Esempi

di Giuseppe Tramontana.

Queste le esatte parole che l’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, pronunciò al Tg4 di Emilio Fede il 6 dicembre 2002: “Gli operai che resteranno fuori dagli stabilimenti per alcuni mesi, ma che poi rientreranno resteranno dipendenti Fiat e riceveranno dallo Stato un assegno pari all’80% del normale stipendio fino al giorno del rientro. Nel frattempo, i più volenterosi troveranno certamente un secondo lavoro, magari non ufficiale, dal quale deriverebbero entrate in più in famiglia”. Seguì rivolta dei sindacati: Berlusconi incitava al lavoro nero! Gennaio 2013: Silvio Berlusconi, a Porta a Porta,  proponeva la detassazione per 5 anni sui nuovi assunti a tempo indeterminato dicendo che “per le imprese sarebbe come assumere in nero”. Secondo lui, contro la disoccupazione bisogna “dire alle imprese: se assumete una persona in più a tempo indeterminato non pagate per 5 anni né i contributi previdenziali che paga lo Stato, né tasse. Per le imprese sarebbe come assumere in nero”, ha detto Berlusconi. La sua ricetta per dare impulso all’economia è invece la seguente: “Togliere tutte le autorizzazioni per fare le case o i negozi e trasformarli in controlli successivi”. Insomma bisogna aiutarsi e aiutare gli amici ( se … degli amici, meglio ancora). Con il Decreto Legge 147/2008, dal titolo “Liberalizzazioni sul mercato del lavoro”, il governo Berlusconi partì all’attacco  per – parola dei sindacati –  la  “liberalizzazione del lavoro nero e la crescita della precarietà. Infatti, da una parte, si riduceva notevolmente la possibilità di controlli da parte degli Enti preposti, eliminando tra l’altro lo strumento dei libri matricola e paga; dall’altro, si ripristinavano strumenti spesso succedanei del lavoro nero, come il lavoro a chiamata. Quindi si cancellava “il poco fatto dal governo Prodi in materia di tempo determinato, tornando all’arbitrarietà di contratti a termine eterni e privi di motivazioni reali.” A ciò si aggiungeva il superamento dell’orario settimanale, in favore di una media bisettimanale, contestuale all’innalzamento a 65 ore dell’orario settimanale massimo, deciso dal Consiglio dei Ministri europeo col voto favorevole dell’Italia. Queste disposizioni confluirono, poi, nella legge 133/2008, quella che conteneva la norma (all’insaputa del Ministro del Lavoro, Sacconi) sulla blocco di fatto della stabilizzazione del lavoro precario, rendendo la precarietà una condizione permanente.