GIORNATA DELLA MEMORIA. La storia di un Giusto

di Nicolas Chioccini.

Ciò che ho intenzione di proporre non è un racconto sui terribili dolori e sulle ingiustizie che il popolo Ebraico patì durante le persecuzioni naziste. La mia è una storia che si ferma al di qua dei cancelli di un campo di concentramento o di sterminio: è invece la storia di un uomo che non ritenne di aver fatto nulla di eccezionale, convinto com’era che qualsiasi persona, al posto suo, si sarebbe comportato alla stessa maniera. Deciderete se la sua è l’avventura di uomo normale.

Il protagonista della storia che sto per raccontarvi era di Maserà, provincia di Padova, e all’epoca dei fatti aveva 34 anni e faceva il rappresentante di commercio.

La sua vicenda iniziò a metà ottobre del 1944. Lui si trovava a Budapest, Ungheria, e per evitare di essere catturato dalle truppe naziste aveva trovato rifugio presso l’Ambasciata spagnola.

Aveva con sé solo un documento di benemerenza, firmato dal dittatore spagnolo Francisco Franco. Ciò gli bastò per accreditarsi presso l’ambasciatore franchista, la quale che gli concesse un passaporto e un certificato con la qualifica di funzionario d’ambasciata.

Subito si rese conto della pericolosa situazione in cui si trovano gli ebrei ungheresi e si attivò per cercare di salvarne il più possibile. Tu8ttavia, dopo pochi mesi la situazione andò complicandosi ulteriormente: i russi erano alle porte, i tedeschi diventavano sempre più spietati e le loro rappresaglie sempre più crudeli. E come se non bastasse, il 29 novembre l’ambasciatore spagnolo lasciò l’ambasciata per riparare in Svizzera, concedendo però il lasciapassare per il medesimo stato al nostro protagonista.

Ora invito a pensare a cosa avreste fatto voi al suo posto.

Ebbene lui incurante dei pericoli decise di rimanere, facendosi passare per il Console spagnolo. Lui che non era né spagnolo né tanto meno diplomatico! In tal modo riuscì a salvare, tramite  stratagemmi e inganni, almeno 5.200 ebrei ungheresi, e contribuì in maniera determinante a salvare dalla distruzione totale il ghetto di Budapest dove erano segregate oltre 60.000 persone.

Immagino che a questo punto a molti di voi abbiano capito di chi stia parlando: di Giorgio Perlasca, un uomo che a chi gli chiedeva perché lo avesse fatto, rispondeva con disarmante tranquillità: «Ma lei cosa avrebbe fatto al mio posto vedendo persone innocenti massacrate senza motivo?»

Io credo che dalla sua avventura si può imparare come ognuno di noi può, se ne ha la volontà, opporsi alle ingiustizie. E vincere.

Però ciò che sorprende maggiormente è il fatto che la storia di Perlasca restò praticamente sconosciuta fino al 1987 quando un gruppo di donne ebree ungheresi cercarono di ricontattarlo.

Se la sua storia non era stata conosciuta prima la causa è da ricercare nel fatto che l’Ungheria era entrata a far parte del blocco comunista,  ma ci piace pensare che il silenzio di e su Perlasca abbai da fare con un racconto della tradizione ebraica: «Esistono sempre al mondo 36 Giusti, nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno d’esserlo, ma quando il male sembra prevalere escono allo scoperto e si prendono i destini del mondo sulle loro spalle e questo è uno dei motivi per cui Dio non distrugge il mondo». Compiuta la loro opera, i Giusti tornano alla vita normale, dimenticando quasi quanto fatto, perché ritengono, senza retorica, d’aver compiuto solo il proprio dovere di uomini, nulla di più e nulla di meno, e che qualsiasi persona in quelle circostanze si sarebbe comportata, con maggior o minor fortuna, nella stessa maniera. Giorgio Perlasca è un Giusto. Sarà per la straordinarietà della sua vicenda o per il numero di vite salvate, o per il silenzio di quarant’anni che fu riconosciuto “giusto tra i giusti” dall’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme, dove nel 1989 si recò per piantare un albero nel Parco dei Giusti.