Dimenticare Palermo

di Vincenzo Rao.

Questa città muore velocemente, senza più nemmeno la speranza di una degna sepoltura.
Questa città muore nei suoi quartieri, nelle sue strade e nei suoi palazzi, popolati da zombie famelici che si avventano per sbranarne la carcassa putrescente.
Questa città muore nella brutalità annoiata dei suoi adolescenti senza futuro, senza sogni che vadano oltre una serata in discoteca. Questa città muore nella cinica rassegnazione di noi adulti falliti, di una generazione in frantumi che ha condannato i suoi figli.
Questa città muore con le saracinesche delle botteghe che al mattino non si alzano più, muore nei riti domenicali delle famiglie ai centri commerciali, muore nei suoi spazi abbandonati e sottratti alla vita, muore nei suoi schiamazzi animaleschi e nel suo vigliacco silenzio.
Questa città muore per l’indifferenza nei confronti della sua disperazione, muore per la supina accettazione dell’arroganza e della prepotenza, muore per il compiacimento del suo egoismo travestito da solidarietà e da impegno sociale, muore perché dinnanzi allo specchio si volta dall’altro lato e non ha il coraggio di guardarsi in faccia.
Questa città muore nei salotti della peggiore e meschina borghesia. Non intellettuale, non illuminata, non di sinistra, ma avida e pavida bestia che difende solo i suoi piccoli interessi, che disprezza la povertà e gli ultimi per non sentire la vergogna della colpa.
Questa città muore nell’anima popolare dei suoi quartieri senza più regole, senza più onore, senza più umiltà, senza più orgoglio, senza più identità, ghetti di sentimenti rabbiosi e violenti, terre di nessuno che non appartengono nemmeno a chi le abita.
Questa città muore, perché chiunque provi a fare qualcosa che serva a rianimarla, a darle un po’ di ossigeno, a recuperare un pezzo della sua storia più bella, a restituirle una speranza, viene isolato, ignorato, scoraggiato, invidiato, finché la resistenza e l’illusione si esauriscono ed allora si lascia perdere. Sconfitti senza gloria.
Questa città muore, perché è afflitta da una inesorabile pestilenza. Una bellezza straordinaria che si manifesta agli occhi di chi è stato allevato nell’egoismo, nella furbizia, nella volgarità, nella miseria umana e materiale e che riesce a sopravvivere soltanto distruggendola. Nemmeno la Santuzza, dall’alto del più bel promontorio al mondo, potrà liberarci questa volta. Anche lei è morta da tempo e nessuno se ne è accorto.
Palermo muore, Palermo chiude. Dimentichiamola e poi facciamocela raccontare da un turista di passaggio.

Da L’Ora Quotidiano 19 febbraio 2015