EDUCAZIONE 2.0. Adolescenti a scuola di sesso. Solo sul web

di Caterina Bonvicini.

L’educazione sessuale non esiste. Né in classe né in famiglia. E i ragazzi fanno da sé. Su Internet: tra chat, webcam e siti per adulti.

I ragazzi hanno solo bisogno di essere ascoltati. Subito parlano a valanga, se qualcuno si interessa al loro mondo, difficilissimo. Capita il caso di cronaca e ci mettiamo sull’attenti: una diciassettenne, a Rimini, viene fatta ubriacare, viene violentata nel bagno di un locale e l’amica, invece di difenderla, fa un video. A noi sembra un crimine, invece è la loro quotidianità. A Palermo, raccontano dei sedicenni, girava la satira di un tutorial: come avere rapporti orali con due ragazze contemporaneamente. Il video, diffuso su Whatsapp, ha raggiunto persino i genitori degli interessati in Cina. «E questo ha scatenato un effetto domino», spiegano : «Dopo tutti si sentivano autorizzati a spedire in giro foto delle loro ex nude». E quali conseguenze ci sono state per le due ragazze? «Nessuna», rispondono: «Una si è fidanzata e l’altra continua a fare queste cose». Il sexting è la normalità.

LEZIONI A LUCI ROSSE

Non a caso Snapchat è un social molto usato dai ragazzi (tanto che Instagram adesso cerca di copiare la formula). Alcuni scelgono addirittura Telegram, come i jihadisti, perché sfugge alla polizia postale. A forza di ripetere che la memoria in Rete è eterna, ormai si fidano di più dell’effimero, della foto che dopo ventiquattro ore scompare. Se qualcuno fa lo screen e salva la tua immagine, ti arriva una notifica e questo basta a rassicurarli. Il problema è che quando un rapporto finisce, la foto resta in mano a una persona magari molto arrabbiata. «A una mia amica è capitato», racconta una sedicenne: «Aveva un ragazzo ma si faceva delle foto nuda e le mandava a un altro, che un giorno le ha postate tutte su Facebook, taggando il fidanzato ufficiale».

Ancora più insidiosi sono i siti di incontri. Se si parla un po’ con i ragazzi, si scopre che vanno forte i rapporti virtuali con sconosciuti. «Pericolosissimi», commenta Sabrynex, diciassettenne diventata famosa su Wattpad (che ora pubblica per Rizzoli): «Perché spesso gli incontri vengono registrati». E racconta che sono focolai di prostituzione: «Ci sono ragazze disposte a spogliarsi davanti a una webcam in cambio di una ricarica telefonica». Spiega che questo succede perché c’è «un grande scollamento fra la vita reale e quella virtuale». I suoi coetanei magari sono timidi e impacciati nei rapporti reali, ma online si trasformano. «Dallo schermo ti senti protetto», dice.

Usano Lovoo, Chatroulette, Omegle, dove non ti devi nemmeno registrare (una chat anonima fra due persone, You e Stranger), e persino Tinder. «In sostanza hai davanti solo dei genitali», spiega un sedicenne:«Non vedi neanche le facce. Molte ragazze entrano per curiosità, oscurando la webcam. Almeno all’inizio».
Insomma la generazione YouPorn, che impara tutto quello che c’è da imparare dalla Rete, a un certo punto non si accontenta più di guardare. Ci mettono un attimo a diventare loro gli attori. E tutto è organizzato perché possano farlo.

«Si guarda YouPorn solo in prima e seconda media», spiega un quattordicenne: «Poi è considerato superato». Il primo video glielo ha fatto vedere una compagna di classe («le ragazze sono le più spigliate e anche le più sboccate») e descrive la sessualizzazione precoce delle coetanee. «Cominciano con i rapporti orali intorno ai dodici e tredici anni», racconta: «Poi intorno ai quindici passano ai rapporti completi». Insomma, l’educazione poco sentimentale – perché il sesso è vissuto a parte, sempre a distanza dal sentimento – per loro è un fai da te selvaggio, un passaparola fra amici davanti a uno smartphone.

LA SCUOLA CHE NON C’E’ 

Del resto, la scuola su questo fronte li ha completamente abbandonati. L’educazione sessuale è obbligatoria in tutti i paesi Ue tranne Bulgaria, Cipro, Polonia, Romania e Italia. In Svezia si insegna dal 1955. Da noi, invece, si fanno proposte di legge per introdurre la materia nelle scuole dal 1975, ma vengono tutte puntualmente bocciate.

Leggendo studi internazionali sul tema in riviste specializzate, ci si accorge che i risultati delle ricerche fatte attraverso focus group sono tutti molto simili. Il problema è globale. E la risposta alla domanda «Da dove trai le tue informazioni in materia sessuale?» è uguale dappertutto. «Su Internet», rispondono i giovanissimi. Gli studi sottolineano anche la lucidità dei campioni, perché i ragazzi non negano che il loro rapporto con il sesso sia condizionato da questa formazione. Il loro immaginario ormai ha l’imprinting di YouPorn: ragazze magrissime con un petto enorme, maschi con genitali immensi, tutti rigorosamente depilati, orgasmi dimostrativi, rapporti anali obbligatori. C’è molta frustrazione davanti a questi modelli, e tanta ansia da prestazione. E qui, studi scientifici e voci di ragazzi concordano. Te lo dicono anche loro, candidamente. Quella è fiction, non saremo mai così. Intanto però la fiction agisce, fondando un immaginario collettivo. Persino le fanfiction, genere letterario di moda fra le adolescenti, in cui una ragazzina immagina la sua storia d’amore con un personaggio famoso, uno youtuber o il cantante preferito, sono pornografiche. Veri e propri sogni erotici in pubblico.

«Internet non va demonizzato, è solo uno strumento che bisogna saper utilizzare. Gli adolescenti non sono maturi da un punto di vista neurologico, sono portati all’agire e solo dopo a riflettere, quando le conseguenze sono ormai incontrollabili»,  spiega Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia dello sviluppo alla Cattolica di Milano, che ha organizzato diversi focus group nelle scuole italiane. E racconta che questa autoeducazione selvaggia ha portato a un aumento non tanto delle gravidanze indesiderate, quanto della richiesta della pillola del giorno dopo e soprattutto a un incremento delle malattie sessualmente trasmissibili.

ORFANI DIGITALI

Se la scuola non se ne occupa, allora tocca ai genitori. Lo spiega bene il libro di Alberto Pellai, ricercatore del dipartimento di scienze biomediche alla Statale di Milano, “Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di Internet” (De Agostini). Parla di undicenni dipendenti da YouPorn, di ragazzine ricattate da adescatori online, di sexting e altre pericolose abitudini dei nativi digitali. «La scoperta di materiale pornografico in rete avviene entro la terza media nel 70 per cento dei casi», spiega Pellai: «Il problema è la distanza fra quello che fanno i ragazzi e la percezione che ne hanno i genitori. Il 60 per cento è convinto che il proprio figlio non guarderebbe mai un video su YouPorn. Invece. Durante l’adolescenza, i genitori conservano un presidio sulla vita reale dei loro figli ma non su quella virtuale. Tanti nostri figli sono orfani nella loro vita online».

Naturalmente il rischio pedofilia è aumentato. Non basta più accertarsi che i ragazzi non frequentino persone sbagliate, ormai in Rete possono essere avvicinati da chiunque, nella loro stanza, a un passo dai genitori.
«In una ricerca di Save the Children», racconta Pellai, «il 50 per cento degli adulti dichiara di avere avuto contatti online con un minorenne sconosciuto. Nella vita reale abbiamo dei codici di protezione che agiscono in automatico, ma nella vita virtuale ci comportiamo tutti come adolescenti, perdiamo il senso del confine. Perché nell’online è fortemente sollecitata la parte emotiva dell’individuo, che sta nell’amigdala e nell’ippocampo, che è la parte del cervello più sviluppata negli adolescenti, appunto. La parte cognitiva, invece, la parte dei lobi frontali, nei ragazzi è ancora un cantiere aperto. Per questo fanno le cose senza pensare alle conseguenze e sono tanto vulnerabili. Insomma, un genitore deve diventare il lobo frontale di suo figlio, se vuole proteggerlo».

LE (NUOVE) PAROLE PER DIRLO 

Nadia Tempest, vlogger di culto fra gli adolescenti, ha ventinove anni, non è una nativa digitale, ma conosce a fondo il suo pubblico. E nota tante cose. Per esempio che sulla sessualità sanno tutto, ma che l’informazione vera manca. «Il ciclo mestruale per loro è ancora un tabù», dice: «Non ne parlano nemmeno con i genitori. Allora mi sono inventata un nome per sdoganarlo: lo chiamo Fausto. C’è progresso a livello di spigliatezza ma regresso nelle conoscenze. Un paradosso». Spiega che il sexting è così diffuso perché le ragazze si fidano delle chat private, senza capire quanto sono pericolose. «Le chat private ti fanno sentire al sicuro. I ragazzi usano tutto in privato: chat di Whatsapp o di Facebook, direct di Instagram. E pensano che sia davvero privato quello che invece privato non è. La delusione è dietro l’angolo», dice. E quando lei racconta del primo ragazzo che l’ha lasciata, le rispondono: «Ti ha mollata perché non avevi fatto l’amore con lui». Lo considerano un dovere sociale. E YouTube? In realtà, si scopre che è il canale più controllato di tutti, e dunque il più casto e il meno frequentato per scoprire il sesso: un po’ per tutte le sponsorizzazioni, un po’ per la politica del marchio. Di sesso sulla piattaforma web si tende a non parlare; e non lo fanno neanche i vlogger più seguiti, investiti di autorità e di responsabilità. Al massimo, come ha fatto Cleo Toms (vlogger da 16 milioni di seguaci), si prestano come testimonial per una campagna correttissima sulla contraccezione. La Rete trasgressiva, in cui i ragazzi si tuffano senza esitare, e dove nascono immaginari e linguaggi, è altrove.

Come spiegano i ragazzi. Perché è la lingua a creare i miti, anche i più terribili. Per esempio, il mito delle Duemila. «Sei una Duemila», dicono. Significa: «Sei una puttana». La società si è evoluta in modo troppo eccitato, loro hanno cercato una sintesi, come potevano. E le sintesi hanno una loro irrevocabile crudeltà. I quattordicenni hanno alzato la soglia, destinata a salire sempre: «Sei una Duemiladue», dicono. Se sei nata nell’anno sbagliato e sei una ragazza seria, per farti un complimento, ti spostano nel millennio precedente: «Ma tu sei un Novantanove mancato, dai». Grazie. Povere Duemila, che mondo complicato hanno intorno.

Da L’Espresso.it – 11 ottobre 2016