DIRITTI. FAMILY DAY. Il ciao della rivoluzione

di Giuseppe Tramontana.

E’ proprio così, lo confermo: io sono nato e cresciuto in una famiglia tradizionale. Ma tradizionale vera, non di quelle cosiddette tradizionali di oggi, nella quale, poi, tutti insieme, padre, madre e figli, vanno al Family Day. Una vera famiglia come quella in cui sono cresciuto, davvero tradizionale, con a capo un uomo tutto d’un pezzo, al Family Day non ci sarebbe mai andata. Il marito, poi, manco morto. E se ci fosse andato, l’avrebbe fatto da solo, senza donne: quella a casa, in cucina o a far la calza: altro che manifestazioni e interviste, ‘ste sgallettate! Mio zio Agostino, che era un uomo tutto d’un pezzo e di idee moderne come Hammurabi, a nessun medico mostrò di sua moglie, cioè di mia zia, una qualsiasi parte del corpo al di sotto della faringe: figurarsi mandarla da un ginecologo! Scherzate? Le parti intime di mia zia Maria solo lui poteva vederle! Forse. Dico forse perché non sono sicuro che lui l’abbia mai vista nuda, nonostante i due figli messi al mondo. Mio padre, uomo tutto d’un pezzo pure lui, quando negli anni Ottanta e Novanta – non nel Cinquantacinque – vedeva una ragazza in minigonna sotto lo sguardo, mentre stava seduto sulla soglia di casa, chiamava mia sorella Ada,  le indicava la passante e poi le mollava un ceffone. Mia sorella non fiatava. Incassava e andava via. Una volta, quando ormai avevo quasi trent’anni, glielo chiesi. Mio a mio padre, allora, aveva superato i sessanta. “Papà,” gli domandai “ma perché fai così? Perché prendi a schiaffi Ada senza motivo?” E lui, alzandosi la coppola grigia sulla fronte come per farsi guardare nella profondità delle pupille, ribatté: “E chi te l’ha detto che non c’è motivo? Tanti anni fa,” riprese “nell’Ottocento (per la cronaca, per mio padre, che era del 1924, tutto ciò che era successo prima della sua data di nascita era un ammasso temporale informe chiamato ‘Ottocento’), nell’Ottocento c’era a Roma un boia che si chiamava Mastro Titta. Ogni volta che c’era un’esecuzione in piazza, appena la testa del condannato rotolava nella cesta, i padri davano un ceffone ai figli. E sai perché?” Non lo sapevo. “Perché così si sarebbero ricordati di non fare la fine del mariuolo decapitato!” Mi scappò un sorriso: per lui quelle che portavano la minigonna era tutte buttane e quindi voleva ricordare a mia sorella di non fare quella fine. O di non portare minigonne: non saprei, non l’ho mai capito fino in fondo.  Per la cronaca, quando avemmo questa discussione mia sorella viaggiava verso i trentotto-quarant’anni. Ma che c’entrava? Un vero uomo, un padre tradizionale non badava a queste cose. L’onore l’ha fatto Dio, la legge gli uomini. E Dio viene prima della legge. Ammesso che esista, Dio.

La famiglia tradizionale!! Voi non sapete cosa sia, altro che! Quando, da piccolo io e mio fratello Saro andavamo a trovare mio nonno paterno, Peppe anche lui come me – anzi Don Peppino, per gli estranei, o Don Peppuzzo,  se eri estraneo e avevi bisogno di un prestito o di un favore – noi gli davamo del vossìa: “Vossìa, sabbenedìca (sia benedetto), nonno Peppe!” Lui sedeva sempre su una poltrona che sembrava un trono, spalle ad una finestra inondata di sole, per cui, entrando, vedevamo solo una sagoma scura con la coppola. Me lo ricordo sempre così: in poltrona rispendente di l’aureola di luce attorno, come un santo del Paradiso O al Madonna di Lourdes nelle apparizioni a Bernadette. Ci avvicinavamo, recitavamo il saluto consueto e poi gli baciavamo la mano. Esatto: gli baciavamo la mano. Sempre così. Tutte le volte: quando arrivavamo e quando andavamo via. Solo che, al momento di congedarci, mi metteva in mano mille lire di mancia – li dava a me perché ero il più grande – naturalmente da dividere in due. Mille lire, non mille euro! Con mille lire all’epoca ci facevi due partite a flipper, o ti prendevi un caffè e ti restavano tre-quattrocento lire: ecco perché io e mio fratello Saro: i soldi per due caffè non li avevamo mai!

12625761_1124776270895938_1483033163_nMio nonno era davvero un patriarca. Mia nonna Ciuzza, cioè Concetta, alla quale noi davamo invece del tu, a suo marito dava del voi. Si alzava prima di lui e andava a letto dopo (ma questo, però, le donne anche oggi lo fanno regolarmente) e, soprattutto non mangiava mai con il marito, alla stessa tavola. Prima si sedeva nonno Peppe. Nonna Ciuzza lo serviva, aspettava i suoi commenti o giudizi, si affaccendava per spignattare e portare in tavola, poi, appena lui si finita e si alzava, lei sparecchiava e si sedeva per mangiare: da sola. Non li vedemmo mai mangiare insieme. Solo una volta, al ristorante, in occasione del ricevimento per il matrimonio di mio cugino Peppe (figlio di mio zio, fratello di mio padre), li vidi seduti uno accanto all’altra a mangiare insieme e contemporaneamente.

Per me – e penso anche per mio nonno: solo che io resistetti e mio nonno no – il cambiamento avvenne un giorno di giugno. La scuola era appena finita e noi ragazzi eravamo in giro entusiasti ed ebbri di sole e voglia di divertirci. Io avevo appena finito la prima superiore e mio fratello la quinta e anche se aveva ancora da sostenere gli esami, era contentissimo. Gironzolando in bici, capitammo dalla parte dei nonni e decidemmo di andare a trovarli, se non altro per raccattare le mille lire: meglio di niente. La porta era aperta. Sullo sfondo, accanto alla finestra, la poltrona con la sagoma di mio nonno Peppe assisa. Forse guardava fuori, forse aveva pensieri… All’arrivo niente di strano, tutto si svolse nel solito modo: vossia, bacio alla mano, cinque minuti sulla poltrona di fronte a subire l’interrogatorio sulla scuola e le raccomandazioni sulle cattive compagnie, aspettando la liberazione, cioè che nonna Ciuzza ci chiamasse dalla cucina per allungarci qualcosa, un paio di formelle di cotognata, dei biscotti fatti in casa, una gazzosa… Fin qui tutto regolare. Fu al momento di congedarci che accadde l’inaspettato. Io, che ero il più grande e quindi il primo a salutare, mi avvicinai a nonno Peppe per il consueto baciamani e la formula “vossìa sabbenedica” di rito. Ma, all’improvviso, mio fratello Saro, rompendo gerarchie e consuetudini, facendo a pezzi una tradizione millenaria, mi sgattaiolò davanti, saltò in braccio al nonno e gli schioccò un sonoro bacio sulla guancia, prima di correre verso la porta salutandolo allegramente: ‘Ciao nonno, ti voglio bene!’ Io rimasi di sasso. E il nonno pure. Anzi lui di più. Gelido, seguì con lo sguardo torvo quella corsa verso l’uscio e poi  seccamente, in un bisbiglio,  lo apostrofò: “Porco!”

In quel momento percepii che qualcosa stava cambiando. E forse lo percepì pure mio nonno. Confusamente, forse intuì che la famiglia tradizionale, proprio perché tradizionale, non era eterna. Le cose cambiano. Le cose, le case, le famiglie e le relazioni. Non cambia l’amore. Io a mio nonno Tano, così come a mia nonna che per l’amor di patria (e famiglia) si faceva serva, volevo bene. E quando morirono piansi a dirotto. Sapevo a che a modo suo, nonno Peppe ci amava. E noi, Saro e io, a modo nostro, ricambiavamo. Come amo i miei figli che, tante volte, mi salutano con ciao, sbuffano se rimproverati, vogliono confrontarsi con me e mia moglie pretendendo di avere ragione e mi prendono in giro quando perde la mia squadra preferita… Già solo per questo ci vorrebbe nonno Peppe, papà Antonio o zio Agostino per metterli a posto e insegnar loro l’educazione. Ma quel maledetto o benedetto ‘ciao’ di Saro squagliò, come acqua calda sul ghiaccio, la tradizione e i salamelecchi, lasciando solo il senso profondo del volersi bene: per chiunque condivida con te felicità, infelicità e vita. Chiunque, penso io. E’ questa l’unica tradizione. Il resto conta poco o nulla. Persino il tifo calcistico. O, forse, quello no…?