Fascismo: il coraggio di dire no

di Martina Gallato.

“Non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l’Italia. Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà indubitatamente, l’Italia di domani e di domani l’altro.” (Giustino Fortunato)

I vent’anni di dittatura fascista furono anni difficili, anni di terrore. Eppure ci fu qualcuno che osò opporsi, qualcuno che, nonostante le minacce e i pericoli ebbe il coraggio e la forza di dire: no, io non ci sto! Col fascismo e con quello che era e rappresentava.

E sebbene il ricordo non basti a restituire la libertà perduta, è comunque doveroso per noi, italiani di oggi, ricordare. E in cuor nostro ringraziare, perchè è grazie a loro se, nonostante tutto, possiamo ancora dirci fieri di essere italiani. Di chi sto parlando? Di quel pugno di uomini – docenti universitari – che nel 1931 non accettarono di prestare giuramento al regime. E, appunto, dissero no. Preferendo il licenziamento, l’esilio e la marginalizzazione all’umiliazione di chinar la testa davanti al dispotismo.

Giorgio Errera, chimico di origine ebrea, aveva studiato a Torino ed era stato docente a Messina e a Pavia. Non aveva accettato l’incarico di rettore dell’Università di Pavia, offertogli da Gentile poiché non si riconosceva né nei principi né nei metodi dell’allora governo, ovvero il governo fascista. Nel 1925 era stato l’unico insegnante di Pavia a sottoscrivere il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Nel 1931 si rifiutò di prestare giuramento al regime fascista.

Nella sua ostacolata carriera si occupò di chimica organica, e soprattutto di terpeni, biomolecole costituenti principali di molte piante. Nel 1997 l’Università di Pavia gli ha attribuito una lapide nella quale viene definito “saldo negli ideali di libertà civile ed intellettuale”.

Giorgio Levi Della Vida fu un orientalista italiano, semitista, arabista, islamista. Aveva insegnato Lingua e Letteratura Arabe all’università di Napoli e Ebraico e lingue Semitiche a Roma. Aveva scritto su ‘Il paese’ fin quando la sede non era stata attaccata dai fascisti ed era stata costretta alla chiusura. Egli stesso era stato vittima di attacchi fascisti. Non si era mai interessato direttamente alla politica ma aveva dichiarato a più riprese che il fascismo rendeva necessario che ogni cittadino si assumesse le proprie responsabilità. Nel 1925 aveva sottoscritto il manifesto degli intellettuali antifascisti. Nel 1931, allorché il regime impose il giuramento a tutti i docenti universitari pena il licenziamento, si rifiutò di farlo. Venne espulso dall’università, fuggì negli Stati Uniti e lì tornò ad insegnare. Dopo la caduta del regime fascista fece ritorno in Italia, dove insegnò fino al 1959.

Vito Volterra, matematico e fisico italiano, divenne famoso per i suoi studi sull’analisi funzionale, gli integrali e per la cosiddetta ‘biologia matematica’. Cresciuta in una famiglia ebrea molto povera, era stato ammesso alla Normale di Pisa grazie alle sue doti intellettuali. Ed alla Normale si era laureato. Iniziare ad insegnare ed opporsi al fascismo erano state, per lui, due vicende pressoché contemporanee. Dapprima aveva sottoscritto il manifesto degli intellettuali antifascisti, poi non prestò giuramento nel 1931. Non potendo più insegnare si trasferì a Parigi e poi in Spagna. Tornò in Italia solo nel 1951, poco prima di morire. Judith Goodstein dirà che il suo episodio “esemplifica l’ascesa della matematica italiana avvenuta dopo l’unificazione del Paese, e il suo precipitoso declino sotto Mussolini”.

Bartolo Nigrisoli è stato un chirurgo italiano di fama. Originario di Mezzano di Ravenna,. era primario a Ravenna e a Bologna ed aveva partecipato volontariamente, come chirurgo, alla guerra nel 1912 in Montenegro. Nel 1925 aveva firmato anch’egli il manifesto antifascista e nel 1931, dopo il rifiuto di prestare giuramento, aprì una clinica privata dove lavorò con estrema perizia fino all’età del pensionamento. Divenne un mito per tutti i romagnoli che lo ricordano per la sua generosità e la sua integrità morale, e per la sua netta opposizione al fascismo.

Francesco ed Edoardo Ruffini, giuristi italiani, firmarono il manifesto degli intellettuali antifascisti e non prestarono giuramento al regime. Insieme a loro un altro giurista si schierò contro il fascismo, Fabio Luzzatto. Francesco morì 3 anni dopo, nel 1934. Nel corso del suo insegnamento era attaccato fisicamente da un gruppo di camicie nere: si era salvato grazie all’intervento dei suoi studenti, ce lo avevano protetto e difeso. Edoardo, suo figlio, fu reintegrato nell’insegnamento nel 1944. Si sarebbe suicidato nel 1983.

Gaetano De Sanctis era cresciuto in una famiglia clericale e legittimista. Storico di fama internazionale, insegnò nell’università di Torino fino al 1931, anno in cui non prestò giuramento al regime. Fu reintegrato nel 1944, dichiarato professore e senatore a vita e presidente dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Ci fu poi Ernesto Bonaiuti, teologo, antifascista, scomunicato perché sostenitore della dottrina modernista, condannata dalla Chiesa. Sospeso dall’insegnamento nel 1931, non venne reintegrato nel 1944 poiché, a causa dei ai Patti Lateranensi, non era possibile che un professore scomunicato insegnasse. Morì nel 1946, lontano dalle cattedre, nella sua città natale, Roma.

Mario Carrara, medico e accademico italiano, fu uno dei padri della medicina legale. In seguito al rifiuto del 1931, non solo venne allontanato dall’insegnamento, ma venne anche arrestato nel 1936 per la sua attività antifascista, e solo l’avanzata età e le condizioni fisiche non ottimali lo salvarono dal confino. Morì nel giugno successivo.

Ad opporsi al regime ci fu anche uno storico dell’arte, Lionello Venturi, che dopo il 1931 si trasferì a NY dove aderì alla Mazzini Society fondata da Salvemini.

Infine Piero Martinetti, unico filosofo a pronunciare il fatidico no. Una sospettata connivenza con il movimento antifascista Giustizia e Libertà gli costò l’arresto e l’incarcerazione a Torino. Al momento dell’arresto disse: “Io sono un cittadino europeo, nato per combinazione in Italia”. Morì in seguito a problemi fisici nel 1943, e si fece cremare. Questa scelta, come quella del vegetarianesimo, era in linea con la sua adesione alle filosofie indiane.

Dodici sono gli intellettuali che ebbero la forza di opporsi. Dodici su oltre duemila. Molti altri, come Concetto Marchesi o Egidio Meneghetti, decisero di prestare giuramento e continuare a lottare dall’interno. Ma tanti altri, troppi, si piegarono e continuarono a insegnare in linea con i voleri del regime.

Questo sguardo sul passato fa riflettere e pensare. Ho diciotto anni e tra gli impegni scolastici e non, trovo a stento il tempo di informarmi di politica. Sono la prima a criticare la disinformazione e mi odio per non seguire attentamente le vicende del mio paese. Posso votare ora, finalmente, ma ho paura di farlo. Non so nulla dei partiti e dei loro programmi in Italia, se non quello che la ‘cattiva maestra televisione’ mi fa sapere. Critico, mi arrabbio, disprezzo. Critico i politici e le loro mosse. Tagli all’istruzione. E mi arrabbio. Tagli alla sanità. E protesto. Più tasse. Lentezza nel prendere decisioni importanti. Instabilità, maggioranze incerte, sotterfugi, corruzione. Incoerenze. C’è chi, condannato, continua a girare liberamente e a plasmare gli italici cervelli, che, mi pare, ormai non esistono più. C’è chi urla nelle piazze per ingannare questi cervelli, che, addormentati, penseranno di essersi risvegliati di fronte ad un rumore così forte. Non è così, cari miei. Stavate dormendo, e non lo sapevate. State ancora dormendo, e non lo sapete. Tutto questo mi fa imbestialire. Eppure io sono la prima a non svolgere il mio ruolo di cittadina nella maniera adeguata. Penso che la maggior parte degli italiani mi somigli. È assurdo come tutti ci arrabbiamo di fronte ad un politico che non svolge il suo mestiere, eppure noi, da bravi cittadini italiani, ce ne freghiamo dei nostri doveri. Rivendichiamo giustizia, vorremmo una classe politica migliore. Ma non leggiamo il giornale. Non andiamo a votare. Sì, lo sforzo che ci è richiesto è questo! Non dobbiamo opporci ad un regime. Nessuno ci prenderà a manganellate, ci farà bere olio di ricino o ci toglierà il lavoro. Eppure siamo pigri. E non ci accorgiamo che siamo così perché così ci vogliono. Perché è così che ci hanno fatti crescere, e ora, soddisfatti del loro lavoro, sono liberi. Nessuno può più contestarli davvero, nessuno sa. Nessuno conosce. Uno dei caratteri tipici di un regime è il controllo dei mezzi di comunicazione. Non dimentichiamocelo. La tv plasma il nostro pensiero pesantemente, e chi ne ha il controllo, ha vinto. Non ci saranno più scioperi, non ci saranno più manifestazioni. Così come non avrà più senso lamentarsi, non sapendo nemmeno per cosa dovremmo farlo. Approveremo tutto passivamente. Sto usando il futuro perché spero che questo momento non sia già arrivato, spero che ci sia ancora qualcosa da fare per poterci salvare. Perché fu in un clima come questo, di disinformazione, rassegnazione e indifferenza che maturò l’affermarsi del regime fascista.

Penso a loro, a questi docenti, a questi comuni cittadini che sotto un regime di dittatura dichiarata ebbero il coraggio di dire no, al costo di lasciare i propri lavori, le proprie case e partire, e mi sento pervasa da un senso di ammirazione fortissima. La mia stima per queste persone è profonda, ma so che c’è qualcos’altro. Mi guardo dentro, e capisco che quest’ammirazione è nascosta, offuscata, avvolta da una coltre che le permette a fatica di far capolino. È uno strano senso di confusione, quasi di imbarazzo. Ma poi capisco: non dipende da loro e dal loro eroico gesto, dipende da me, dal mio atteggiamento. Rileggo le parole di Giorgio Levi della Vida e capisco: è vergogna.