I perche’ di una protesta. La ‘buona scuola’ per genitori e non addetti

di Giuseppe Tramontana.

I prof si ribellano alla “Buona scuola” e scendono in piazza. E’ già accaduto nel corso del mese di aprile e accadrà di nuovo  il prossimo 5 maggio. Si stima che almeno mezzo milione di docenti e personale ATA scenderanno in piazza. Per gli studenti, non è dato sapere, ma saranno sicuramente tanti.

Sembra di essere tornato ai tempi beati della Gelmini. Tutto ruota attorno a questo fantastico DDL (il nr. 2994, titolo completo “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”) di 136 pagine (136, come “Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde”) noto come la “Buona scuola”. Come mai tutto questo can can? Cosa prevede questo provvedimento? E perché non piace ai docenti?

            La prima questione riguarda il Piano di assunzioni.

            Dovrebbe riguardare (art. 8) 100.701 assunzioni per poter chiudere le graduatorie provinciali dei supplenti e superare definitivamente la stagione del precariato scolastico.

            Rinviata per il momento l’assunzione degli insegnanti della scuola dell’infanzia, interessata dalla riforma 0-6 che dovrebbe coordinare i servizi per l’infanzia da zero a sei anni: nidi e scuole materne.

            Quali sono le obiezioni dei sindacati?

            Secondo loro la proposta governativa è una soluzione parziale: dal piano sono esclusi gli idonei all’ultimo concorso e migliaia – forse più di 50mila – precari d’istituto, che hanno prestato servizio per anni, cui verrebbe dato il benservito: adieu!

            Tra l’altro, fanno notare, al momento, il governo non ha fornito alcuna soluzione per rispettare la sentenza europea che a novembre ha condannato l’Italia per abuso di precariato nella scuola. Anzi, stabilisce che dopo tre anni di supplenze si viene “licenziati”: ri-adieu!

           Altra questione scottante è quella del cosiddetto preside-sindaco o preside-sceriffo o preside-dittatorello (forse si potrebbe meglio definire “preside-Renzi”).

            L’idea che ha in mente il Presidente del Consiglio è quella di rilanciare la scuola assegnando più potere ai dirigenti scolastici. Un po’ come ha fatto la FIAT (ora FCA) con Marchionne, l’Ungheria con Orban e il PD con lui.

            Tra le competenze del capo d’istituto era prevista in prima stesura la compilazione del Piano triennale dell’offerta formativa della scuola – il documento politico organizzativo dell’azione educativa – che privava gli organi collegiali di importanti poteri deliberanti. Ma il 3 marzo, in Commissione Cultura, la norma è stata rivista: il Piano è elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico. Il Piano è approvato dal Consiglio di circolo o di istituto. Cambiamenti sostanziali? I più non ne vedono.

            Spetta al Dirigente, poi, decidere arbitrariamente la valorizzazione e l’attribuzione unilaterale del beneficio economico (cosa oggi di competenza della contrattazione).       Discutibile anche la norma che prevede, per i richiedenti trasferimento, una sorta di “nulla osta o gradimento” da parte del dirigente della scuola in cui si vorrebbe andare: che fine farà la mobilità interprovinciale? Inaccettabile (e anche inattuabile) la scelta da parte dei dirigenti scolastici dei docenti, sulla base del loro curricolo e dell’affinità con il progetto di scuola. In questo modo il docente, selezionato dallo Stato con l’imparzialità di un concorso pubblico, si metterebbe a mercato e a disposizione del miglior offerente. Si pongono serie premesse per rimettere in discussione la libertà della scienza e dell’arte e del suo libero insegnamento.

            Inoltre, passa nelle mani del capo d’istituto la valutazione dei docenti neo immessi in ruolo e toccherà sempre al dirigente scolastico premiare, con un corrispettivo in denaro, gli insegnanti più bravi. Il preside dell’era Renzi potrà inoltre scegliere i docenti dagli albi territoriali in cui verranno piazzati i 100mila nuovi assunti e potrà “strappare” alle altre scuole i docenti migliori/più capaci/più fidati: i favoriti modello Concino Concini, insomma. La cosa, ovviamente, non piace agli insegnanti i quali, dopo, gli Avengers, non vogliono ritrovarsi con un preside – pardon, dirigente scolastico – con i superpoteri, capace con  uno zac! di tramutare un insegnante-zerbino in un collaboratore meritevole di riconoscimenti economici extra. Senza contare questa vicenda degli albi triennali, sorte di panchine virtuali, su cui stazionano i prof in attesa di essere chiamati dal deus ex machina di turno. Non solo: devono essere disposti a ritornare in panchina appena lo decide il capo. E stiamo parlando di gente che ha superato un concorso o un corso per l’abilitazione e si ritroverà per tutta la vita a dipendere dalle esigenze e dalle paturnie di un altro essere umano.

            Considerazione ai margini.

            Negli anni Settanta, nel pieno di tumulti, terrorismo e inquietudini di massa, a scuola entrò la democrazia; oggi, in mezzo al conformismo di massa e ai gridolini dei perbenisti facili all’indignazione (e all’ipocrisia) per qualunque cosetta fuori posto, ritorna l’accentramento dei poteri: ricorda la storiella di Orson Wells: il sanguinoso Cinquecento italiano diede comunque vita al Rinascimento ai capolavori dell’arte, al nuovo pensiero politico, mentre il tranquillo Cinquecento svizzero originò solo l’orologio a cucù!

Scuole più autonome.

            Il piano di assunzioni e il super-preside serviranno a realizzare l’autonomia scolastica con risorse di personale ed economiche adeguate? Dopo vent’anni, la tanto sbandirete autonomia scolastica non ha data grande prova di sé. La scuola, spesso, si è trasformata in una sorta di progettificio, con offerte extra strabilianti scolastiche, ma con un impoverimento progressivo dei contenuti curricolari. E tutto ciò a fronte di una popolazione scolastica sempre più distratta e abulica: una tavola fin troppo imbandita per degli inappetenti. Tuttavia, per qualcuno il problema non è la troppa autonomia, ma la carenza di autonomia. Così, per attuarla definitivamente e completamente servono soldi. Dove reperirli?

            Naturalmente ci vogliono i finanziamenti statali, ma, per arrotondare e rimpinguare, il DDL prevede altri due canali: l’eventuale destinazione alla scuola del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi annuale da parte dei genitori (art. 15) e lo “school bonus” , eventuali donazioni in denaro da parte di privati (art. 16) e detrazioni fiscali del 19% , fino a 400 euro, per spese legate all’istruzione (art. 17). E gli istituti superiori potranno anche organizzare il curriculum dello studente, con materie aggiuntive da scegliere negli ultimi anni del percorso della secondaria di secondo grado (art. 3). E’ anche previsto il potenziamento della musica e dell’educazione motoria all’elementare e dell’economia e della storia dell’arte alle superiori (art.2). E, per concludere in bellezza (visto che infilare l’informatica in qualsiasi discorso fa chic),  un piano per sviluppare le competenze digitali degli studenti.

            Ma sulle modalità di finanziamento le critiche abbondano.

            Il timore è che, nonostante la quota perequativa del 10% prevista dal DDL, si accentuino i divari tra scuole frequentate dalle élite e gli istituti ubicati in zone disagiate, soprattutto considerato che “tali insegnamenti sono attivati dalle singole istituzioni scolastiche nell’ambito delle risorse finanziarie disponibili e dei posti di organico assegnati all’istituzione scolastica sulla base dei piani triennali e sono parte del percorso dello studente ed inseriti nel suo curriculum”.

Legame scuola-aziende.

            Si tratta della ricetta messa in campo dal governo per combattere la dispersione scolastica. Ma si tratta anche di un modo per avvicinare l’offerta formativa delle scuole e la domanda di professionalità delle imprese che spesso non riescono a reperire sul mercato alcune figure. Sarà l’alternanza scuola-lavoro – con almeno 400 ore in azienda nei tecnici e nei professionali nell’ultimo triennio e 200 ore nei licei – lo strumento per realizzare questi

obiettivi. Le obiezioni riguardano il fatto che la scuola rischia di diventare l’anticamera delle imprese (che possono finanziarle), venendo a perdere  la dimensione educativa che ha avuto finora.

Edilizia scolastica.

            Sono quattro i miliardi di euro che si spenderanno nei prossimi anni per tutelare il sistema edilizio scolastico del Paese, con più di 36000 edifici non a norma. Tra gli obiettivi del governo, ci sarebbe quello di costruire “scuole innovative” (sic!) e di prevedere “misure per la valorizzazione e la sicurezza degli edifici scolastici” (art. 19). Singolare tutto ciò in un Paese in cui soffitti e infissi continuano a crollare.

Paritarie e benefit per i docenti.

            Tra le polemiche di coloro che non vorrebbero che lo stato finanziasse neppure con un euro gli istituti privati, arriva la detraibilità delle spese sostenute per la frequenza delle scuole paritarie – dell’infanzia e del primo ciclo – con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno. Uno scherzetto che costerà alla collettività 100 milioni di euro all’anno e si aggiungerà ai 472 milioni erogati ogni anno al sistema scolastico non statale.

            In compenso, ogni insegnante della scuola statale avrà a disposizione una Carta con 500 euro annui per spese culturali: acquisto di libri, software, abbonamenti teatrali ed altro. E pensare che io volevo comprami un paio di scarpe nuove!

Obiettivi e deleghe.

             Da dove si vede il velleitarismo del governo? Da qui. Già l’art. 2, comma 3,  spara alto: prevede non meno di 10 obiettivi da raggiungere con questo provvedimento legislativo. Dentro c’è di tutto: dal CLIL all’educazione all’uso dei social network, dal rafforzamento linguistico alla legalità, dall’educazione paesaggistica a quella matematico-scientifica, dall’apertura pomeridiana delle scuole all’ “alfabetizzazione all’arte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini”. Un guazzabuglio che non vi dico. E tutto con la miseria dei soldi stanziati: sembra la storia del paltò di Napoleone di Miseria e nobiltà. Previsioni roboanti per effetti miserabili. E poi ci sono le deleghe. L’art. 21 prevede una “delega in bianco”, anzi di tredici deleghe in bianco, per il Governo su molti argomenti, comprese le materie oggi regolate per contratto. Sono così narcisisti che vogliono fare entrambe le parti: del protagonista e del coprotagonista, della moglie e del marito, del bianco e  del nero.