GIORNATA DELLA MEMORIA. Una partita come tante. O quasi

di Giuseppe Tramontana.

Trusevich, Sviridovskiy, Korotkikh, Klimenko, Tyutchev, Putistin, Kuzmenko, Balakhin, Goncharenko, Sukharev e Melnik. Alla stragrande maggioranza della gente questi nomi non dicono nulla. Proprio nulla. Più muti del servo muto di Zorro. Eppure si tratta di una squadra di calcio. Di una grande squadra di calcio. Ma ciò non aiuta ancora. Scommetto che a nessun tifoso questi nomi sono familiari.

Neanche a quelli che, dopo una sconfitta del Milan, si soffermano a guardare pensierosi un dirupo, indecisi se fare o meno il grande salto per sfuggire ai mali della vita. Bene, una squadra di calcio, dicevamo. Che squadra? Russa? Jugoslava? Fuochino: ucraina. E fu protagonista di una delle partite più memorabili della storia. E non solo della storia del calcio. Una partita tremenda. Giuro.

Tutta la storia comincia quando all’inizio della primavera del 1942, in una Kiev occupata dai nazisti (fin dal 19 settembre 1941), il signor Josif Kordik, di professione panettiere, viene fulminato per strada da una visione che definire straordinaria è il minimo. Il cuore gli si arresta in petto, perle di sudore gli corrono lungo le tempie, le gambe sconocchiano: ma quello dall’altra parte della strada non è il portiere della Dinamo Kiev Nikolaj Trusevich? Sì, lo è. Ora, c’è da dire che Kordik era a modo suo uno che si dava da fare. Di origine tedesca, era riuscito ad ottenere un trattamento privilegiato dai tedeschi. Intanto era riuscito, chissà come, a sfuggire ai campi di prigionia nazisti, e poi  anche grazie al suo mestiere era di casa negli uffici del comando nazi, riuscendo persino ad entrare in buone relazioni con alcuni militari. Ma per Kordik il vero problema non erano i nazisti. Kordik aveva un problema grosso come un macigno, un problema che si portava dietro e gli aveva invaso tutto l’essere: dalla testa ai piedi: Kordik era malato. Malato grave, ma non serio. Malato di tifo. Di tifo calcistico, intendo. Era tifoso all’ultimo stadio proprio della Dinamo Kiev, lo squadrone che, all’epoca, era una delle squadre più forti d’Europa. Ora, immaginatevi la scena. Voi siete tifosi, che so?,  della Juventus.  L’Italia viene invasa, mettiamo, da San Marino, voi siete sostanzialmente al riparo dalle violenze degli invasori, mentre gli altri sono rinchiusi in campi di prigionia e soffrono la fame e le vessazioni. In questo clima che succede? Succede che incontrate per strada – coperto di stracci, emaciato, sporco e moralmente affranto – Dybala, Tevez o Buffon.  Il fato vi offre su un piatto d’argento la possibilità di aiutare un vostro mito, quello che avete acclamato, osannato, difeso al Bar dello Sport per anni. Che fate?

Probabilmente fate o fareste quello che fece  Kordik in quel giorno imprecisato della primavera ucraina del 1942. Infatti, il panettiere si avvicina e offre aiuto al suo idolo. Lo accoglie nella sua panetteria, gli da’ un lavoro (clandestino) e lo accudisce. Ogni tanto probabilmente ne approfitta per chiedere qualche informazione sulla Dinamo, qualche ragguaglio su vecchie azioni di gioco, qualche rimpatriata intorno a partite ormai avvizzite nella memoria. E ci piace pensare che il portierone risponda sempre con molta cortesia e diligenza. Con riconoscenza.

Kordik, con l’andare del tempo, comincia a pensare che se ne ha salvato uno, può provare a salvarne altri, di quella squadra. E se ne salva abbastanza, perché non rimettere in piedi la formazione originaria, un po’ come la band dei Blues Brothers?

Cerca che ti cerco, infòrmati che ti informo, scopre con l’aiuto di Trusevich dove stanno gli altri. Ne trova otto della Dinamo e tre (Vladimir Balakhin, Vasiliy Sukharev e Mikhail Melnik) della Lokomotiv Kiev. Li mette insieme, plasma la nuova squadra e, visto che i nazisti hanno sciolto le società preesistenti, le danno un nuovo nome: la chiamano F.C. Start.

 

Ora, c’è da dire che, nella Kiev occupata dai nazisti, metter su una  squadra di calcio in effetti non non è una delle esigenze prioritarie della gente. Però, sai, anche il calcio aiuta a sollevare il morale. E poi, vuoi mettere?, il senso o l’illusione di normalità che dà un partita di calcio? Se si riesce a organizzare un campionato, figurati!

L’idea non è peregrina. Kordik, grazie al suo fiuto e, soprattutto, alle sue conoscenze, è venuto a sapere che i tedeschi stanno pensato davvero di far rimasticare un po’ di placido tran-tran agli ucraini approntando un mini-campionato: la normalità è normalità. La gente ha bisogno di divertirsi. Così non riompono le scatole e tu puoi controllarla meglio. Liberatori, siamo, mica occupanti. Viene persino ristrutturato lo stadio. E poi, via al torneo. Al campionato si iscrivono sei squadre. Quattro formate da soldati tedeschi o dai loro alleati, romeni e ungheresi, una di ucraini collaborazionisti (la Rukh) e la Start appunto.

Quelli della Start sono professionisti. Grandi professionisti. Seppur emaciati, debilitati dai campi di lavoro e dalla malnutrizione trattano la palla come la loro fidanzata, la portano a spasso come il bebé nella carrozzina, addomesticata come il leone sdentato del circo, scorrevole e fluida come la vodka nelle vene. Uno spettacolo, insomma. Contro di loro, gente abituata a portare anfibi, strillando “heil Hitler!”, fucilare partigiani ed ebrei e, di tanto in tanto, ubriacarsi o andare a puttane. Non ci può essere partita.
L’incontro inaugurale si gioca tra le squadre locali. Gli ucraini in male arnese di Kordik e Trusevich contro i nerboruti, satolli e lindi collaborazionisti della Rukh. I fornai vincitori, in casacca rossa, sono tutti orrendamente comunisti e non nascondono l’avversione nei confronti dell’Idra che ha occupato il loro paese. Glia ltri vestono di bianco. Ma i primi, comunisti o non comunisti, vincono per 7 a 2.

La vittoria dello Start ovviamente non è una buona propaganda per i nazi ed i loro amici collaborazionisti. Così l’allenatore della Rukh ottiene che le future partite lo Start le giochi non nello stadio grande di Kiev, ma in uno più piccolo e periferico. Come dire? Di vincere possono vincere, ma almeno senza dare nell’occhio… Ma nell’occhio danno lo stesso. Nonostante il trasferimento, la squadra dei fornaretti rossi va che è un piacere. Nella partita successiva asfaltano con il risultato di 11 a 0 la squadra dei romeni. In giro sorge curiosità. La notizia che c’è una squadra ucraina che batte gli invasori fa il giro di Kiev. La gente comincia a interessarsi e piano piano inizia a frequentare il minuscolo stadio periferico per vederli giocare. Piccole soddisfazioni per un popolo offeso e deluso, in ginocchio, vedere la propria squadra schiantare i nemici invasori. Al contrario, la Rukh è una pena. La cosa più eccitante che ti può capitare vedendoli giocare è sbadigliare. Quello che gli riesce indubbiamente meglio è lasciarsi sconfiggere dalla più forte delle formazioni tedesche, la più forte e quella maggiormente accreditata per la vittoria finale, la squadra dell’aviazione tedesca, la Luftwaffe, con un nome che sembra uno scioglilingua: Flakelf. Presentata come invincibile, la Flakelf ha un preciso compito: farla finita con il mito dello Start, la quale sta diventando il cuore pulsante della resistenza agli invasori. Farla finita e chiudere con i mormorii, i sorrisini di malcelata soddisfazione, i petti gonfi di quei untermenschen ucraini. Se lo Start era un baluardo, ebbene aveva trovato l’ariete capace di abbatterlo! Intanto, lo Start vola. Altro che Luftwaffe!

Il 6 agosto 1942 lo scontro tra titani si trasforma in una passeggiata per gli ucraini che sommergono gli avversari sotto un umiliante 5-1. Storditi, confusi, offesi, sconvolti, i tedeschi tornano a casa, anzi in caserma. Ma, si sa, i tedeschi, non mollano così come se nulla fosse. I campioni intanto sono i rossi. Hanno realizzato 43 gol in 7 partite. Partite tutte vinte, chiaramente. Però, l’indomani, il 7 agosto, un venerdì, gli ucraini scoprono che i tedeschi della Flakelf si vogliono rifare sotto. La città è tappezzata da una miriade di manifestini che annunciano, per la domenica successiva, il 9, la partita di ritorno. Proprio così: partita di ritorno. Non rivincita. E già, solo per questo, la cosa puzza un po’. Tutti capiscono l’antifona: i nazisti non ci stanno a perdere. Sono i padroni, i dominatori, i superuomini. Loro non possono perdere. I giocatori ucraini si stringono attorno al portiere Trusevich: sanno, hanno capito. In quel momento rappresentano l’onore di Kiev, dell’Ucraina, dell’Unione Sovietica. Visto che sono tutti comunisti, avranno pensato magari a migliaia di altre cose. Insomma, non ci si può tirare indietro. La gente intanto li contatta spontaneamente: porta indumenti, scarpe da pallone, cibo. Persino alcuni soldati romeni e ungheresi fanno la stessa cosa.  Quando la gente ha tanta fiducia in te, non puoi tradirla. Non puoi far finta di non vedere gli sguardi di ammirazione delle ragazze, gli occhi lucidi dei bambini, il senso di orgoglio che si dipinge sui visi. Grazie a questi aiuti riescono a procurarsi calze, tute, scarpe decenti per tirare una palla. Giocare e perdere non si può.

Insomma, domenica 9 agosto, allo stadio Zenit di Kiev le due squadre si presentano per disputare la partita di rivincita. Poco prima dell’ingresso in campo, mentre si trova ancora negli spogliatoi, lo Start riceve la visita di un ufficiale in divisa da SS, che si scoprirà, tra l’altro, essere l’arbitro. L’ufficiale-arbitro ricorda alla compagine ucraina di salutare gli avversari “secondo la consueta formula” ossia l’ “heil Hitler” nazista. Inoltre, suggerisce di fare la parte che più le compete: alias… essere una buona squadra-cuscinetto e far vincere i biondi della Flakelf. Gli ucraini fanno cenno di sì col capo, poi si guardano negli occhi e sanno già cosa fare. Scendono in campo e davanti ad un pubblico formato quasi esclusivamente da soldati e ufficiali nazisti, rispondono al saluto tedesco con un sonoro: “Fitzcult Hurrà!”, viva lo sport! Ma questa non è l’unica regola che violano.

La partita inizia con un pressing asfissiante dei tedeschi. Energici, aggressivi, ben vestiti, impomatati e con undici riserve a disposizione. Di fronte, i macilenti ucraini, con braghette cascanti, traballanti sulle gambe ossute, malnutriti e, inutile dirlo, senza nessuna riserva. E con l’arbitro tedesco, pure! I tedeschi ci danno dentro. Picchiano, insultano, provocano. Lo Start non cade nella trappola. I falli dei nazisti vengono regolarmente ignorati, quelli dei rossi fischiati tutti. Lo stadio è una bolgia, o quasi. E proprio un’azione dalla dubbia regolarità, con un fuorigioco grande come il Tavoliere delle Puglie, permette ai tedeschi di passare in vantaggio. Sembra fatta. Sembra.  La reazione dello Start è stratosferica. In meno di venti minuti segnano tre volte. Il primo gol lo segna Kuzmenko: palla vagante ai limiti dell’aria, tiro di prima e la sfera si insacca, bassa, alla destra del portiere tedesco. Poi, una doppietta del bomber Goncharenko: straordinario il primo gol dopo una serpentina in area. Si va al riposo sul 3-1. Negli spogliatoi i calciatori sovietici ricevono un’altra visita. Di un altro ufficiale, il quale fa presente con molta tranquillità che nel caso non avessero perso quella partita le conseguenze sarebbe state terribili. A questo punto le testimonianze divergono. C’è chi giura di aver sentito la parola “fucilazione”, mentre c’è chi dice che quella parola non venne propriamente pronunciata, ma il senso fu chiaro per tutti. Ma le minacce non riscuotono l’effetto desiderato. Ritornano in campo. Dopo uno sbandamento iniziale che permette ai tedeschi di portarsi sul 3-3, lo Start decolla e segna altre due volte: 5-3. Ma quello che umilia di più i tedeschi è la sesta rete. Quella non segnata. Klimenko, come Maradona contro l’Inghilterra, salta come birilli mezza squadra avversaria, portiere compreso, ed invece di depositare la palla in rete, si ferma sulla linea di porta, si gira su se stesso e la calcia verso il centro del campo: uno sfregio bello e buono.

La rappresaglia non arriva subito. Anzi: la settimana dopo gli ucraini trovano il tempo di dare la rivincita ai collaborazionisti della Rukh, trebbiandoli con 8 gol (a zero).

Ma il tempo è ormai scaduto. La festa è finita per davvero. Una mattina di metà agosto alcuni ufficiali della Gestapo in abiti civili si presentano in fabbrica con la lista dei giocatori dello Start. Ne trovano otto. Tutti della Dinamo. Vengono arrestati e portati in caserma. I nazisti vogliono sapere dove sono gli altri componenti della squadra. Ma loro non parlano. Vengono torturati sistematicamente senza pietà. Bocche cucite. Il terzino Nikolaj Korotkikh, che è anche un membro attivo della polizia sovietica, non sopravvive alle torture. Il corpo gettato in una fossa comune. Gli altri, quelli che non muoiono per mano degli aguzzini, vengono deportati nel campo di Siretz, comandato dal famigerato Paul von Radomski. E agli iniziai del 1943, dopo un attacco partigiano, per rappresaglia,  Radomski ordina la fucilazione di un internato ogni tre. A farne le spese sono Kuzmenko (quello che ha segnato la rete del pareggio), Trusevich (il portierone) e Klimenko (il capitano, quello che aveva sbeffeggiato i nazi con il gol-non gol). Vengono portati sull’orlo del burrone di Babij Jar e finiti con un colpo di pistola alla nuca. I corpi scaraventati giù. Esattamente come quelli di più di altri 100.000 fucilati nello stesso posto durante tutta l’occupazione, 33.771 nei soli giorni del 29 e 30 settembre 1941. Gli unici per i quali la sorte si rivelerà più favorevole sono il bomber Goncharenko, Tyutchev e Sviridovsky. Vengono trasferiti in un campo di lavori forzati a Kiev, ma quando vengono a sapere della fine dei compagni, trovano il coraggio di fuggire e nascondersi fino all’arrivo dell’Armata Rossa. Degli altri elementi dello Start non si saprà mai più nulla.
Nel dopoguerra, la paura di essere accusati di collaborazionismo per aver partecipato al torneo voluto dai tedeschi, fa tacere i superstiti. Solo all’indomani della morte di Stalin bomber Goncharenko trova la forza per raccontare tutto, consegnando alla leggenda le gesta dello Start, che seppe vincere la paura della morte pur di tenere alta la dignità.

A ricordo della vicenda anni dopo venne eretto un monumento fuori dallo stadio Zenit di Kiev, il quale, dal 1981, ha cambiato nome: Start Stadium si chiama ora.
La storia della valorosa squadra ucraina è stata un’ispirazione per molti. Nel 1961 il regista ungherese Zoltan Fabri ne trasse un film, “Due tempi all’Inferno”, e così fece il collega sovietico Evgenij Karelov, nel 1962, con il lungometraggio “Il terzo tempo”. Titoli, in fondo, che non dicono nulla se non ai più accaniti cinefili. Assai più noto è, invece, “Fuga per la vittoria” (1981) dell’americano John Huston, con Sylvester Stallone, Michael Caine ed i calciatori Ardiles, Bobby Moore e Pelè, libera rielaborazione della vicenda dello Start.
Oggi, invece, che il calcio è uno sport planetario e muove istinti, passioni e interessi, anche l’epopea dello Start può servire a non dimenticare in quale inferno la barbarie nazista precipitò il mondo. Per quanto riguarda il gioco del pallone, poi, il grande allenatore del Liverpool Bill Shansky una volte dichiarò che “il calcio non è questione di vita o di morte. E’ molto di più.”  Forse pensava agli eroi dello Start, forse no. Forse non sopportava le derisioni e le ironie degli uomini di buon senso verso i tifosi di calcio, così fanatici, passionali e insensati. Matti per una palla che rotola su un campo verde e ventidue uomini in mutande che le corrono dietro. Tutti questi appassionati che, in fondo in fondo, continuano a pensare una cosa singolare: che, come diceva Pasolini, una partita di calcio altro non è che “una vita intera concentrata in 90 minuti.”