G8 di Genova 2001. Una vergogna lunga 14 anni

Angela Barbieri, Domenico Matteucci, Giovanni Puglisi, Giuseppe Tramontana, Giuseppe Pisano.

Memorie che non devono perdersi

di Giovanni Puglisi.

            E’ evidente che se non ci fosse stata la condanna della Corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia per i fatti di Genova, in occasione del G8, nel luglio del 2001, non si sarebbe riacceso il dibattito sulla scena politica – istituzionale e anche sociale.

            Nessuno avrebbe tirato in ballo la nomina a capo della Finmeccanica di Gianni De Gennaro; nessuno, in parlamento, avrebbe presentato una mozione per l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta; nessuno avrebbe riproposto la gravità sugli episodi di censura nei confronti della stampa;

            Se non ci fosse stata la Corte europea dei Diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia e stabilito che, quanto compiuto dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz “deve essere qualificato come tortura”, sarebbe rimasto tutto nell’ombra e, forse, nel dimenticatoio, come le migliaia di persone vittime dei pestaggi e, soprattutto, la morte di un ragazzo, Carlo Giuliani.

            All’origine del procedimento c’era stato il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, un anziano manifestante veneto che all’epoca aveva 62 anni e che rimase vittima del violento pestaggio da parte della polizia durante l’irruzione nella sede del Genova Social Forum. La notte di quel 21 luglio 2001, gli agenti lo sorpresero mentre dormiva, gli ruppero un braccio, una gamba e dieci costole durante i pestaggi. Nel ricorso, portato avanti dagli avvocati Nicolò e Natalia Paoletti, Joachim Lau e Dario Rossi, Cestaro affermò che quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine tanto da dover essere operato e subire ancora oggi le conseguenze delle percosse subite.

            Il procedimento è importante, non solo per il pestaggio subìto, ma anche perché  ha evidenziato che l’Italia non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura; un vuoto legislativo che ha consentito ai colpevoli di restare impuniti. “Questo risultato – scrivono i giudici – non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri”.

           Se non ci fosse stata quella sentenza, a quest’ora noi, non avremmo preso coscienza che, in quell’afoso e terribile mese di luglio del 2001, l’Italia, in quei giorni, smise di essere uno Stato democratico. Lo Stato italiano era diventato uno Stato d’assedio.

            I nostri ricordi di alcuni di noi, in quest’articolo, rivivono quei momenti, nell’ambito delle proprie occupazioni quotidiane, e ritornano quegli attimi di smarrimento e di orrore per quanto avevamo visto e sentito.

            Alcuni dei video pubblicati (tra cui quello della Rai di Freccero mai mandato in onda) – a seguire qui sotto – ripescano le immagini più orrende: la città blindata e messa a ferro e fuoco; i poliziotti infiltrati tra i manifestanti, i loro insulti e le loro percosse; i black block, le false molotov, le cariche, l’assassinio di Carlo Giuliani, la mattanza alla Diaz (il cui film girato da Daniele Vicari dovette penare  per farlo vedere nella sale cinematografiche), le notizie sulle sevizie nel carcere di Bolzaneto ecc. E le molte domande rimaste senza risposta: come la presenza di Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Governo Berlusconi, nella stanza dei bottoni della Prefettura di Genova; la promozione, anziché la punibilità, dei diretti e principali responsabili delle forze dell’ordine.

            La censura, pianificata da tempo, sui media non allineati fecero il resto. L’ondata di indignazione e rabbia popolare venne smorzata con perversa sistematicità, finché, un mese e mezzo dopo (l’11 settembre 2011), la strage delle torri gemelle concentrò su di se l’attenzione mondiale.

            Tutta la frustrazione che ne è seguita dai fatti di Genova, sono lunghi e interminabili anni di denunce, ricorsi e processi farsa che hanno gradualmente affievolito la memoria degli italiani. E dato che, per nascita o per patologia congenita abbiamo la memoria corta, questa sentenza di Strasburgo dovrebbe dare un forte segnale di civiltà, ovvero, l’occasione di riscatto di un popolo che da troppi anni ha smarrito la propria dignità.

Bella Ciao il film sul G8 di Genova censurato dalla RAI

Quel fine settimana di un giorno da cani

 di Domenico Matteucci.

         Io dovevo lavorare, ma cercavo lo stesso di tenermi aggiornato su quello che succedeva a Genova, dove era in corso la riunione del G8 e una conseguente manifestazione popolare e si temevano disordini.

         Era da tempo che i black bloc promettevano guerra ma, nonostante questo, migliaia di persone avevano deciso lo stesso di manifestare pacificamente contro la dissennata gestione del mondo.

         Quindi, con la radio del furgone e il mio telefono cercavo,durante quei giorni, di avere piú notizie possibili, perché era chiaro che le probabilitá che potesse succedere qualcosa erano oltre il livello di guardia.

         La scarsa memoria storica dei Black Bloc non gli permise di ricordare che giá negli anni di piombo l’allora ministro dell’interno Cossiga fece largo uso degli infiltrati nelle manifestazioni di piazza.

         Un uso che diventò ancora piú efficacie grazie alla vigliacca abitudine di certi individui di celare il volto sotto a dei cappucci.

         A proposito, vorrei ricordare che un certo signor Che Guevara MAI si sognò di coprirsi la faccia durante la rivolta di Cuba, assumendosi in toto le sue responsabilitá.

         Per questo la sua effige appare sulle vostre magliette!

Il governo chiaramente approfittò per trasformare la cittá in una zona di guerra ancor prima che la guerra iniziasse.

         Puntualmente la radio cominciò a raccontarmi di scontri, violenza, guerra, paura, dolore e il fallimento di quella che poteva essere una grande occasione per mostrare pacificamente il proprio pensiero.

         Arrivò anche il morto.

         Il povero Carlo pagò per tutti ucciso da un carabiniere giovane come lui.

         Ricordo poi l’annuncio nei tg nazionali della perfetta azione di polizia che con un colpo di mano sgominò un nucleo di terroristi armati fino ai denti asserragliati in una scuola con i complimenti del premier Berlusconi e del ministro Scajola.

         Fortunatamente esiste il web e le immagini che iniziarono ad apparire ci raccontarono una raccapricciante veritá.

         La Corte di Strasburgo ha in questi giorni usato la parola TORTURA per raccontare quella notte.

         Macabra parola che pensavamo appartenesse tuttal piú al Cile di Pinochet o all’Argentina di Videla.

         Son passati quattordici anni e i miei ricordi si fermano quá.

Per ulteriori dettagli telefonate al signor De Gennaro, responsabile in quei giorni dell’ordine pubblico. Lo trovate nei quartieri alti di Finmeccanica…  Promosso!

LA TRAPPOLA – Genova 20-21 Luglio 2001

E che giustizia sia, finalmente!

di Angela barbieri.

Aprile 2015: il telegiornale ci informa che la Corte di Strasburgo condanna l’Italia per tortura per i fatti avvenuti nella scuola Diaz di Genova.

Non capita spesso che, durante la cena, una notizia buchi così gli animi.

“Mamma, che cosa è successo in quella scuola?”

È una frazione di secondo, quella in cui le immagini incessanti degli scontri di quei tre giorni attraversano la mia mente, prima che riesca a dare a mio figlio la giusta risposta.

Faceva caldo, era luglio; il summit degli otto paesi, principali potenze del pianeta, si svolgeva a Genova. Centinaia di manifestanti sarebbero accorse per protestare contro la globalizzazione e l’Italia, fra le polemiche per la scelta del posto inadeguato, si preparava ad accoglierli.

Ricordo perfettamente le immagini di una camionetta dei Carabinieri presa d’assalto dai manifestanti e poi dal panico, tanto da lasciare il corpo agonizzante di un ragazzo a terra, morto subito dopo; di essermi arrabbiata con una mia amica appena ventenne ignara di quello che stava accadendo, qui, in Italia, a pochi chilometri da noi.

E poi ricordo l’irruzione alla scuola Armando Diaz.

Se degli scontri in strada potevo arrivare a capire le motivazioni, al contrario di quell’incursione ho sempre stentato a capirne il perché. Nell’apprendere l’accaduto, ho provato solo un forte senso di terrore, nell’immaginarmi a dormire nel mio sacco a pelo per ritrovarmi poi catapultata nella violenza più assurda.

Persone indifese improvvisamente accerchiate da altre che, in teoria, rappresentavano lo Stato Italiano (e quindi anche me, meglio, tutti noi), che, invece che difenderli, li picchiavano selvaggiamente. Trattamento perpetrato alla Caserma Bolzaneto, luogo dove, a detta di Amnesty International, sono stati gravemente violati i diritti umani.

Perché su 93 persone presenti, solo 7 non hanno riportato lesioni, con cinque di loro in pericolo di vita.

Le indagini condotte sui fatti e i relativi processi, hanno lasciato una scia di polemiche e una conferma di giustizia tradita macchiata da quel sangue, mai lavato dalla magistratura italiana.

Quanta confusione negli anni successivi, in processi a corto di prove e restii a stabilire la verità, dove il primo vero punto fermo è stato messo dall’Europa, che afferma senza alcuna ombra di dubbio che il blitz della polizia alla scuola Armando Diaz, la notte del 21 luglio 2001, “deve essere qualificato come tortura”, condannando l’Italia non solo per i reati commessi, ma per non avere una legislazione che punisca il reato di tortura.

“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.”

La Corte è stata unanime nell’affermare che c’è stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione.

Non solo: affermano che la risposta dell’autorità italiana alla gravità dei fatti, è stata inadeguata. Perché l’assenza di legge comporta colpevoli impuniti.

E allora: “mamma, che cosa è successo in quella scuola?”

Un grave reato, dove il sangue di persone innocenti è stato versato. Dove i diritti di ciascuno di quelle persone sono stati calpestati. Che l’Italia ha ignorato tutto questo.

E che poi l’Europa ci ha ricordato che il sangue di persone innocenti non può essere versato impunemente.

Per arrivare lei a lavare quel sangue per così tanti anni ignorato.

E che giustizia sia: finalmente.

 Fandango Black block film documentario sui fatti del G8

 

Triste, giusta, tardiva

 di Giuseppe Tramontana.

 Malinconia. Con malinconia ho appreso la notizia della sentenza della corte di Strasburgo sui fatti di Genova, anno del Signore 2001. Giacché la giustizia non è ardore giovanile o decisione energica e ineluttabile: giustizia è malinconia. Malinconia per come è arrivata, malinconia per ciò che hanno passato le vittime, malinconia per i premi ai carnefici. Ma, soprattutto, tristezza perché ciò che tutti temevano potesse accadere in Italia, con un Presidente del Consiglio populista e affarista e un Ministro dell’Interno (post-)fascista, effettivamente poi accadde. Così l’Italia visse i suoi giorni cileni. Con la polizia addestrata a caricare battendo i manganelli sugli scudi, come una legione romana, i saluti fascisti al Ministro,  il morto tanto auspicato, il pretesto del Blocco Nero, le violenze, le umiliazioni e le torture a ragazzi, cittadini, che stavano dormendo tranquillamente in una scuola. E, oggi, tali violenze, anche, ipoteticamente a codice penale riformato mediante l’introduzione del reato di tortura, non avrebbero trovato comunque soddisfazione. Come si sa, la norma che prevede il nuovo reato scatta solo se i vessati sono sotto “la protezione o la tutela” delle forze dell’ordine, cosa che all’epoca non ci fu. E, d’altronde, tra gli atti qualificabili come  tortura non figurano né le umiliazioni né le minacce: molti subirono proprio queste forme di violenza. Per finire e come contraltare, voglio ricordare un signore, Arnaldo Cestaro, oggi settantasettenne e orgogliosamente comunista. E’ stato lui a trascinare l’Italia e le sue ipocrisia davanti alla Corte di Strasburgo. Ed a vincere. Diceva Antoine de Sant-Exupery che la giustizia è l’insieme delle norme che perpetuano un tipo umano in una civiltà. Mi piacerebbe che fosse il signor Cestaro il tipo umano da perpetuare, in Italia. E che, viceversa, le norme fossero modellate sul suo senso di giustizia.

G8 Genova, 21 luglio 2001 – irruzione alla scuola Armando Diaz.

Il G8 visto dal Brasile

di Giuseppe Pisano.

Nel luglio del 2001 mi trovavo in Brasile, Paese in cui vivevo già da qualche anno. Arrivarono fin lì ovviamente le notizie sui tragici fatti di Genova, l’accesso a Internet era già un dato di fatto ma anche i network locali di notizie se ne occuparono.
Viste dal Brasile quelle notizie acquisivano una luce particolare. Negli anni precedenti, nell’ambito di un progetto di cooperazione internazionale, c’eravamo occupati di appoggiare una ong locale impegnata sul fronte dei diritti umani. Tra i temi più aspri per chi difendeva i diritti umani, in quegli anni c’era quello della violenza della polizia, una vera e propria piaga dell’apparato statale brasiliano. Erano trascorsi otto anni ma era ancora forte il trauma causato dal massacro della Candelária. Nella notte del 23 luglio 1993 i meninos de rua che dormivano, come ogni notte, nei pressi della chiesa di Nossa Senhora da Candelária venne sorpreso da un gruppo di poliziotti che avevano organizzato una vera e propria spedizione punitiva e uccisero 8 ragazzi. Alcuni mesi prima, nell’ottobre del ’92, la polizia entrò nel carcere di Carandiru, a San Paolo, per sedare una rivolta. Il risultato di quella tragica e criminale irruzione furono 111 detenuti rimasti uccisi. Questi sono due casi eclatanti di quella che purtroppo era la routine quotidiana di continue violenze da parte delle polizia dirette in genere contro gruppi di popolazione svantaggiati come neri, indigeni, giovani, abitanti delle favelas o delle aree rurali povere del Brasile. I temi del dibattito di allora erano la scarsa formazione dei poliziotti che, mal pagati e male equipaggiati, scaricavano sui cittadini frustrazioni e rabbia oppure mettevano a disposizione di interessi danarosi i loro servizi criminali. La polizia aveva scarsa o nessuna dimestichezza con i temi della cittadinanza, della democrazia e della sovranità popolare. I diritti umani e le argomentazioni sostenute dagli attivisti erano visti come fumo negli occhi da chi difendeva la polizia per partito preso. Ma, chiaro, stiamo parlando di un paese come il Brasile che stava lentamente uscendo dal tunnel di un ventennio di dittatura e stava faticosamente cercando di ricucire le lacerazioni e le ferite nel suo tessuto democratico. In Italia era tutto diverso, almeno fino a quel maledetto luglio del 2001.

Dedicato a Carlo Giuliani – Ragazzo – 20 Luglio 2001