È morto Provenzano. Lo Stato-Mafia perde uno dei suoi uomini migliori

di Saverio Lodato.

Con Bernardo Provenzano se ne va uno degli ultimi grandi Mafiosi di Stato che per decenni hanno alimentato la leggenda che Cosa Nostra fosse una realtà criminale autosufficiente, impermeabile ai condizionamenti esterni, ostile e contrapposta alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Bella favola, struggente visione delle cose, materia ideale per quell’infinita retorica che sull’argomento ha ammorbato gli italiani. Ma visione immaginaria.
Il Provenzano che per 43 anni l’aveva fatta franca, rendendosi invisibile, inafferrabile, intoccabile, non godeva di Santi in Paradiso, essendo la Sicilia il suo autentico Paradiso in terra; dove a parole tutti facevano finta di cercarlo, ma pronti a girare la testa dall’altra parte se per caso lo avessero incontrato.
Così è. Ed è inutile ricamarci sopra.
Mezzo secolo di latitanza può infatti essere costruito solo tessendo una rete infinita di delitti, complicità, alleanze, favori, mantenimento dei segreti, ricatti, corruzione, in una logica di compromesso permanente con il Potere, con i Poteri, tutti quelli con i quali Provenzano si era trovato a trattare.
Poteri criminali, poteri politici, poteri economici, poteri bancari, poteri religiosi, poteri occulti, poteri di Stato, o poteri deviati che fossero.
Si era costruito la fama del mafioso buono. La fama del mafioso che, di fronte alle stragi del ’92-’94, aveva puntato i piedi, aveva voluto che fosse messa agli atti di Cosa Nostra tutta la sua contrarietà, salvo poi ubbidire alla ferocia conclamata di Totò Riina e del di lui cognato, Leoluca Bagarella, perché di fare il “gran rifiuto” non se la sentì mai. E gli ergastoli che si abbatterono su di lui ne sono la prova.
Anche a tale proposito ha poco senso ricamarci sopra. Non è infatti un caso che dal 15 gennaio del 1993, giorno in cui finì in manette Totò Riina, dopo una latitanza durata “appena” 30 anni, la pace mafiosa regnò in Sicilia per oltre tre lustri.
“Da oggi tutti zitti e sotto coperta” fu l’ordine impartito dal capomafia corleonese a quel “popolo”criminale traumatizzato in ugual misura dalla ferocia gratuita dei suoi leaders e dalla batosta repressiva delle forze dell’ordine che a quella ferocia aveva finalmente fatto seguito dopo un secolo di complicità.
Tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che l’imbeccata per la cattura di Totò Riina venne direttamente da Provenzano e dal suo entourage. I bravi carabinieri, ai quali andò tutto il merito della“pesca miracolosa” in via Bernini, dove cadde il Riina, non andarono – come diceva l’antico filosofo Zenone – dal punto A al punto B. Ma dal punto B al punto C, posto che nella casella iniziale ci stava a tutti gli effetti lui, “u’ zu Binnu” Provenzano, il quale aveva capito che i tempi erano cambiati. E perciò aveva deciso di svelare dove si nascondesse il punto B, alias Riina. Ma questo, purtroppo, non si può dire.
L’opinione pubblica pretendeva risposte dopo le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Quegli esponenti politici che sapevano esattamente tutto ciò che su di loro sapevano i boss di Cosa Nostra erano letteralmente terrorizzati. È da ciò, per inciso, che erano scaturite le tante puntate della Trattativa, non a caso oggetto di un processo che fra tanti “colletti bianchi” vede oggi come imputati proprio i Riina e i Provenzano.
Ma torniamo a quei tempi. Il mondo ormai guardava all’Italia con sconcerto e disgusto.
Si imponeva una tregua. Le armi dovevano tacere. Si chiedeva a gran voce una mafia finalmente silenziosa, con la quale trattare con calma, senza più l’assillo delle estenuanti campagne giornalistiche e mediatiche (che allora ancora si facevano). E fu un ministro della Repubblica, proprio in quegli anni, a dichiarare ciò che in passato sarebbe suonato come una bestemmia: “dobbiamo convivere con la mafia”.
Provenzano divenne dunque “l’uomo nuovo” e “l’uomo buono” al quale riuscì il miracolo di far dimenticare l’esistenza stessa di Cosa Nostra. Che fece spegnere i riflettori. Che rese fievole la voce dei soliti “Grilli Parlanti” dell’antimafia. Che introdusse il sobrio epistolario rappresentato dai “pizzini” con i quali regolare il grande traffico degli affari che, in assenza di spargimento di sangue, tornava a fiorire alla grande.
E prova ne sia che Totò Riina, ormai detenuto, in più occasioni non rinunciò a giudizi sprezzanti rivolti al sodale di un tempo, sia per il suo “tradimento” sia perché invidiava un po’ il nuovo ruolo che le istituzioni gli avevano cucito addosso su misura, lasciandolo in libertà.
Tommaso Buscetta mi parlò, poco prima di morire, dei lontani anni ’50 e ’60, quando la mala genia mafiosa corleonese aveva iniziato a trovarsi sotto le luci della ribalta. E in particolare mi raccontò che, inspiegabilmente, proprio alla sola “famiglia” corleonese veniva riconosciuto il diritto di partecipare alle riunioni della “Cupola” di Cosa Nostra non con uno bensì con due rappresentanti: Riina e Provenzano.
Buscetta si spingeva in avanti, ipotizzando che fra una riunione e l’altra della “Cupola”, alla quale raramente però partecipavano entrambi, uno dei due riferisse “all’esterno” argomenti trattati e decisioni presi in quell’Olimpo criminale.
Buscetta se ne intendeva. E sin da allora, molto meglio di certi professoroni e storici di oggi, aveva avvertito l’odore dello zolfo che promanava da certe “divise”.
Il resto è più noto: che Provenzano, a esempio, mangiava miele, formaggio e cicoria.
È morto – ci verrebbe da dire se non fosse espressione alquanto rude – come doveva morire uno del suo rango: dentro le patrie galere, e per di più ormai gravemente ammalato e poco presente a se stesso. Ma fu Uomo D’Onore.
Che niente vide. Niente seppe. Niente disse. E per questo lo Stato-Mafia gli sarà eternamente riconoscente.

saverio.lodato@virgilio.it

La rubrica di Saverio Lodato

Da antimafiaduemila.com – 13 luglio 20016

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