Da Lampedusa ai marciapiedi di Padova. Il racconto delle ragazze

di Alberta Pierobon.

Quindici giovani prostitute da un mese in città, vittime di una lunga catena di sfruttamento. Il loro racconto e le multe.

PADOVA. Sono circa 150 le ragazze che aspettano clienti sulle strade di Padova, e da poco più di un mese ne sono sbarcate 15 nuove. Arrivano direttamente da Lampedusa, vittime di una catena di sfruttamento che inizia nel loro villaggio in Nigeria, passa per la Libia e arriva in Italia, a Padova nello specifico. Loro sono sfruttate tra le sfruttate, gli anelli debolissimi e prigionieri della peggiore tratta. La storia di G. è anche quella delle altre: l’ha raccolta don Luca Favarin, 42 anni, prete degli ultimi, da 10 anni impegnato sul fronte anti-tratta. G. ha 21 anni, è una bella ragazza: il primo contatto con la sua futura schiavitù ce l’ha lì, nel suo villaggio in Nigeria: una “madame” le dice che può darle le giuste dritte per partire, andare in Europa, è il suo sogno di vita. Deve arrivare in Libia, a Tripoli, e andare in una casa-albergo che fa da base alle nigeriane. Foglio con indirizzo e nome di un’altra madame nell’hotel. G. fa il terrificante viaggio, quello di tutti i migranti e arriva a Tripoli. Tante non ci sono mai arrivate: uccise, violentate, mollate nel deserto della Libia. Trova l’albergo della madame, trova altre come lei. Sborsa duemila euro per il viaggio in nave fino a Lampedusa. E parte, con un tasca un altro contatto con un’altra madame, a Padova. E con precise indicazioni: appena possibile scappare dal centro di accoglienza, non iniziare procedure per lo status di rifugiata e far conto solo su madame. G. si è fidata e affidata, e ha seguito le indicazioni: ora è un fantasma, non ha un documento, abita a Padova in un buco con altre coetanee nigeriane, la sera va a battere in zona industriale e quello che guadagna lo intasca tutto la madame. A lei, come alle altre, pochi euro per mangiare, per farsi le treccine, le unghie. Ma i loro guadagni girano il mondo: una quota alla madame di Padova, una a quella a Tripoli e una alla madame in Nigeria. Presenza fondamentale, quest’ultima, ché se la ragazza sgarra, a parte le botte che si prende qui, le viene comunicato che le ritorsioni cadranno direttamente sulla sua famiglia, nel villaggio in Nigeria lontano seimila chilometri.

Ora G. e le altre passano le notti in zona industriale, a battere e dibattersi tra i molti rischi del mestiere, compreso quello, nuovo di zecca, le multe di 500 euro. «Posso capire le multe ai clienti ma colpire le prostitute, l’ultimo anello della catena, le più deboli, le schiave, e pure con modi così arrogante e volgari è inammissibile». Non ha mezzi termini don Luca, che con la sua cooperativa Percorso Vita oltre a gestire i centri di accoglienza per profughi di Rivadolmo e Rovolon, due sere alla settimana assieme a un gruppetto di volontari formati va on the road a fare attività anti-tratta ovvero incontrare le prostitute, raccoglierne le storie e cercare di dar loro dei percorsi per uscirne. Partendo dal contatto umano: l’altra sera tra zona stadio e zona industriale il don e i suoi hanno avvicinato 25 ragazze: thé, biscotti, cioccolata fanno da ponte. Sono rumene, comunque dell’Est, e africane, «Hanno gli occhi tristi, così tristi che ti perforano. Cercano contatti, parole, compagnia. Tu sei lì, con loro, le ascolti, ci parli ma poi vai via, devi andare via. E le lasci sole», racconta una volontaria cinquantenne, padovana.

«Tornate mi raccomando, venite tutte le sere da noi», insiste una ragazza russa, sotto i 25. Poi le squilla il cellulare e lei sa già chi è e cosa dire; si intuisce che risponde: thé e biscotti, no no solo thé e biscotti… E’ il protettore, la monitora a vista, vuol sapere chi sono quelle persone e lei di cosa parla con loro. «Per favore, trovatemi voi un lavoro, ricordatevi di me»: lo ripete tutte le volte R., trentenne rumena che lunedì e martedì sera si è beccata due multe, totale mille euro. Vive a Padova con il suo amore, la figlioletta che va a scuola e sa solo che la mamma lavora in un bar e fa sempre molto tardi. R. ha in borsa le due multe, non ha soldi per pagarle, e teme che prima o poi arrivino in Romania, a casa dei suoi genitori ai quali lei manda un aiuto e che della sua vita non sospettano nulla.

Invece non c’era S., 22 anni, rumena, l’altra sera. E non ci sarà più a buttarsi via con i molti clienti padovani che peraltro molto la richiedevano: è una delle troppo poche che don Luca è riuscito a tirar via. Prima un incontro, il thé, altro incontro, fiducia che nasce, racconti, speranze che emergono, lei che chiede di uscirne. Una montagna di burocrazia e difficoltà da scalare a mani nude ma ora S. abita in un centro e ha iniziato il suo percorso verso un’altra vita.

Comunque, ad uso della polizia municipale, per le prossime notti in strada di prostitute se ne incontreranno molto poche: tutte raccontano che i protettori, il giro del racket, le madame hanno detto loro di non uscire. Fino a che la buriana multe non si calma. Ché tre-quattro pattuglie di vigili dedicate ogni santa notte a multare le prostitute rimarranno giusto il tempo del solito sventolio promozionale dell’ordinanza Bitonci. Questo lo capiscono anche i magnaccia.

Da L’Espresso  – 5 marzo 2015.