Come ho conosciuto Peppino Impastato

di Sebastiano Gulisano.

«Una sera di un paio d’anni fa, stanca dopo un’intensa giornata di lavoro, pensai di rilassarmi guardando un film in dvd che mi aveva prestato un’amica, I cento passi di Marco Tullio Giordana. Mi scosse così tanto che, la notte, non riuscii a chiudere occhio e il giorno seguente cominciai a documentarmi su Peppino Impastato. La mia crescita politica nasce quella notte». Anna Paparcone ha 33 anni e viene da Ithaca, nello Stato di New York, dove sta completando il dottorato su cinema e letteratura italiana alla Cornell University. Anna – che è di Aquino (Frosinone), si è laureata in Lingue all’università di Cassino e, dopo, si è trasferita negli Usa per il dottorato – è una delle svariate migliaia di persone che dall’8 all’11 maggio hanno invaso Cinisi in occasione del Forum sociale antimafia organizzato nel trentennale dell’omicidio di Peppino Impastato, ammazzato dal clan Badalamenti il 9 maggio del 1978, mentre, a Roma, il sequestro di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, ad opera delle Brigate rosse, si concludeva con la soppressione dell’ostaggio.
Anna Paparcone è una “scholar”, una “studiosa” del cinema italiano socialmente impegnato e di Pier Paolo Pasolini: «Mi ha colpito il riferimento di Giordana a Pasolini e ho voluto approfondire, cercando altri riferimenti letterari e cinematografici: è questa ricerca che mi ha portato a Cinisi, l’esplorazione di queste due vite parallele, di questi due intellettuali che sono esempi da seguire».
Mentre l’affollato corteo del 9 maggio – circa diecimila persone – sfila per le vie di Terrasini e di Cinisi, guardando dietro gli striscioni del variegato popolo antimafioso ci si rende conto che i non siciliani sovrastano gli isolani. A Cinisi, per ricordare Impastato, c’è la stessa quantità di persone – diecimila – che, due settimane dopo, a Palermo, si ritrova per ricordare il giudice Giovanni Falcone. Con la differenza che a Palermo sono andati, più o meno intruppati, ad ascoltare ministri e autorità varie, mentre chi è venuto Cinisi lo ha fatto per «costruire nuove forme del fare politica» – come proponeva il manifesto-appello del Forum –, per il desiderio «di uscire dal minoritarismo e dalla logica della testimonianza», spinti dal bisogno di «costruire alleanze, valorizzare il pluralismo, creare cultura, a cominciare dalle scuole, darsi forme adeguate di comunicazione»; per «dare vita a un progetto che unifichi le resistenze, coniughi la liberazione dalle mafie e la costruzione di una nuova società possibile, nel nome di Peppino e sulla strada da lui indicata».
Se oggi Peppino è noto e amato come Falcone e Borsellino il merito suddiviso fra il film di Marco Tullio Giordana I cento passi, sceneggiato insieme a Claudio Fava e Monica Zapelli; le numerose pubblicazioni del Centro siciliano di documentazione sulla mafia “Peppino Impastato”, animato dalla passione e la competenza di studiosi militanti come Umberto Santino e Anna Puglisi; i libri di Salvo Vitale, amico di Peppino, e altro ancora.
Giuseppe “Peppino” Impastato nasce a Cinisi (Palermo), nel 1948. Suo padre, Luigi, è “uomo d’onore”; sua madre, Felicia Bartolotta, è una donna fiera e caparbia che, nella Sicilia del dopoguerra, ha il coraggio di lasciare il fidanzato alla vigilia delle nozze per amore dell’uomo che si sarebbe poi rivelato diverso da come le appariva; suo zio, Cesare Manzella, è il capomafia del paese.
Fin da ragazzo, Peppino impara a contestare il mondo incarnato dal padre e dallo zio, a ribellarvisi. Dal primo foglio ciclostilato, L’Idea Socialista, del ’65, a Radio Aut, l’emittente nata nel ’77, l’impegno di Impastato e dei suoi compagni è indirizzato a denunciare la mafia, la mala amministrazione, le speculazioni terriere e urbanistiche, i traffici di droga che passano per l’aeroporto di Punta Raisi. In un’epoca in cui il boss del paese si chiama Gaetano Badalamenti, cioè il capo della “cupola” di Cosa Nostra. Se nell’Idea Socialista «la mafia è una montagna di merda», su Radio Aut diventa un soggetto criminale che ha relazioni con la politica e con l’imprenditoria. Con tanto di nomi e cognomi, camuffati ma chiaramente riconoscibili.
I brandelli del suo corpo dilaniato dal tritolo sono ritrovati la mattina del 9 maggio ’78 intorno ai binari divelti della ferrovia Palermo-Trapani. Un attentato suicida, secondo le sbrigative indagini dei carabinieri: «Voleva legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante». Conclusioni che, sei anni dopo, il giudice istruttore Antonino Caponetto bolla come «depistaggio», individuando le cause dell’omicidio «nella sua battaglia contro la mafia e i mafiosi di Cinisi», senza però identificare mandanti ed esecutori. Notissimi ignoti, è l’efficace e documentata sintesi del Centro Impastato, che così titola il dossier in cui accusa apertamente Badalamenti. Per passare dalla consapevolezza culturale e storica a quella giudiziaria, però, bisogna attendere il 1997, quando diversi pentiti accusano Vito Palazzolo e Badalamenti, poi condannati per l’omicidio. Infine, anche la Commissione antimafia si occupa del “caso Impastato” e produce una dettagliata relazione, votata all’unanimità, firmata dal senatore di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena, già compagno di Peppino in Democrazia proletaria. Poi arrivano il film, le canzoni, gli spettacoli teatrali, altri libri. E l’Italia scopre Cinisi.
Marina Montuori, laurea in psicologia, 26 anni, di Capua (Caserta), tre anni fa ha fatto una scelta radicale: si è trasferita a Cinisi ed è uno dei pilastri dell’Associazione Felicia e Peppino Impastato, che gestisce Casa Memoria, l’abitazione degli Impastato diventata museo antimafia. «È stata mia madre, insegnante elementare, a parlarmi della storia di Peppino, prima ancora del film, che ho visto in videocassetta, nel 2003, scoprendo quella donna meravigliosa che è sua madre. Poi ho letto il libro-intervista a mamma Felicia di Anna Puglisi e Umberto Santino e ho deciso che volevo incontrarla ma, purtroppo, è morta prima che riuscissi a realizzare questo desiderio».
Gaspare D’Angelo insegna inglese all’Itis “Paleocapa” di Bergamo; a Cinisi è arrivato con altri colleghi, il preside e 80 studenti del quarto e del quinto anno. D’Angelo conosce Peppino da sempre: «Ero qui alla manifestazione del ’78, subito dopo l’omicidio: sono di Agrigento, frequentavo l’università a Palermo e fu lì che ne sentii parlare». E non se l’è più scordato. Anzi, ha contribuito a farlo conoscere ad altri, a cominciare dai suoi studenti. Stefano, 19 anni, è uno di questi ed è la seconda volta che viene a Cinisi con la scuola: «L’anno scorso la consideravo una gita. Poi mi sono reso conto che la mafia non è un problema siciliano ma nazionale e che da noi non c’è la stessa percezione del fenomeno che, invece, c’è qui. Di Impastato ci aveva parlato il prof, abbiamo anche visto il film sulla sua vita che mi ha provocato tanta curiosità. Ora, però, dalla curiosità sono passato all’interesse: partecipare ai forum tematici che si tengono qui vuol dire imparare».
Claudio Porchia, invece, deve all’amore per Luigi Tenco l’incontro con la storia di Impastato, un amore che condivide con Giovanni, fratello minore di Peppino: «Ci siamo incontrati quattro anni fa al Premio Tenco, a Sanremo, ed è cominciato un rapporto sempre più intenso e prolifico». Porchia, che è segretario generale della Cgil di Imperia, a Cinisi è arrivato da Sanremo in barca a vela, con altri compagni di Imperia e di Sanremo, sulla prua sventola una bandiera rossa con il volto stilizzato di Peppino: «È il primo circolo culturale mobile intitolato a Peppino e Felicia», sottolinea. Una regata di tre settimane, con tappe in vari porti italiani, a parlare di antimafia, di legalità, di impegno civile: «Ovunque siamo stati accolti bene – racconta –, solo all’arrivo, a Terrasini, l’ostilità era palpabile, talmente palpabile che abbiamo deciso di spostare la barca nel porto di Palermo, dove la bandiera con l’effigie di Peppino ha continuato a sventolare senza che nessuno avesse da ridire».
Il percorso di Daria Massobrio, mantovana 37enne, ingegnere acustico, è diverso: «Peppino l’ho conosciuto ascoltando Centopassi, canzone di Pippo Pollina, poi ho visto il film e successivamente ho deciso di approfondire». Daria è a Cinisi insieme a una ventina di persone provenienti da varie parti d’Italia che, con Pollina, musicista palermitano emigrato in Svizzera nell’85, ha dato vita a Nuovomondo, movimento nato come gruppo di discussione su internet: «Sono felice di essere qui – dice Daria, e le brillano gli occhi –, si respira un’aria che non mi aspettavo; c’è qualcosa di impalpabile che ci accomuna tutti: parli con le persone e ti senti sulla stessa lunghezza d’onda, come se ci conoscessimo da sempre».
Daniele Contardo, invece, di anni ne ha 40, è venuto in bici da Torino, col suo organetto. Anche lui, musicista di strada e militante “NoTav”, Peppino l’ha conosciuto attraverso una canzone, dei Modena City Ramblers, Cento passi. Poi il film e, infine, il viaggio: «Grazie ai Movimenti ci conosciamo tutti».
I Movimenti. A Cinisi c’è stato l’incontro fra i militanti antimafiosi, i NoPonte, i NoTav, i NoDalMolin, i NoGlobal: «All’inizio c’era scetticismo – racconta Marina Montuori – ma dopo tre giorni di confronto risulta chiaro a tutti che mafia e grandi opere, mafia e militarizzazione del territorio sono fenomeni che vanno di pari passo. Inoltre, proprio sulla scia degli insegnamenti di Peppino, ci ritroviamo a operare con basi comuni, cioè con forme organizzative orizzontali e non piramidali. Stiamo pensando a una struttura nazionale di promozione culturale e informazione. Non sarà facile da realizzare, ma bisogna provarci».
Roberta Bussolari ha 39 anni, è avvocata ed esponente di Libera, viene da Anzola nell’Emilia, alle porte di Bologna, dov’è consigliera comunale, indipendente di sinistra: «Ho conosciuto Impastato leggendo Cinque delitti imperfetti di Claudio Fava. Erano i primi anni Novanta. Io sono una “cuorista”, nel senso che devo la mia formazione politica al libro Cuore; dopo le stragi del ’92 ho avuto una sorta di illuminazione, poi c’è stato l’incontro folgorante con il giudice Antonino Caponnetto e ho deciso di venire in Sicilia, in alcuni luoghi simbolo della resistenza antimafiosa come la redazione dei Siciliani, a Catania, e il Centro Impastato, a Palermo. Però è stato il film che mi ha spronata ad approfondire». Nel 2002 il comune di Anzola, che negli anni Novanta ha cominciato a coniugare la Resistenza al nazifascismo alle Nuove Resistenze, ha conferito la cittadinanza onoraria a mamma Felicia: «Per capire quale valore abbia per noi un simile riconoscimento – precisa Roberta –, basti pensare che prima lo avevamo assegnato solo ad Arrigo Boldrini, partigiano e presidente nazionale dell’Anpi».
Umberto Santino, presidente del Centro Impastato, sta coi piedi ben saldi per terra: «C’è una sperequazione fra i partecipanti al corteo e ai concerti e quelli che hanno preso parte ai forum tematici: da un lato migliaia e miglia di presenze, dall’altro alcune centinaia. Se si considera che negli anni scorsi eravamo poche decine, si è fatto un notevole passo in avanti. Però ho dubbi sulla possibilità che si concretizzi il network di radio e giornali di movimento che è stato deciso, dopo i primi giorni mi pare che la tensione sia scemata. L’esperienza di 55 ani di militanza non mi fa essere ottimista». Né si riesce a fargli riconoscere il contributo che il film di Giordana ha dato per diffondere la conoscenza di Peppino: «I cento passi è stato visto da centinaia di migliaia di persone, però ne racconta la storia in termini riduttivi, crea un Peppino iconico diverso dal Peppino reale. Non solo: non stimola la voglia di approfondire altrimenti non capisco perché La mafia in casa mia (il libro-intervista a Felicia Bartolotta Impastato, ndr) abbia venduto solo 7000 copie, 5000 delle quali prima dell’uscita del film».
Infine, Giovanni Impastato: «Emozionato per la grande partecipazione» e «preoccupato per la responsabilità che comporta la gestione di questo patrimonio di presenze, di relazioni, di elaborazione politica e culturale. L’associazione, in questi anni, ha esercitato una presenza importante – sottolinea Giovanni –, ora c’è la necessità di un salto di qualità, di strategie più ampie, insieme con i Movimenti, senza perdere di vista gli insegnamenti di Peppino che mettono al centro dell’azione politica la dignità della persona, la legalità, la Costituzione, la disubbidienza civile, così come ce l’hanno insegnata Martin Luther King, il Mahatma Gandhi e don Milani».