Il 25 aprile del voltagabbana

di Giuseppe Tramontana.

Signor Presidente,

tengo subito a precisare che a me il 25 aprile piace. Mi è sempre piaciuto e continuerà a piacermi anche in futuro. Ma, il 25 aprile che mi piace non è quello del calendario, quello segnato di rosso, o che la gente festeggia solo per non andare a lavorare. No, a me piace il 25 aprile della dignità. Sì, proprio così: della dignità. Mi piace il 25 aprile di quelli che non si sono arresi, di quelli che sono stati sempre scacciati e schiacciati, di quelli che hanno pagato di persona contro tutti e tutto, di quelli che, soprattutto, non hanno mai cambiato bandiera. Di quelli che in minoranza erano e in minoranza sono rimasti. Sì, che sono rimasti in minoranza anche quando la loro parte è diventata maggioranza. Sì, signor Presidente, non mi guardi così: non sono pazzo: so perfettamente quello che dico.

Io sono uno che è sempre in minoranza perché, in Italia, chi ha rispetto della dignità e della libertà, chi le rispetta e le ama, aggiungerei, è perennemente in minoranza. E le cose saranno così per l’eternità, temo. Nel ‘22, nel ‘45, nel ‘94, oggi, gli italiani sono sempre gli stessi: opportunisti, mangia-pane-a- ufo, raccomandati, profittatori, voltagabbana. Voltagabbana! Mi fa ridere questa parola. A lei no? In Italia, non significa nulla. Nemmeno come parola, cioè in senso etimologico. Se va a cercare nei dizionari della lingua italiana, la parola “gabbana” non esiste: rimanda a gabbano, al maschile. E già qui c’è la prima confusione: gabbana-gabbano. Perché si dice gabbanA quando il nome vero è gabbanO? Così tanto per inquinare le acque. Ma andiamo avanti: cos’è un gabbano? Lei, signor presidente lo saprà senza’altro, essendo una persona studiata, ma lo voglio dire ai giovani, i quali, come si sa, con la scusa che usano sempre le parole inglesi e i cellulari e internet, con la lingua italiana non si raccapezzano più. Il gabbano era un soprabito largo e lungo, a volte foderato di pelliccia. Ma era soprattutto una sorta di veste da lavoro, un grembiulone a forma di tunica, usato da operai e contadini. Cioè era un capo di vestiario diffusissimo tra queste due categorie, le quali, ammettiamolo, erano la stragrande maggioranza dei lavoratori e della popolazione. Strano, eh? Mi guarda con l’occhio a punto interrogativo? Vuole che glielo spieghi? Ecco che glielo spiego: ancora oggi per indicare un collaborazionista si usa il termine “quisling”, giusto? Chi era Quisling? Era un nazista norvegese che, appunto, collaborò con i tedeschi dopo l’invasione del suo Paese. Per indicare un traditore si dice che è un giuda: è inutile spiegare perché. Invece, se vogliamo affermare che uno tizio è subdolo, che dà cattivi consigli, uno che trama nell’ombra si dice che è un Rasputin, o, al massimo e con qualche variante di significato, un Cagliostro. E mi fermo qui, senza scomodare Bruto, Machiavelli o il Mago Zurlì. Tutti nomi personali: nomi propri di persona che sono diventati l’etichetta per un carattere, un atteggiamento. Invece, per designare quelli che cambiano idea, in Italia, si dice “voltagabbana”, cioè si fa riferimento ad un indumento che, una volta, tutti o quasi portavano e di cui, all’occorrenza, giravano il risvolto liso e consumato per farlo sembrare nuovo e ancora indossabile, presentabile. Che significa? Ride, Lei, Presidente, vedo che ha già capito. Significa che questo del voltare la gabbana, cambiare idea, essere sempre pronti a salire sul carro dei vincitori, come disse un famoso scrittore, è uno sport nazionale, un costume e un carattere comuni, un “così fan tutti” che, però, a me dà ripugnanza lo stesso, dà – mi perdoni – il voltastomaco.

L’Italia e gli italiani sono così. Fu così nel ‘22 quando tutti diventarono fascisti, poi la cosa si ripeté nel ‘45 quando tutti si scoprirono antifascisti e nel 94 quando tutti si aggrumarono sotto le bandiere del liberalismo berlusconiano e ancora oggi, quando più nessuno è berlusconiano. In Spagna, nel ’36, quando Francisco Franco si sollevò contro la Repubblica, gli spagnoli corsero a prendere i fucili per difenderla. In Italia, ci vollero 20 anni di fascismo e tre guerre per spingere un manipolo a salire in montagna. E poi il manipolo si ingrossò fino a diventare un vero esercito, perché molti furono costretti a questa scelta. Ma, in mezzo, non dimentichiamolo, ci furono 20 anni di parate, cortei, comizi oceanici, littoriali, guf, balilla, ehia ehia alalà, spezzeremo le reni alla Grecia, il Duce ha sempre ragione, di giornalisti che pendevano dalle sue tumide labbra e dichiaravano di sentirsi nudi davanti a lui, di professori universitari che firmavano il giuramento di fedeltà e paesani che trovavano giusto l’olio di ricino per l’anarchico del paese che non si piegava, che non era come loro, e poi l’Etiopia, i gas nervini, la guerra di Spagna, le leggi razziste, l’Albania, i fratelli Rosselli, i fratelli Cervi… Poi, nulla: nel ’45 tutti antifascisti e tutti a distruggere i busti del duce e a sputare su quei poveri cadaveri penzolanti a Piazzale Loreto. Troppo facile fare gli eroi davanti al nemico morto, dico io! Ma questo non capitò solo allora, nel 45.

E’ capitato anche di recente, signor Presidente. Lasciamo stare i politici che hanno dichiarato eterno amore all’ex capo del governo, lasciamo stare i ministri che si presentavano con il fazzolettino verde della secessione padana o quelle signore onorevoli che dicevano che loro non erano donne orizzontali, come le voleva normalmente il Capo in questione, ma poi si trovarono a giustificare i suoi rapporti sessuali con le minorenni. Lasciamo stare anche le carriere di ministre ed ex ministre segnate da abilità che poco hanno da fare con la politica e molto con i postriboli. E i giornalisti che gli baciavano la mano in diretta televisiva? E quelli che “lasciamolo governare”, “voi gli remate contro”, “è un grande comunicatore”, che “è solo una persecuzione politica”, che “ce l’hanno con lui perché è amato dagli italiani” e che, “siccome ha raccolto voti, milioni di voti, allora è al di sopra della legge”, non processabile? Ci fu un politico dell’opposizione, all’epoca, che dichiarò: il capo del governo ha il diritto di difendersi dai tribunali (dai, non nei): poi divenne capo del governo pure lui, con le larghe intese! E quello che si mise a capo della marcia dei parlamentari di destra sul Tribunale di Milano per denunciare l’ingiustizia di una sentenza di condanna per il suo Capo e padrone? Beh, oggi è ministro dell’Interno! E da ministro dell’Interno – lo saprà anche Lei, signor Presidente – è contrario al numero identificativo sulle divise dei poliziotti. Chissà perché? Affinché restino impuniti e non identificabili, immagino, e quindi per permettere loro di manganellare liberamente la gente, i ragazzi, durante i cortei? E lasciamo stare gli altri che lo osannavano – come osannavano l’altro Capo, quello del fascismo – e poi ne hanno preso le distanze. Quello che diceva che la sua ricchezza era fondata sul latrocinio e sui rapporti con la mafia e poi ci si alleava; quello che denunciava che, nelle riunioni, il Capo trattava tutti come servi e garzoni e poi si è accucciato accanto a lui; quell’altro che gli procurava le puttane e ora fa il moralista; quello – segretario del più grosso partito di sinistra – per cui destra e sinistra pari sono e così può strusciarsi sia a destra che a sinistra; quelli che sono liberali e democratici di tipo americano, vogliono gli F35 come gli americani, le scuole private come gli americani, la sanità privata come gli americani, parlano come gli americani, ma sul conflitto d’interessi del loro Capo la pensano come Nabucodonosor: non esiste e se esistesse, sarebbe nullificato dal voto degli elettori. Quelli che parlavano dell’uomo della Provvidenza, delle invidie dei giornali stranieri che lo attaccavano (tutti giornali comunisti, naturalmente), che coprivano ed avallavano le telefonate imbarazzanti, le frequentazioni impresentabili, le amicizie pericolose, i viaggi di stato con escort al seguito, le porcate sulla pelle dei terremotati aquilani, le puttanate revisionistiche sul fascismo e sugli antifascisti in villeggiatura, le offese al socialdemocratico tedesco definito un kapò, le leggi ad personam e ad combriccolam, i lodi e le frodi, le epurazioni dei giornalisti e le assunzioni dei marchettari, le puttane del ruffiano barese e i voti dal mafioso palermitano, gli insulti ai magistrati e il posto in parlamento ai camorristi, l’acquisto di senatori ed i crolli di Pompei, le P2 e le P3 e le P4 e le risate post-terremoto e le macchine del fango contro giornalisti e direttori e i calzini celesti del giudice e gli abusi edilizi in Costa Smeralda e il G8 a L’Aquila e i milioni della Maddalena buttati nel cesso e i condoni e i perdoni, gli scudi fiscali, le evasioni fiscali e le impronte agli immigrati, il baciamano a Gheddafi e la nipote di Mubarak…

Certo, certo, signor Presidente, mi fermo… Torniamo al 25 aprile. L’anno scorso, durante una manifestazione per il 25 aprile, ho visto una cosa che mi gettato nello sgomento. Ho visto un omino piccolo, ben curato, in giacca e cravatta e capelli brizzolati. Non è che facesse nulla: ascoltava e applaudiva, muovendo la testolina con cenni di assenso. All’inizio, vedendolo di sbieco pensavo non potesse essere lui – non poteva essere lui, mai e poi mai! – ma, avvicinandomi, mi resi conto che si trattava proprio di quello a cui pensavo io: era proprio lui. Incredibile. Era – o forse sarebbe meglio dire: è – un dirigente regionale. Io, come saprà dagli incartamenti su di me, signor Presidente, prima di fare il lavoro che faccio adesso, ero impiegato alla Regione. Mi ricordo che, nel 2001, dopo la tornata elettorale, mi ritrovai a partecipare ad una riunione nella quale c’era anche questo omino, un avvocato famoso nel Capoluogo, famoso e potente. Era il capo dell’Avvocatura ed a lui veniva chiesto qualsiasi parere giuridico minimamente importante: appalti, cause, processi, ricorsi, leggi, regolamenti, delibere. E lui dava consigli, indicazioni, suggerimenti. Dava consigli che poi non erano tanto consigli, ma ordini, visto l’alto incarico che ricopriva. Era lui che, di fatto, scriveva le leggi e le scriveva come i suoi capi – regionali e, ancor meglio, nazionali – desideravano. A dire il vero, poi, ci ho riflettuto su questa storia e sono arrivato alla conclusione che, probabilmente, non è che lui fosse agli ordini dei capi politici: semplicemente ne anticipava i voleri, andava incontro ai loro desideri. Come un buon servo deve saper fare. Perché questo lui era: un servo. Di alto lignaggio, di quelli che vogliono dare ad intendere che sono loro a decidere tutto ed a prendere le iniziative, ma in realtà sempre servi restano. In molti casi – come mi raccontavano altri colleghi più anziani – gli bastava cambiare una parola, una virgola, un punto, mezza frase e quella legge, quel bando, quella delibera veniva tagliata su misura per un amico imprenditore, per un colluso mafioso, per l’amico presidente della tale casa di riposo o della tal altra cooperativa, per il sodale di partito che era anche un imprenditore fallito, per far vincere un concorso o dare una concessione a tizio o caio, alla figlia di tizio che era bona (come bone erano le possibilità di farsela) e al figlio di caio che era un coglione semianalfabeta, ma pur sempre figlio di caio che portava tot mila voti alle elezioni… Bastava una sua lettera o suo tratto di penna su una legge, un bando, un regolamento per spostare milioni di euro dalle tasche di centinaia, di migliaia, di cittadini che ne avevano diritto, a pochissimi parassiti che poi se li andavano a sputtanare con mignotte d’alto bordo, amanti col tacco dodici e mogli impellicciate, tra champagne e idromassaggi in spa a cinque stelle, che andavano a giocarseli nei casinò di Venezia, della Croazia o della Slovenia, mentre gli operai delle loro fabbrichette facevano picchetti per avere lo stipendio, per non essere licenziati o per impedire che i macchinari traslocassero in Romania. Lui, con un tratto di penna, toglieva ai poveri e dava ai ricchi. Depredava i poveri cristi e arricchiva gli amici, i potenti, quelli che, sotto Natale, riconoscenti, si sdebitavano accludendo agli auguri un Rolex d’oro o i biglietti aerei per New York, Sydney o Acapulco. Arricchiva quei famosi imprenditori, portatori di voti e preferenze, che pagavano due soldi gli operai per farli lavorare in nero, che riempivano di olezzi, fumi, inquinamento e tumori mezza regione, che pagavano le tasse – quando le pagavano – col contagocce, che gonfiavano gli appalti nella sanità, speculavano sugli anziani e i disabili delle case di riposo, che, cellulari all’orecchio e cravatte di seta, facevano la fila negli uffici regionali e ne uscivano sempre con sorrisi ad anguria spaccata e tasche rigonfie di malloppo. Ma stranamente, tutto ciò sempre legalmente, cioè sotto la copertura di una legge. Una legge manipolata e adattata da lui, da quel tizio che adesso vedevo davanti a me.

Per inciso: adesso ho capito perché vorrebbero la secessione: per poter fare i loro comodi e trasformare questa bellissima terra in un campo di concentramento per gli indesiderabili, primi tra tutti gli immigrati, ma ci sarebbe posto anche per oppositori politici (sempre che ce fossero ancora, cosa di cui dubito), omosessuali, femministe, pacifisti, atei o semplicemente non-cattolici, e poi chi consuma kebab, chi dipinge sui muri, cioè i writers, chi porta i capelli colorati, chi legge Darwin, Marx, Primo Levi o Pasolini, chi ascolta De Andrè, Guccini, De Gregori, o l’hard rock. Torniamo al punto, però, signor Presidente: non vorrei annoiarLa. Dicevo di quel dirigente dell’Avvocatura. Lei potrebbe obiettarmi: ma le leggi mica le approvava lui, le approvava il Consiglio. Certo, rispondo io, ma il Consiglio era a maggioranza della coalizione di cui faceva parte il dirigente, una coalizione di destra e quindi erano i capi dei partiti di maggioranza che gli affidavano l’incarico di – diciamo – migliorare o, meglio, adeguare il testo secondo le esigenze loro e della loro clientela. Bene, quel giorno, durante la riunione che si tenne dopo le lezioni, il dirigente era invasato, non stava nella pelle. Si dimenava, si alzava, dava ordini alle segretarie, sorrideva e stringeva mani: era felice, si vedeva. Probabilmente avrebbe preferito stare altrove, in un posto adatto ad assaporare la vittoria. Oppure, avrebbe voluto essere un uccello per volare via, libero e gioioso, attraverso che qual gran balcone che dava sul Canale. Volare e cantare, cantare e defecare sulla testa di quei poveri mortali lì in basso a sgobbare e sudare. Era radioso, insomma. Aveva vinto. Tutto il tempo della riunione – una riunione tecnico-amministrativa per il bando di un appalto di non so cosa, incontro che, si vedeva lontano mille miglia, lo annoiava mortalmente – lo dedicò a girare attorno ad un unico argomento: la SUA vittoria elettorale. Finché, finalmente, non raggiunse l’obiettivo. Disse: “Ora che abbiamo vinto NOI, gliela faremo pagare a TUTTI! Pietà per nessuno. Vedranno di cosa saremo capaci! E chi non si piegherà, può già fare le valigie…” Io lo osservavo, dall’altro capo dell’enorme tavolo intarsiato sul cui ripiano cadeva la languida luce del giorno. Tutti naturalmente sapevamo delle sue preferenze politiche. Ma nessuno si aspettava quella tirata estemporanea e fuori luogo. E sì che fino ad allora aveva fatto il bello e il cattivo tempo comunque, in Regione. Erano parole di un livore unico, stomachevole, di un livore vendicativo platealmente sopra le righe: tra l’altro, in bocca ad un funzionario. Gli occhi gli si accesero di una luce diabolica, avida, parlava e parlava e non la smetteva. Una mia collega tentò di smorzare il tono con un colpo di tosse, ma lui niente, avanti, imperterrito. Un altro si girò verso il balcone come per sviare l’attenzione, ma nulla! Due o tre, si limitavano ad annuire, pavidamente. Apparentemente, oltre alla signora del colpo di tosse, solo io provavo imbarazzo. Dopo le minacce, passò alle offese. Seguendo quasi un copione, che poi avrei visto applicato varie volte in tivvù dai suoi amici di partito, cominciò scagliandosi contro i “comunisti”, cioè quelli dell’opposizione, sia in Consiglio che al Parlamento. Poi toccò ai giudici – sì, ai giudici, signor Presidente – che volevano processare il suo capo, giudici che, siccome volevano processarlo per la storia delle minorenni, erano tutti froci, se uomini, e frigide da scopare, se donne. Dopo, vennero i giornalisti che valevano meno delle penne che usavano (ché erano, al solito, o scoglionati/castrati, se maschi, o puttane, se donne: queste ultime, in particolare, se parlavano male del SUO Sommo Capo, lo facevano perché, essendo brutte e laide, non erano riuscite a farsi trombare né da lui né “da qualcuno dei suoi body guard”: disse proprio body guard: ché anche in certi momenti non si può rinunciare all’espressione trendy anglofona…). Insomma, un fiume impetuoso, una cascata di insulti, offese, vituperi, interrotto dai soliti “ce la pagheranno”, “non la passeranno liscia” e dal “questa volta non facciamo prigionieri” che quella mattina campeggiava sui giornali: era quanto aveva dichiarato “a caldo” un uomo politico del suo partito – un tipo che era stato persino Ministro e che andava in giro con Ray-Ban tipo dittatore sudamericano – che poi sarebbe finito in galera per corruzione di giudici…

La solita storia del servo che, essendo tale nell’anima, è sempre più ignobile e idiota dei suoi padroni. Mi ricordo che, mentre sproloquiava, insultava e dilagava, mi concentrai sulla sua bocca, sulle labbra sottili e perfide da cui veniva vomitata quella sozzura, su quei denti gialli di nicotina che si mostravano ad ogni ghigno, ad ogni improperio, ad ogni epiteto scatologico. Alcuni filamenti di saliva, gli si allungavano quando apriva la bocca, due grumi di bava schiumosa gli si addensavano agli angoli. Mi ricordo questo e le parole che pronunciava e, il tutto, nel mio ricordo, fa un unico bolo di lordura, repellenza, schifo. Una poltiglia che ancora mi dà la nausea. Ecco perché, vedendolo ad applaudire sotto il palco lo scorso 25 aprile, ho provato disgusto e rabbia. Avrei voluto afferralo per il bavero e cacciarlo via, urlandogli in faccia ciò che penso di lui. Ma, poi, mi sono guardato attorno ed ho visto che la gente ascoltava pacifica, annuendo e sorridendo, fiera, sembrava, di compiere questo rito civico. E sia io e che lui stavamo incastonati tra questa gente un po’ curiosa e un po’ annoiata, un po’ interessata e un po’ con la testa al pranzo. Ho guardato attorno. E mi sono chiesto, caro Presidente, quanta di quella gente, in verità, la pensava come me e quanta, invece, aveva lo stesso passato di quell’omuncolo meschino e tracotante che adesso applaudiva sotto il palco. Metà e metà, diciamo? Va bene, metà e metà. D’altra parte come fa la minoranza a diventare maggioranza, dirà Lei, giusto? Ma questa è un’altra storia, mi pare. Qui non si tratta di cambiare idea, ma di essere zerbini di qualcuno. Opportunisti e zerbini. Leccapiedi e zerbini. Sempre. Ed uno zerbino non diventerà mai un tappeto persiano. Qui si tratta di essere servi per avere un padrone, chiunque esso sia. E così saltano sul carro dei vincitori o, meglio, scappano dalla nave che affonda come i topi. Così ho capito il vero significato – etimologico e concettuale, universale e onnicomprensivo – della parola “voltagabbana”. Un significato nazional-popolare, direbbe un politico di una volta. Quindi, signor Presidente, ho compreso che, ad essere fuori posto, ero io, sono io: io, non gli altri. E persino l’avvocato tracotante e riciclato era al suo posto: io no. Lo era all’epoca delle sue tirate contro tutto e tutti, dei suoi affari sporchi e delle sue pornografiche esibizioni di potere e lo è adesso, riciclato o ravveduto o riposizionato, faccia Lei. Sono io il settario, il moralista, l’estremista, l’irriducibile solitario, l’anarchico e l’individualista, il testardo e il cocciuto, il sovversivo e l’oppositore, il rompicoglioni e il pedante, il fesso onesto e l’insulso idealista, l’ingenuo don Chisciotte e lo scettico illuso. Sono io a non voler padroni, mentre un popolo abituato ad avere padroni non può farne a meno. Ho capito, dunque, che è il sottoscritto, signor Presidente, colui che non può stare né in una piazza come quella del 25 aprile né, in generale, in questo Paese. E non ci può stare perché traligna, non è in sintonia: è coerente. Che, qui, è come essere malato. Per questo me ne vado, vado in un altro Paese, in esilio se vuole, dove la coerenza è moneta corrente, affare normale. Una sorta di ospedale psichiatrico a cielo aperto, per voi italiani!

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