Cronaca di una rivoluzione mancata

di Giovanni Puglisi.
Dopo i tormentoni elettorali degli imbonitori dell’Imu, dei mille euro al mese per i disoccupati e dei giaguari non smacchiati ci tocca tornare sul pianeta terra.
Proviamo a ripercorrere alcune tra le tappe più salienti di questa recente e triste campagna elettorale. Di fronte ad un centrodestra allo sbando che si era limitato a non disperdere il proprio elettorato, il centrosinistra aveva cantato vittoria troppo presto e senza adoperarsi più di tanto.
Le primarie e le parlamentarie (le uniche due cose positive per la partecipazione popolare a cui gli va dato atto) avevano indotto a pensare a Bersani e al suo gruppo dirigente che potessero bastare, in campagna elettorale, per spianare la vittoria alla coalizione.
Non si è speso nemmeno nelle zone del nord: del comasco, del varesotto, del bergamasco e del bresciano, dove erano rimaste decimate piccole roccaforti leghiste. Dove, insomma, si stava giocando la più importante partita della campagna elettorale: strappare la Lombardia formigoniana e tutta la galassia ciellina dopo diciassette anni.
Intanto l’imbonitore di Arcore, dato per spacciato, tra rimborso IMU e condono tombale risaliva, incredulo egli stesso, la china della rimonta personale.
Al PD, invece, è bastato snobbare Rivoluzione civile e strizzare l’occhiolino a Monti, il quale a sua volta snobbava SEL. Conclusione: hanno perso tutti e quattro e di parecchio.
Il Pd ha preso una manciata di voti in più del PDL ma non ha vinto. Per ottenere una maggioranza parlamentare gli toccherà fare il primo passo, non più con Monti, ormai inconsistente, ma nei confronti di chi era stato attaccato da anni: Grillo e il suo ecumenico entourage.
Di Grillo è già stato detto di tutto e anche noi non gliene abbiamo risparmiate. Soprattutto per la sua non struttura interna, per il suo regolamento interno poco democratico e per certe sue dichiarazioni per nulla antifasciste e antisindacati. Però, per onestà intellettuale alcune cose vanno dette, perché gli intellettualoidi dell’ultima ora la finiscano una volta per tutte di considerare il fenomeno Grillo inaspettato, come se i segnali delle amministrative a Parma e le regionali in Piemonte, in Emilia e in Sicilia non fossero state sufficienti a mettere in allarme il maggior partito di sinistra.
I vecchi tromboni del gruppo dirigente hanno lasciato fare, hanno preferito interpretarlo e demonizzarlo anziché stanarlo nelle sue istanze. Del resto, l’incapacità di conoscere a fondo l’avversario è sempre stato nel DNA del PD: se non vi è riuscito per quasi 20 anni con le chansonnier di Arcore cosa vuoi che capiscano di un Movimento che dal 2005 in poi ha fatto passi da gigante nella comunicazione. Cosa, questa, che il PD non si è mai sognato di utilizzare. Come può ancora oggi un grande partito di massa (lo era) ostinarsi di capire la realtà delle cose senza utilizzare nuovi strumenti di lettura e di linguaggi?
Grillo, attraverso la sua piattaforma web ha saputo con gli anni calamitare a destra come a sinistra l’attenzione di quanti erano rimasti disgustati dalla mala politica, dai latrocini, dai privilegi e dai soprusi. Questo malcontento è stato nutrito dandogli voce attraverso la rete. Il fenomeno Grillo è diventato tale, quando il comico genovese ha cominciato ad usare gli strumenti della comunicazione: grazie anche alla sua popolarità di comico esiliato dalla tv ha utilizzato la sua comicità istrionesca, mischiando un linguaggio sbraitante, ma popolare e demagogia nella piazze (e che arrivava nelle pance sì), con lo stesso canovaccio dei suoi stessi spettacoli rappresentati negli ultimi venti anni nei palasport. Chi avrà avuto occasione di andarlo a vedere, come me, Grillo oggi non è diverso da ieri. Attraverso lo sproloquio un pò boccaccesco un pò da osteria ha preso per il fegato tutti quelli che venivano a vederlo. La catarsi, dunque, avveniva sia per il comico che ne aumentava di popolarità che per il pubblico che stordito, strattonato e sputacchiato anche fisicamente ma compiaciuto al tempo stesso, era stato costretto, tornando a casa, a guardarsi allo specchio.
Dicevamo della comunicazione: dalle tv che lo allontanarono ai tempi di Craxi, Grillo ha fatto dell’esilio il suo cavallo di battaglia per riprendersi la rivincita. Dalle sue prime uscite politiche con il V-day il comico genovese le ha sempre rifiutate, disprezzandole e mattrattandole. E il suo pubblico non avulso dal disgusto dalla lottizzazione dei partiti e da palinsesti diseducativi e mal spesi ha gradito con entusiasmo. Contro la mala politica ha raccolto firme per indire referendum, presentate al Senato e puntualmente snobbate.
E come ieri anche oggi ha continuato ad essere snobbato. Grillo, nel frattempo, si è girato tutta l’Italia col suo camper, in questi ultimi tre mesi, le televisioni lo hanno continuamente seguito dappertutto. E’ stata una corsa tra il gatto col topo. Più lui scaraventava (metaforicamente) dal palco un cameraman della Rai più le tv gli si avvicinavano. In altre parole, tutto ciò che Grillo a fatto e detto è diventato evento. Evento è stato così ogni successivo comizio. E ad ogni evento la popolazione del luogo accorre tutta, incuriosita e festante.
Forte del lavoro fatto attraverso la sua piattaforma web l’evento però ha acquisito connotazioni internazionali (il suo blog è tra i più visti a livello mondiale): ed infatti, le tv straniere sono state le uniche ad essere ammesse nei dintorni del suo palco.
E oggi a bocce ferme, forte di un risultato elettorale che lo vedrà ricevuto al Quirinale, proprio da quello stesso Presidente della Repubblica che gliene ha dette di tutti i colori: anche questo sarà un evento, a cui la popolazione del luogo accorrerà, incuriosita e festante, anche se tra l’imbarazzo delle figure istituzionali.
Tant’é che, passata la festa gabbatu lu santu. Adesso il Pd di fronte al rischio di ingovernabilità del paese, e per non disperdere nuovamente il proprio elettorato, dovrà tentare con Grillo, se non un’alleanza, almeno quell’intesa programmatica racchiusa in tre quattro punti essenziali da portare avanti per poi ritornare alle urne. Ammesso che sia così vi sarà, tuttavia, una tempistica da rispettare: da metà marzo a fine maggio il rinnovo istituzionali sarà impegnato tra insediamento delle camere, elezioni dei presidenti dei due rispettivi rami, la composizione e la fiducia al nuovo governo, l’insediamento delle commissioni parlamentari e l’elezione del nuovo Capo dello Stato.
L’unica strategia che gli rimane al Pd è quella di “mantenere i nervi saldi e cercare di dialogare in Parlamento con gli eletti nelle liste di Grillo” come gli ha ammonito duramente il filosofo Cacciari, – nell’intervista rilasciata al Fatto quotidiano di ieri – non risparmiandogli critiche piuttosto colorite “Il Pd è rimasto a metà tra il voler interpretare le spinte arrivate dalla parte di Grillo e quella di strizzare l’occhio al gruppo di Monti e alla sua visione dello Stato e dell’Europa. Figure politiche antropomorfe. Come al solito siamo gente affetta da snobismo e da puzza sotto il naso. Come sempre!”
Questo snobismo di cui è affetto da tempo il Pd – aggiungiamo noi – è stata anche la causa della mancata elezione di Ambrosoli alla Presidenza della regione Lombardia. E Cacciari con tono acceso: “Al nord è stata una catastrofe sia per Pdl che per la Lega! Eppure il centrosinistra non ha fatto un cazzo. Non è cresciuto”.
La Lega, da par suo, e alla luce degli scandali anche al suo interno, ormai ridimensionata e prossima alla scissione con l’ala veneta di Tosi, aveva concentrato l’intera campagna elettorale sulle regionali in Lombardia.
Ma di fronte agli interessi che girano attorno all’expo 2015 e alle referenze politico-mafiose che gestiscono i vari comitati d’affari e l’eredità pesante lasciata da Formigoni, il Pd si è fatto soffiare la vittoria.
La sconfitta del Pd è però una vittoria personale del candidato che appoggiavano. Di più non poteva fare una brava persona come Ambrosoli (e in soli tre mesi). Da semplice sconosciuto il cui cognome è stato sarcasticamente associato ad una nota marca di caramelle al miele è riuscito però a far ottenere alla propria lista civica più voti degli stessi partiti che lo sostenevano.
Al Pirellone la Lega non avrà una maggioranza estesa per poter attuare le maronate sostenute in campagna elettorale. Ambrosoli, invece, avrà l’occasione per imparare in fretta a fare quell’esperienza che gli era sta rimproverata di non avere e di prepararsi in seguito a governare una regione con qualche arma in più.
Anche sulle altre regioni del nord il Pd si era seduto, consegnandole al centrodestra. E qui ritorna furioso Cacciari.
Alla domanda del giornalista: Hanno sottovalutato l’avversario?
l’ex sindaco di Venezia ha risposto: “Di più, peggio! Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini. E’ impossibile spiegargli che c’è una questione settentrionale. Eppure continuano a sbatterci la faccia. La loro vita si sviluppa solo tra Botteghe Oscure, il Nazareno e Montecitorio. Del resto non sanno nulla. Gli basta quel triangolo”.
La colpa, poi, non sarebbe di Bersani, ma “di quel gruppo dirigente che continua a circondarlo. Gente completamente fallita”.
Infatti, mentre scriviamo, è di oggi la notizia che il partito democratico si trova diviso, di fronte all’apertura a Grillo. D’Alema e la vecchia guardia sarebbero contrari ad un patto con il M5S. Pare che vogliano tenere aperta la porta con il Pdl. Chissà se l’ex Sindaco di Venezia vorrà aggiungere qualcos’altro.