DOPO REFERENDUM. Che sia chiaro, loro non mi rappresentano

di Giovanni Puglisi.

L’unica alleanza è stata quella per la difesa della democrazia, forse.

Adesso a bocce ferme, come si usa dire, alcune cose occorre dirle.

Anche stavolta l’abbiamo scampata. Dopo Berlusconi, anche il giovanotto di Rignano sull’Arno e il gruppo dei suoi fedeli toscani (il famigerato giglio magico) stava per mandare all’aria una delle carte costituzionali che tutto il mondo ci invidia, una Costituzione nata dal sacrificio di un’intera generazione che ha dato la vita ieri per garantire a tutti noi la libertà oggi.

Ha vinto il NO e con uno scarto così sorprendentemente alto come non succedeva dallo storico referendum sul divorzio.

Fa sicuramente riflettere l’altissima affluenza al voto da parte dei cittadini dopo una serie di tornate elettorali e referendarie all’insegna della disaffezione.

E’ stata sì, ammettiamolo, una consultazione elettorale basata sul tentativo plebiscitario di un premier non eletto che con le sue truppe cammellate hanno scatenato una potenza di fuoco mediatica ai limiti dello stalking, perseguibile ai sensi dell’art. 612 del codice penale.

Un tam tam ossessivo oltre ogni limite fatto di soli slogan ingannevoli, di poche argomentazioni e povero di un reale confronto alla pari.

Di Renzi si dirà che più cresceva la sua tracotanza e la spocchia di voler fagocitare qualunque opinione a lui avversa e più ne importava odio, causato dall’eccesso di personalizzazione (mancava solo che lo denominasse Referenzum!), per aver imposto un testo illeggibile, complice un quesito menzognero e sleale.

Sordo alle argomentazioni di illustri giuristi che gli hanno smontato pezzo per pezzo una riforma – che anziché riformare, rischiava di deformare le regole della democrazia – imperterrito, per recuperare un consenso in calo, ha preferito imbonire il popolino con l’elargizione di bonus e mancette varie. Anche se, la cosa, a molti, non è dispiaciuta.

Perché a molti italiani, ammettiamolo, piace l’immagine dell’uomo forte e la rappresentazione di un governo del fare. Per fare cosa, poi? Non importa, purché si faccia. La buona scuola? I voucher in tabaccheria? Il ponte sulle stretto? Certamente, e con un governo composto da ministre madonne, di macellai sociali e ministre della fertilità (fa niente se poi la gente schiatta nelle corsie degli ospedali!).

Questa politica del “fare”, in soli 1000 giorni ha prodotto uno smantellamento dello stato sociale senza precedenti: la riduzione alla fame dell’assistenza socio sanitaria per far ingrassare quella privata, una scuola pubblica in ginocchio con classi senza insegnanti e figli di insegnanti senza genitori a centinaia di km di distanza, intere famiglie allo stremo e un paese sempre più diviso da nord a sud.

Della tornata referendaria, significativo è stato poi, l’eterogeneità dello schieramento del NO: dalla sinistra storica, le associazioni dei partigiani, del mondo sindacale da un lato e dall’altro berlusconiani, leghisti e fascisti. Una costituzione antifascista difesa dagli stessi fascisti, paradosso nel paradosso.

E’ stato un referendum costituzionale calato dall’alto avente l’unica finalità di rispondere a squallide strategie di politica interna ed europea a discapito del nostro patrimonio costituzionale. Un referendum avente, quale unico obiettivo quello di anteporre gli interessi di oligarchie, gruppi bancari e imprenditoriali al bene pubblico.

Fortunatamente questo molti cittadini lo hanno capito. Forse. E probabilmente, molti, non si sono resi ancora conto di quello che abbiamo rischiato.

Forse a buona parte della popolazione, qualcuno sostiene, non importava nulla della Costituzione, anche tra quelli che hanno votato NO, e tra chi come me invece, che ha a cuore la Costituzione, non aveva i numeri per fare ciò che poteva fare, e cioè, quello di far cadere il Governo, all’interno di uno schieramento incompatibile.

Ma io non ho nulla da spartire con Salvini, né con Grillo ben che meno con Berlusconi,  e non voglio nemmeno avere a che fare con quegli stessi personaggi, riemergenti, che della frantumazione della sinistra sono i massimi responsabili.

Ciò che ha fatto male, piuttosto (lo illustra specularmente l’articolo di Giuseppe Tramontana, I puntini tra le i), è vedere un possibile confronto sul merito scambiandolo con la pochezza e la superficialità di tifoserie da stadio che hanno coinvolto e sconvolto rapporti di amicizia, parentela, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università. E’ stata un’occasione, forse, per conoscerci un pò di più? Per capire meglio da che parte uno stia? Ci si è resi conto che ciò che è successo ha il pessimo sapore di un viaggio del non ritorno?

L’alta affluenza al voto è stata una presa di coscienza dei cittadini per una sopraffazione che stava per essere perpetrata o è stata la reazione alle mille contraddizioni di questo Paese, già lacerato da un clima sociale avvelenato e incattivito da ingiustizie sociali e da manifestazioni razziste e xenofobe per tutto ciò che rappresenta il diverso?

Aver assistito con fervente apprensione alle manifestazioni di crescenti livori personali, unitamente all’incertezza, fino all’ultimo minuto, dell’esito referendario, per un attimo, anche se solo per un attimo, mi è scorso un brivido lungo la schiena, perché mi ha richiamato alla memoria tragici retaggi slavi degli anni 90.

“In un’epoca corrotta e ignorante come questa, la buona estimazione del popolo è offensiva”, direbbe ancora oggi De Montagne.

O forse, più semplicemente, per questa volta ha prevalso il buon senso degli italiani, che ha reagito con quello stesso strumento democratico che si voleva distruggere.

Non so adesso cosa succederà, le dinamiche della politica le lasciamo agli analisti. L’unica cosa certa e che rimane a noi, comuni cittadini, nel periodo più buio della storia del nostro Paese, a ognuno di noi che abbia una coscienza civica, occorrerà rimettersi nuovamente in gioco e impegnarsi più di prima, con la speranza di ridare il giusto nome alle cose e, soprattutto, ridare alle nuove generazioni, le prime vittime, una nuova visione di società diversa da quella dei selfie, degli inglesismi, della realtà virtuale e con qualche libro in più.