I furbetti della denuncia anticamorra

 di Giovanni Tizian.

Un gruppo di imprenditori vicino al clan dei Casalesi e a Nicola Cosentino denuncia i boss rinchiusi al 41 bis. Ma secondo la procura antimafia di Napoli si tratta di una strategia per rientrare nel giro dei lavori pubblici. Per questo li ha indagati. Sospetti che trovano conferma nei verbali di un super pentito. Che rivela: «Non sono vittime del clan».

A Gomorra è corsa al si salvi chi può. Un segnale preciso della crisi irreversibile del clan dei Casalesi. Il padrino numero uno della cupola, Antonio Iovine, si è arreso. Ha iniziato a collaborare con la giustizia indicando gli appoggi politici del Clan. Altri capi storici stanno mostrando segni di cedimento. I reparti militari sono stati sconfitti. E chi custodisce il tesoro, i prestanome che per decenni si sono arricchiti grazie alla mafia casalese, ora tenta di salvarsi denunciando le estorsioni fatte dalla manovalanza rimasta in circolazione. Tentano il tutto per tutto. Cercano di risorgere dalle macerie. Secondo la procura antimafia non tutti però sono vittime.

Alcuni degli indagati avevano persino organizzato riunioni con una nota associazione antiracket. Ma gli inquirenti sono intervenuti in tempo per evitare che le finte vittime diventassero paladini della legalità. Così è finito sotto inchiesta un gruppo di dieci imprenditori di Casapesenna, feudo del clan dei Casalesi. Sono i titolari di un cartello di aziende che hanno sempre lavorato con enti pubblici nei lavori di somma urgenza per i quali i controlli antimafia sono praticamente nulli. I pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio alcune settimane fa hanno ordinato le perquisizioni per una decina di loro. L’ipotesi su cui stanno indagando è concorso esterno in associazione mafiosa. Non vittime, quindi, ma fiancheggiatori del super boss Michele Zagaria. La mente imprenditoriale del Clan. E le conferme arrivano proprio dal suo braccio destro: il pentito Massimiliano Caterino.

Tra gli imprenditori ci sono Giuseppe Fontana, Francesco Martino e Raffaele Galoppo. Tutti e tre già indagati nella vicenda degli appalti per la manutenzione della rete idrica regionale. Al centro ci sarebbe proprio Fontana. Da lui sono partiti gli inquirenti. Colpito da un interdittiva antimafia (il provvedimento della prefettura che vieta alle aziende di partecipare ai lavori pubblici), avrebbe tentato di aggirare l’ostacolo legandosi ad altri imprenditori e portando a sua discolpa una recente denuncia per estorsione. Un gioco di prestigio per mettere le mani sull’appalto “la bandiera blu” sul litorale domitio.

Chi doveva controllare però non è caduto nel tranello e ha escluso la cordata. Ma Pino Fontana ha amici importanti. Fulvio Martusciello, assessore della giunta Caldoro e neo europarlamentare di Forza Italia, è uno di questi. Secondo quanto riportano i carabinieri nell’informativa agli atti del processo Cosentino, Martusciello avrebbe chiesto a Fontana di organizzare un incontro a casa di Nick ‘o Mericano, il potente ex sottosegretario del governo Berlusconi imputato per camorra. L’assessore e Fontana hanno fatto visita a Cosentino il 22 dicembre scorso. «Una visita di cortesia», si è difeso Martusciello. La pensano diversamente i militari dell’Arma. Che hanno concentrato l’attenzione sull’imprenditore e sulla denuncia presentata per un’estorsione subita dalla manovalanza del clan. La trama è intricata. Ma i pm di Napoli avrebbero trovato importanti riscontri grazie al nuovo pentito Massimiliano Caterino. Fino all’arresto era il cassiere della famiglia Zagaria.

Non un soldato qualunque, dunque, ma l’archivio vivente degli affari. «Con riferimento agli imprenditori che ho citato devo ribadire che essi non sono assolutamente, non possono ritenersi vittime del clan», ha raccontato Massimiliano Caterino. “O Mastrone”, questo il suo soprannome, ha riempito verbali che scottano. Il collaboratore di giustizia conosce a memoria i fiancheggiatori, i prestanome, i complici annidati negli apparati amministrativi e burocratici. Ha iniziato a fare i nomi dei tanti imprenditori al servizio del boss. «Michele Zagaria godeva di eccezionale rispetto e stima da parte di tantissimi imprenditori ed anzi il suo clan si caratterizzava essenzialmente per la capacità economica e di gestione di questi rapporti. Me ne sono occupato io personalmente per tanti anni proprio per conto di Zagaria il quale si fidava di me anche perché evitavo di trattare queste vicende con la violenza o le minacce», ha rivelato Caterino in un recente interrogatorio.

Un verbale – letto da “l’Espresso”- che ha permesso alla distrettuale antimafia di mettere insieme i pezzi del mosaico. E di proseguire nell’inchiesta sulle false denunce di un gruppo di aziende legate alla camorra casalese. Che grazie a Franco Zagaria, cognato del padrino di Gomorra, ha ottenuto numerosi appalti dalla Regione, dalla Provincia di Caserta e dai Comuni del Casertano. «Francuccio Zagaria per conto di Michele Zagaria riusciva a gestire i rapporti anche con le amministrazioni pubbliche», ha dichiarato il pentito. Seguono numerosi omissis, che lasciano presagire altri filoni investigativi. Sulle false denunce poi aggiunge: «Avevano una tutela e una protezione anche nei confronti delle altre organizzazioni criminali che operavano nei vari territori dove prendevano appalti, anche fuori dalla provincia di Caserta… pagavano una percentuale al clan competente per territorio sui lavori che svolgevano grazie alla nostra mediazione. Allo stesso modo pagavano noi quando i lavori si svolgevano nei territori di nostra competenza. In ogni caso, e a prescindere da queste divisioni territoriali, facevano sempre un regalo per ciascun lavoro a Michele Zagaria in relazione al particolare rapporto che avevano con lui».

Il braccio destro di Zagaria ha «un rapporto confidenziale» con Fontana, tanto che lo «invitò al suo matrimonio». Alla cerimonia era presente «Carmine Zagaria (il padre del capo clan) con il quale aveva un fortissimo legame». Caterino spiega ai pm di essersi mosso per l’imprenditore amico di Cosentino: «Per Fontana mi sono interessato spesso di sistemare gli accordi con i clan di zona dove svolgeva i lavori». L’imprenditore è stato interrogato. A sua discolpa ha portato la denuncia presentata nel 2013 contro un affiliato. Sostiene di non avere rapporti con Nicola Cosentino, ma di conoscere il fratello del politico, e di essere cugino di primo grado di Franco Zagaria, l’ufficiale di collegamento tra clan e apparati pubblici. Cugini sì, «ma non lo frequento», ha detto agli inquirenti. Che gli hanno chiesto anche se ha mai pagato tangenti per i lavori all’acquedotto e finanziato campagne elettorali. A entrambe le domande ha risposto di no. Quando poi nell’interrogatorio è stato tirato in ballo il provvedimento con cui la prefettura gli ha ritirato il certificato antimafia, Fontana si è difeso spiegando che ha presentato istanza di revisione. L’elemento che ha portato a supporto della domanda? «La denuncia che ho presentato ai carabinieri nel 2013 per estorsioni subite dal 2004 al 2012».

E per convincere gli inquirenti che lui è una vera vittima, si aggrappa alle amicizie nell’antiracket. Definendosi molto amico di due imprenditori che nel 2010 hanno fatto arrestare il padre, il fratello e gli scagnozzi del potente boss Michele Zagaria. Che con il pentimento dell’altro capo assoluto, Antonio Iovine “o Ninno”, si trova isolato e in difficoltà. Una collaborazione decisiva. Che potrà svelare coperture politiche e imprenditoriali del clan di Gomorra. Insomma, gli insospettabili tremano. E “o Ninno” di certo saprà indicare ai pm chi è davvero vittima e chi invece recita per convenienza.

Nei primi verbali depositati, Iovine ha raccontato delle tensioni tra le varie contrade del clan. La cupola, a partire dal 2008, si sfalda. Una frattura interna che raffredda i rapporti tra sovrani dell’impero criminale Casalese. Questione di soldi, ovviamente, e non di onore. Ammissioni che permetteranno di rileggere gli ultimi sei anni con una prospettiva diversa. A partire da alcune denunce presentate da imprenditori legatissimi a “O Ninno” che hanno fatto fuori l’ala Zagaria.

Da L’Espresso, 30 maggio 2014.