Coerenza

di Giuseppe Tramontana.

A chi legga il Mein Kampf di Hitler la domanda sorge naturale: sapendo come l’autore la pensava sugli ebrei (e su come liquidare la cosiddetta ‘questione ebraica’), scritto lì, bello bello, nero su bianco, come fu possibile permettergli che attuasse i suoi piani malefici? E com’è che gente di ogni tipo, ex post, abbia giustificato la propria inattività/complicità sostenendo che non si poteva sapere, immaginare, credere, ecc. Era tutto scritto, perbacco!! Tuttavia, è chiaro un fatto: di molte cose Hitler può essere accusato, tranne che di essere stato incoerente. La stessa cosa è avvenuta ieri sera, dopo la pronuncia della Cassazione. Tutti sembravano stupiti della condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale. Stupiti perché uno che ha incitato al lavoro nero, che ha cancellato il reato di falso in bilancio, che ha fatto la legge (anzi, le leggi) sullo scudo fiscale, definite da un banchiere “la seconda legge più vergognosa della storia d’Italia dopo le leggi razziali del ‘38”, uno che è stato accusato di altri reati finanziari, concussione, corruzione (ricordate il caso Lentini,  le tangenti alla Guardia di Finanza, la corruzione dei giudici per il lodo Mondadori?), di rapporti con Cosa Nostra e di molte altre cosucce per le quali non è andato in galera solo perché è scattata all’uopo la prescrizione abbreviata, abbreviata da lui medesimo, con leggi ad hoc approvate da parlamenti accondiscendenti e proni, stupiti – dicevo – perché uno con un simile curriculum è stato condannato per evasione fiscale. Ci si sarebbe dovuti stupire del fatto che sia stato condannato solo ora e non un ventennio fa. Ma, nessun problema. E’ tutto consequenziale, in verità. Basta andare a vedere quale sia il Berlusconi-pensiero in materia di evasione fiscale. “Se lo Stato ti chiede più di un terzo di quanto guadagni, c’è una sopraffazione nei tuoi confronti, e allora ti ingegni per trovare sistemi elusivi e addirittura evasivi ma in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità”. In questa frase, pronunciata da Berlusconi – con audace mossa situazionistica, ricorda Vladimiro Giacché, – proprio alla festa della Guardia di Finanza, l’11 novembre 2004, è contenuta buona parte dell’ideologia berlusconiana sul fisco. Un’ideologia, che, come di consueto, è stata amplificata dalla grande potenza mediatica a sua disposizione, ed accettata di fatto anche da buona parte dell’opposi­zione di centro-sinistra (di allora e di adesso), è facile a sintetizzarsi: il fisco è la manifestazione di uno Stato predone, borsaiolo (da qui un altro termine-mantra del populismo: mettere le mani in tasca agli italiani) e onnipotente (“fare macelleria sociale”) e rappresenta un attacco alla libertà della proprietà ed al diritto di godere i frutti del proprio lavoro. Rispetto a questo attacco, il “cittadino” ha diritto di difendersi come può (come farebbe con il ladro): cioè non pagando le tasse. Non solo. A conferma della sua coerenza in materia ( coerente, eh! Vi ricorda qualcuno? Ad esempio quello del Mein Kampf di cui sopra?), Berlusconi ha anche enunciato la quota-limite oltre la quale scatterebbe l’ “oppressione fiscale”, ossia il 33%: il fisco è “equo” quando la “sua richiesta si situa pressappoco intorno a un terzo di ciò che il cittadino guadagna”. Questo lo disse, il 10 settembre 2010, a Yaroslavl, in occasione del Global Policy Forum promosso dal presidente della Federazione Russa Medvedev. Ma non basta. Si sa, lui è un uomo del fare (e contraffare, sostiene qualcuno). Così, il documento governativo di accompagnamento alla “riforma” fiscale tremontiana dell’epoca (in Gazzetta Ufficiale n. 91 del 18 aprile 2003), faceva incarnare  nella concretezza della realtà il Verbo berlusconiano: “Nella nostra visione, il limite naturale, fondamentale e costituzionale dell’imposizio­ne fiscale è rappresentato dal lavoro e dalla proprietà privata, basi fondamentali della libertà della persona e della ricchezza della nazione”. E più avanti: “Se il presupposto del prelievo non è quanto serve allo stato, ma quanto può dare il privato; se non si ha una visione autoritaria dello stato, che può imporre quanto vuole; se insomma si accetta il principio del limite dell’imposizio­ne, costituito dal rispetto del lavoro, della proprietà, e dei frutti che ne derivano, è evidente che la misura della giusta imposta dipende unicamente dal consenso dei cittadini. Da quanto i cittadini sentono giusto di dover pagare allo stato a titolo di imposta sui frutti del loro lavoro e della loro proprietà”. Si tratta, ricorda Giacché, “di affermazioni quasi commoventi: era almeno dai tempi di Kant che l’Uomo, la libera volontà umana, la coscienza dell’individuo non venivano posti così al centro del discorso politico. E va detto che sul punto i Berluscones sono coerenti: basti pensare che, in un recente e impagabile elogio delle società offshore tessuto da Oscar Giannino, l’argomentazione-chiave è rappresentata dal richiamo al fatto che “la libertà prevale, e tra le massime espressioni della libertà vi è appunto quella dell’organizzazione della proprietà, al fine di ridurne i gravami a cominciare da quelli fiscali”: precisamente per questo motivo le società offshore possono dirsi, ad avviso dello stesso Giannino, ‘vero presidio di libertà’”. Se tanto mi da’ tanto. E poi non dite che non potevate immaginare. Infatti, alla fine, è di noi stessi, della nostra dabbenaggine, che dovremmo vergognarci.