lombardo voleva aprire qualche circolo», continua la Di Mauro, che ha fatto nascere il “gruppo consiliare delle libertà”.

Al nord, invece, la gioiosa macchina da guerra di Michela Vittoria comincia a perdere colpi.

I giovani dei 90 Circoli della Libertà del Veneto le fanno la fronda. Si sono messi in proprio fondando il “Movimento per la libertà” in ottimi rapporti con i Circoli di Dell’Utri, da sempre avversario di MV. L’ex presidente dei giovani veneti brambilleschi, Marco Zancanella, lamenta su Il Mattino di Padova che «La Brambilla ci ha deluso nominando ai vertici dell’organizzazione locale i vecchi politici di Forza Italia o prestanome che non hanno nessun merito e ora pretendono di comandare». Toni da rivolta, e tuona: «E’ giunto il momento che la Brambilla si faccia da parte». Addirittura. Ma le elezioni mietono vittime pure nel campo del centrodestra. E così il giorno dopo i risultati “Il giornale della libertà” guidato da Michela Vittoria che ogni venerdì andava in allegato a “il Giornale”, allora diretto da Mario Giordano, non esce più in edicola. Ora che è al governo, diranno i maligni, probabilmente non ha più tempo per curare l’ inserto. Chiude anche la sua tv delle libertà. «La tv della gente, non dei politici» come la definiva Michela Vittoria, ora  sottosegretario al Turismo. La televisione – per il 70% di proprietà della Brambilla, per il restante 30% di Salvatore Sciascia – aveva cominciato a trasmettere sul satellite nel giugno 2007, martellando 24 ore su 24 (canale 818 di Sky) contro il governo Prodi. Il segnale veniva poi rilanciato in chiaro da un network di 40 tv locali. Finita la campagna elettorale, così come è stata chiusa la faraonica sede dei circoli della libertà all’Eur si è esaurita anche la funzione della televisione. A casa i 13 giornalisti e tutta la squadra tecnica, ospitati negli ultimi mesi negli studi Odeon dei Parioli dopo la fine del rapporto con la più costosa Euroscena. E il 22 maggio Michela Vittoria cede la proprietà della tv a Forza Italia per la quota simbolica di un euro. Un euro in cambio di 20 milioni.

Erano stati due anni di fuoco. Michela Vittoria si era conquistata la fama di essere una vulcanica donna del fare. Le migliaia di circoli erano stati figli della sua intraprendenza. E anche la tv delle libertà, le telecamere, un partito nel grande partito di Berlusconi, molte presenze a Porta a porta, le foto con i suoi slip, i tacchi, le sue calze con le autoreggenti sono divenuti oggetto di narrazione. I versi di Bondi per la bellezza della Brambilla ne sono la riprova: «Ignara bellezza / Rubata sensualità / Fiore reclinato / Peccato d’ amore».

Elezioni europee. Bari, 2009. Michela Vittoria ormai ci ha abituati a grandi sorprese, non ultima quella che riguardava la valutazioni delle candidature nelle liste elettorali pugliesi per il parlamento europeo. A tal proposito un aneddoto ci pone qualche riflessione.

Marcello Vernola, pugliese e figlio di papà (dc, ministro dei Beni culturali) si rende protagonista di una plateale contestazione a Berlusconi per non essere stato ricandidato. Gli hanno interrotto la brillante carriera politica. Secondo Vernola, Denis Verdini, coordinatore del partito, alle sue rimostranze per l’ingiustizia che stava per subire, gli domandò: «Tu mica c’ hai le poppe?». Verdini smentisce, ovviamente.

Vernola riferisce di uno stravagante seminario politico, tenutosi a Bari, siamo nel luglio 2007, per belle donne, e sua moglie pare gli avesse chiesto di tornarsene a casa: “Oramai che ci fai lì?”». Era stato chiamato in qualche modo a infittire le fila. «Il senatore Quagliariello e il ministro Frattini mi confidarono le loro perplessità a tenere lezioni di politica a una platea così originale ed eccentrica».«Avevo aderito ai Circoli della libertà della Brambilla, divenendone membro dell’esecutivo nazionale. Alle politiche Michela ci chiese di proporre per la candidatura nomi di ragazze corredando i curricula con book fotografici». Book? «Donne di bella presenza. Il corredo fotografico doveva servire a rendere percepibile il lato estetico della candidatura».Verdini le selezionava e le inviava alla Brambilla. «E la Brambilla inoltrava a Berlusconi». Ma i suoi problemi in Forza Italia iniziano con «l’adesione a quei circoli che mi rese nemico acerrimo di Raffaele Fitto. La nomenklatura di Forza Italia subì come un grave affronto la corsa solitaria al potere inarrestabile della Brambilla». Vernola non si sente più gradito. «Ricordo che alle Europee le ragazze da candidare dovevano essere otto. Tra cui le voci di ambienti bene informati sui nomi di Patrizia D’Addario e Angela Sozio». Capito che il mio destino era segnato, chiesi udienza a Berlusconi che mi ricevette nella caserma di Coppito. Mi disse: “Ho in mente una rivoluzione. Voglio candidare ragazzi e ragazze». E «Capii che per me era finita, anche se lui mi aveva garantito la ricandidatura. Con il senno del poi compresi quella domanda che mi aveva fatto lasciandomi interdetto: “Ma quand’è che mi presenti le tue amiche baresi?”». – ci penserà poi il nostro amico Giampi ad occuparsene. Ma ciò che conta, adesso, è che il cavaliere e la sua fida Michela Vittoria hanno adempiuto al loro compito e la casa delle libertà è diventata troppo stretta per il popolo, per il popolo delle libertà.

Il 12 maggio 2008 la scalpitante Michela Vittoria riceve finalmente l’investitura di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al turismo. Raggiante dichiara: «C’è tantissima bellezza nel nostro paese, si tratta di valorizzarla e comunicarla meglio». Determinata: «Per me non è un’improvvisazione occuparmi di questo settore, anche se rilanciare l’ immagine dell’ Italia non è una bazzecola, ma credo di poter dire: so di cosa parlo». Sa di cosa parla. Peccato che non convince quando le chiedono se rimpiange di non avere avuto un altro ruolo nel governo, magari alle Pari opportunità al posto della Carfagna. Ma lei impavida rincalza: «Se il presidente Berlusconi mi mette a fare il ministro delle tovaglie blu, io studio e gliele vendo, ma essere nel settore del Turismo per me è meglio. Affidarmi l’unica industria che può raddoppiare il fatturato è il segno di una grande stima. In cinque anni come presidente dei giovani Confcommercio ho conosciuto tutti i problemi dell’impresa turistica, sono stata al di là del tavolo e oggi sono al di qua». Dichiarazioni d’oro che la mettono in pole position per fare il grande salto.

Però quante invidie dentro Forza Italia, un vero fuoco di sbarramento. Tremonti gliel’aveva giurata, Marcello Dell’ Utri arrivò a insinuare che i Circoli della libertà fossero, al contrario dei suoi, un bufala. In effetti, mentre la retorica ufficiale ne contava 5000, un’inchiesta di “Diario” ne catalogò appena 20 davvero operativi. Acqua passata. Così come la polemica sulle calze autoreggenti, esibite nel salotto di Vespa. O il flop televisivo che fece contro Renato Soru a Ballarò.

E così l’8 maggio 2009 il Consiglio dei Ministri nomina Michela Brambilla – ex Miss Romagna, l’ex ragazza testimonial della Omsa, figlia di papà imprenditore (trafilati di acciaio) che a nove anni ha avuto in dono per Natale una leonessa (vera) e la mandava in giro con la scorta per paura dei rapimenti e originaria di Calolziocorte, alle porte Lecco, un compagno di nome Eros ed un figlio di due anni, laurea in filosofia – Ministro del Turismo, con deleghe alla tutela e rilancio del «marchio Italia», la promozione degli interessi italiani all’estero, il coordinamento della politica nazionale di promozione del turismo e le iniziative di comunicazione istituzionale, la promozione del patrimonio culturale, la crescita delle attività turistiche e dei settori produttivi ad essi collegati, anche in relazione all’evento Expo Milano 2015 ed agli altri «grandi eventi»; costituisce a tal fine la «Struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia», per sostenere l’offerta turistica dell’Italia, o di specifiche aree del Paese nei casi in cui risulti pregiudicata o compromessa in conseguenza di eventi calamitosi. Ma per questo c’è già la ridente cricca della protezione civile.

Adesso MV ha fatto il grande salto nel Consiglio dei ministri. Ma continua a non imbroccarne una. La prima uscita da ministro però è un inciampare con le mani, anzi con la mano destra aperta e tesa. Un perfetto saluto romano, tecnicamente ineccepibile. La responsabile del Turismo viene ripresa col braccio teso a pochi chilometri da Pontida, dove il popolo padano ha celebrato il suo leader Bossi, a Calolziocorte, alla festa dei carabinieri (2 giugno). A fianco a lei il padre nella stessa posa Brambilla: “Nessun saluto fascista. Mi stavo rivolgendo alla folla”- dirà allibita. Ormai è diventato di moda negare l’evidenza, ma il caso scatena polemiche televisive, richiesta di dimissioni, un esposto alla magistratura da parte dell’Anpi, le reazioni del Comitato per la difesa della Costituzione che con una  cinquanta di persone, si presentano davanti ai cancelli chiusi dell’azienda della famiglia «Trafilerie Brambilla», con cartelloni e gigantografie delle foto scattate e l’ausilio di un registratore intonano «Bella Ciao».

La sua difesa della solfa delle «strumentalizzazioni politiche, della sinistra impegnata a discutere sulla distensione del mio braccio in mancanza di argomenti seri», non convince perché non aggiungerà «parole che indichino – dice il presidente Anpi – una presa di distanza se non dai simboli che ricordano quel ventennio almeno dalla politica fascista.»

Ministro dica la sua. Nel giugno 2009 si rende protagonista di un altro piccolo giallo a Ballarò. Michela Vittoria lascia lo studio durante una pausa pubblicitaria e quando la trasmissione torna in onda la sua sedia è ancora vuota. Si ripresenta però dopo qualche minuto. Il conduttore Giovanni Floris le chiede se ha ricevuto una telefonata, se era qualcosa di grave. «Niente di serio», risponde il ministro del Turismo con un sorriso rilassato. Ma chi è in studio nota chiaramente che la Brambilla quando torna al suo posto ha in mano alcuni fogli che non aveva all’inizio. «Pieni di annotazione e di cifre», raccontano i testimoni. La discussione in quel momento si stava concentrando sui numeri del governo contro la crisi, sulla dichiarazione di Berlusconi che garantiva ammortizzatori per tutti i precari. E dopo la breve scomparsa, fogli alla mano, la Brambilla ha cominciato a replicare ai dati forniti da Guglielmo Epifani e dalla neodeputata a Strasburgo del Pd Debora Serracchiani.

Il 22 novembre 2009 però Michela Vittoria diserta il Forum del turismo a Bari, era attesa dal presidente del governo regionale Vendola, ma l’assessore regionale al Sud, Gianfranco Viesti, non gliela perdona: «È un peccato che non sia più venuto il ministro perché sarei stato curioso di sapere cosa si sarebbe inventata sulle politiche del governo per il turismo nel Mezzogiorno» – tuona Viesti. Polemiche sia sulla destagionalizzazione del turismo «a un milanese costa meno andare a Parigi che venire a Bari» – che sul trasporto ferroviario.

Il volto da ministro del voler fare rivela però quello più umano. L’estate scorsa, i tg nazionali riportano la vicenda dei due turisti giapponesi costretti a pagare un conto salato in un ristorante di Roma. La Brambilla scriverà «fortemente dispiaciuta», ai turisti giapponesi:“Tornate in Italia, non siamo truffatori!” – invitandoli a trascorrere un nuovo soggiorno nella Capitale, ospiti del ministero per «verificare il nostro massimo livello di ospitalità». Le avranno creduto? Non è dato sapere. Forse saranno stati invitati a fare qualche puntatina nei casino nella speranza di rifarsi dalla truffa subita.