I vigliacchi su Di Matteo

di Giulio Cavalli.

Arriva addirittura la notizia che a Palermo sarebbe pronto il tritolo per Nino Di Matteo secondo il pentito Vito Galatolo che parla anche di un’eliminazione voluta da “entità esterne oltre a Cosa Nostra”. Potrebbe anche non essere vero, certo, anche se rimane il fatto che la famiglia Galatolo è da sempre legata ai Servizi Segreti e sono stati proprio loro ad organizzare il fallito attentato dell’Addaura ai danni di Giovanni Falcone. Intanto a Di Matteo è stata rafforzata la scorta (è la più facile e veloce panacea) nonostante non sia ancora arrivato il “bomb jammer”, l’unico dispositivo veramente utile nel caso di un attentato esplosivo, e intanto per tutta l’Italia sono stati organizzati cortei per esprimere la propria vicinanza e solidarietà al sostituto procuratore e chiedere al Governo di prendere provvedimenti. Il Governo, appunto: al loquacissimo Presidente del Consiglio non riesce a scivolare nemmeno un timido tweet di vicinanza, il Presidente della Repubblica ha già avuto modo (volente o nolente) di dimostrare la propria “lontananza” dai magistrati palermitani impegnati nell’indagine sulla trattativa Stato – mafia e solamente qualche deputato ha espresso (a titolo personale) preoccupazione. Eppure l’isolamento di Nino Di Matteo è molto più complesso di quello che sembra: la Procura di Palermo continua ad avere vacante il posto di procuratore e il procuratore facente funzione Leonardo Agueci può semplicemente provare a tamponare la situazione di acredine crescente anche tra colleghi, così diventa anche molto più semplice per una certa politica lanciare le proprie bordate (dalla sempre presente accusa di spettacolarizzazione fino alle minimizzazione strisciante di alcuni “antimafiosi” di una certa sinistra) e svilire il lavoro del pool di Palermo.

Perché la bile che scorre contro Di Matteo, dovremo avere il coraggio di dirlo, è un veleno che viene mescolato soprattutto dagli “amici” piuttosto che dal Riina di turno o da qualcuno di ambiente puramente mafioso: la bile contro Di Matteo sta nell’invidia di chi sogna di essere il più scortato degli scortati, sta nell’inspiegabile timidezza dei professionisti della solidarietà, cuoce nei corsivi degli intellettuali che danno una spiegazione a tutto senza leggere le carte, sta nella paura vigliacca dei sodali berlusconiani nell’affondare le mani tra gli inizi siciliani del proprio partito, è condita dall’equilibrio precario di chi ha bisogno dei berluscones per portare a termine le riforme, sta nei professionisti dell’antimafia che temono l’oscurità di antimafie più splendenti e sta in quel brutto giornalismo che impone opinioni senza preoccuparsi di informare. Il “caso Di Matteo” è antropologia della vigliaccheria contemporanea.

Dalla rubrica Lo scassaminchia, su L’Espresso.it, 16 nov. 2014.