CULTURA. Dario Fo, vi spiego com’è essere suo figlio

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Discorso alla festa di compleanno dei 90 anni di mio padre. “Visto che da qualche decina d’anni mi continuano a chiedere come è essere figli di Dario Fo, stasera volevo mettervi a parte di quelle che sono state per me le tre grandi lezioni fondamentali. Quando ero molto piccolo, se volevo l’attenzione di mio padre, c’era solo un sistema: mettermi a disegnare. Mi mettevo a disegnare per terra e mio padre smetteva di fare qualunque cosa… Un giorno stavo facendo una casettina meravigliosa tutta rosa. Io ero un bambino disciplinato, ordinato, proprio un bravo bambino. E arriva mio padre e sulla mia casettina rosa mi fa un quadrato viola… E io dico: “Papà, ma è una casettina rosa, perché mi rovini il disegno?” E mio padre mi dice: “C’è il lampo!”

E io da quel giorno ho disegnato soltanto case a quadrettoni di tutti i colori e se la maestra mi diceva qualcosa, dicevo: “C’è il lampo signora… Vada a discutere con mio padre!” Un altro giorno, disegnavo, sempre per terra, e dico: “Questo disegno è brutto, ne faccio un altro!” E mio padre: “ No, perché quando il disegno è brutto, è lì che devi insistere per farlo diventare bello!” E la dimostrazione scioccante me l’ha data qualche giorno dopo. Stava facendo un quadro sopra un asse di legno, una donna meravigliosa (mio padre disegnava proprio realista, io ero affascinato da questo super potere). Ma a un certo punto decide che il dipinto non andava bene… Prende il quadro e va verso il bagno, e io dietro. Lo mette nella vasca da bagno e inizia a lavarlo con la doccia. Io mi metto a piangere perché vedo questo quadro meraviglioso sciogliersi. Ma sulla tavola erano rimaste delle macchie, dei punti in cui il colore si era seccato e non era venuto via. Ha ricominciato a dipingerci sopra ed è venuto fuori un dipinto meraviglioso.

Ma forse l’esperienza piùscioccante che ho vissuto è stata quando i miei hanno deciso di portarmi in gita in montagna. Una cosa tragica. A voi magari dall’esterno la mia famiglia sembra normale, invece no… Cose che le famiglie normali fanno, tipo il picnic fuori porta, ne abbiamo fatti tre e sono finiti in tre macelli totali. Avevo tre anni e mezzo o quattro, era estate e decidono di andare a mangiare in un ristorante in cima a un monte che per arrivarci bisognava prendere la seggiovia. Oggi fa un po’ orrore, ma allora era normale prendere un bambino di quattro anni, metterlo sul seggiolino e lasciarlo, da solo, a salire sulla montagna col baratro sotto… E io mi sono, diciamo in termini aulici, cagato sotto e stavo aggrappato a questo cavolo di seggiolino. Quando sono arrivato su l’inserviente non riusciva a staccarmi perché ero talmente spaventato che è venuta fuori la belva (è lì che poi ho iniziato a studiare la muscolatura irrazionale). Ero proprio nel panico. E questo deficiente sanguinario dell’inserviente invece di fermare la seggiovia per farmi scendere, mi dà un ceffone e mi tira giù. Arrivano i miei genitori e invece di ucciderlo non dicono niente come se fosse normale prendere a schiaffi un bambino per farlo scendere dal seggiolino!

Dopo un po’ che eravamo a mangiare in questo ristorante, mio padre si rende conto che ero leggermente terrorizzato perché l’idea che mi ero fatto della seggiovia (che io non sapevo niente delle seggiovie) era che per farti scendere ti davano sempre un ceffone…Mio padre mi guarda e mi dice: “Jacopo hai paura di tornare giù con la seggiovia?” E io dico: “Certo che ho paura!”
“Va beh, allora se vuoi torniamo giù a piedi…”. Per me era impossibile, scendere a piedi, non ero mai uscito da Milano, non sapevo niente di montagne… E sapevo invece che i miei erano degli imbroglioni. Perché quando ho scoperto che non avevo l’onomastico come gli altri bambini, sono andato da mio padre e gli ho chiesto: “Ma papà, ma perché mi avete dato questo nome che non ha onomastico?” (Che tra parentesi, ce l’ha l’onomastico, bastava guardare sul libro degli onomastici! Ma la pigrizia di famiglia…) Mio padre ha tagliato corto e ha detto: “Senti Jacopo, non puoi lamentarti perché non hai l’onomastico, perché quando eri nella pancia della mamma, io ho chiesto ‘bambino come vuoi chiamarti?’ e tu hai detto ‘Jacopo’ e io ti ho chiamato Jacopo!”
Allora pensavo che il fatto di scendere dalla montagna per una via alternativa alla seggiovia fosse soltanto una bugia per tenermi buono e che poi avrei dovuto subire il ceffone del seggiovista. Invece alla fine del pranzo, dopo un po’, mio padre mi dice: “Vuoi che andiamo giù a piedi?” E io dico: “Sì sì!”

Così partiamo. E io non avevo mai visto un bosco, un torrente niente… Scendiamo dalla montagna e lì per me è stata una grandiosa esperienza, anche perché ero talmente piccolo che non capivo che eravamo fuori da un ambiente domestico. Quando abbiamo passato un torrente ho detto: “Ma chi ha buttato tutta quest’acqua per terra? Adesso chi la dovrà raccogliere?”. Poi abbiamo visto le mucche enormi e mio papà m’ha detto: “Guarda le mucche, se non dai loro fastidio non ti danno fastidio…”. Un supereroe proprio! E’ stato un viaggio che io ricordo in maniera meravigliosa. Mia madre, invece, che aveva le scarpe col tacco, era scesa con la seggiovia. Quando siamo arrivati abbiamo trovato mia madre che, per l’agitazione di avere il figlio e il marito che venivano giù a piedi dalla montagna, era scesa dal seggiolino della seggiovia prima della piattaforma, quindi era precipitata su un pino che le aveva salvato la vita, era tutta distrutta, graffiata.

E io lì ho capito che c’è sempre una strada migliore della seggiovia e che la seggiovia è una cosa negativa ed è stato così che ho imparato che c’è sempre un’altra strada e che conviene seguire quella. La strada regolamentare generalmente è una fregatura pazzesca. Poi ci è arrivata anche una lettera della Seggiovie Nazionali, con scritto: “Non venite più, siete una famiglia che non è compatibile con le seggiovie”. E queste sono state le mie tre grandi lezioni. Poi ho avuto una quarta lezione, di teatro. L’unica lezione di recitazione perché nella mia famiglia si dà per scontato che guardi come fanno gli altri e lo fai.

A 40 anni ho debuttato in un teatro vero per la prima volta perché io avevo recitato sempre, ma clandestinamente: mi vergognavo essendo il figlio di Dario Fo. Mio padre è venuto in camerino e mi ha dato queste indicazioni che vi passo: sono il fondamento del teatro. Prima dello spettacolo conviene farsi una passeggiata magari anche fuori dal teatro che ti tonifica e ti rilassa.
Le serate migliori sono quelle in cui non hai una grandissima aspettativa, sei anche al limite un po’ annoiato, ma sei un professionista e dai il massimo ed è lì che veramente viene fuori il grande teatro. E poi ricordati che quando entri in scena, hai davanti degli amici che sono usciti di casa la sera per venire a vedere te, quindi sono dalla tua parte, quindi non avere paura. Ed ora… ho finito… grazie!”

Da ilf.q.it | 28 aprile 2016