Ciro Giorgini, ovvero la passione delle idee

di Giusy Paesano Jackman.

“….accendersi postumi

come una parola”

Arsenij Tarkovskij da “ Nostalghia” di Andrej Tarkovskij.

Ciro mi contatto’ su Fb un giorno di alcuni anni fa. Mi sorpresi che chiedesse amicizia proprio a me, lui che era l’anima di “Fuori orario”, la mente e il fondatore di “Officina” e il cacciatore indefesso e appassionato di ogni invisibilità cinematografica; colui che trovava il perduto,l’intangibile del cinema. Lui che era per me un’istituzione, che per anni aveva curato il Festival di Taormina ma pur avendolo sempre avuto a un passo da me non lo avevo mai conosciuto. Così iniziammo a parlare e inizio’ a visionare i miei album (ne ho molti su Fb) e si soffermo’ su quello intitolato “Amori” dove inserivo un po’ infantilmente i miei film del cuore.

C’erano molte foto di Tarkovskij e in special modo di Sacrificatio, il testamento spirituale di Andrej, il suo addio; foto di set in cui la sofferenza di Tarkovskij balzava viva inesorabile tangibile e la passione per il cinema mai paga e più forte della morte. Ciro commento’ quelle foto e mi scrisse in privato di essere andato un giorno a Firenze e di avere scorto alla moviola in un piccolo cinema di periferia un uomo esile e smunto e quell’ uomo era Andrej che montava e rimontava pezzi non so più se di “Nostalghia” e ho l’ immagine netta di Tarkovskij che guarda Ciro e i due sguardi si incrociano,cinema che guarda altro cinema, corpi-cinema immersi nella sinergia di una visione.

Sapevo abbastanza di Giorgini,della sua inarrestabile passione per Welles (di cui era considerato-e a ragione-il maggiore esperto in Italia) e me lo disse lui stesso ma non ci credeva poi tanto; dicono, mi disse… dicono…

Poi un giorno ci sentimmo al telefono, fu lui a chiamarmi, una domenica di luglio dopo avere parlato di cinema per ore ed ore su Facebook e in particolare di Andrej; io non mangiavo neppure più, presa com’ero da quei racconti. Chiacchieravamo soprattutto di Tarkovskij e non capivo perché un uomo di quella statura (era alto Ciro e non solo moralmente) conversasse proprio con me, lui che di cinema ne aveva masticato davvero tanto e parlammo anche di Roma devastata dall’abusivismo edilizio e da una massiccia mutazione antropologica, una Roma di cui in fondo troppo mi sfuggiva e in cui stentava a riconoscersi lui stesso che a Roma c’ era nato vissuto e aveva militato; mi racconto’ del’68 e della sua giovinezza e delle barricate e che non si era mai laureato e lo immaginai come un giovane militante della nouvelle vague a difesa della Cinemathèque negli anni ruggenti della rivoluzione studentesca; di Roma Ciro conosceva ogni anfratto ma soprattutto ne conosceva i cinema, tutti, come mappatura ideale di un mondo perduto. Mi disse di sapere dell’esistenza di un documentario sulla vita di Tarkovskij e mi promise che lo avrebbe trovato e lo avremmo visto insieme. E se Ciro prometteva che si sarebbe vista una cosa quella cosa si sarebbe certamente vista. Mi disse ”scrivero’ a Šarūnas Bartas, il regista lituano che ne avrà certamente una copia e me lo faro’ mandare”. Così ogni volta che lo sentivo gli chiedevo di Bartas e dell’ ipotetico dvd, poi mi raccontava della sorella di Andrej e mi citava quasi a memoria “Martirologio”. Non sapevo neppure che Ciro stesse male, molto male e un giorno mi disse: ”debbo fare un piccolo intervento, una cosa da niente ed esco l’indomani”. Non sapevo nulla del fardello che stava portando e me lo racconto’ molto dopo ma in quei giorni di sotto alle foto di Andrej scrisse qualcosa di più forte di un semplice commento,una stimmata lasciata come traccia. Per superficialità, per negligenza non chiesi mai né immaginai esattamente cosa stesse accadendo ma sognai tutte le notti – e ad occhi aperti persino – il documentario su Andrej e Andrej insieme a Ciro e noi due legati da non so cosa (dal nulla, dal tutto, dal cinema, che è nulla e tutto) condividere la visione di quella ennesima “cosa mai vista”. Poi un giorno ci incontrammo. Non usciva più Ciro o usciva poco ma quel giorno mi diede appuntamento in centro e venne in vespa e una volta arrivato disse: ”non venivo qui almeno da dieci anni ed è cambiato tutto” – lui che di Roma sapeva ogni cosa – e andammo alla Galleria Colonna – Alberto Sordi e ci sedemmo al bar della Feltrinelli e lui prese un‘orzata che ” pero’ “è meno buona del TUO latte di mandorla”, disse e parlammo di Godard e di Vivre sa vie e parlammo di Welles e di Orson bambino e di Caesar, il suo cane prediletto di cui avevo pubblicato una foto. Così tra Welles e Godard mi racconto’ della sua malattia, me lo racconto’ con distacco e senza enfasi, me lo racconto’ con rispetto e una rabbia contenuta, una rabbia che vidi in fondo agli occhi suoi vivissimi. Poi uscimmo che non era ancora sera, c’era davvero caldo e fuori dalla Galleria mi parlo’ dei cinema che una volta esistevano nei pressi di via del Corso; lui li conosceva tutti: oggi proibiti venduti occupati sprangati. Ciro era memoria vivente delle sale cinematografiche romane e non solo. Ciro era memoria. Di un cinema che non si fa più, di una Roma vagheggiata, violata e saccheggiata, sparita. Poi mi parlo’ di Rossellini dicendomi di non aver visto tutti i film; “mi tengo sempre qualcosa di non visto, non voglio vedere tutto, deve rimanere sempre qualcosa da vedere” e anche questo mi fece ridere perché anch’io l’ho sempre pensata così. Poi mi saluto’ salendo in vespa:”Mi hai dato una grossa dritta – disse -mi hai fatto uscire di casa per venire qui”. Fu un pomeriggio bellissimo di cui lì per lì non mi resi troppo conto, un pomeriggio che oggi rimpiango come un regalo e un ‘epifania. Ciro Giorgini che viene da me beviamo un’ orzata parliamo di Godard i suoi occhi curiosi accesi penetranti lui che non puo’ più quasi camminare vorrei aiutarlo – ma non oso – non so che fare – che dire – e poi inizia il viaggio e lui è pioniere sognatore curioso; curioso degli altri prima che del cinema. Poi un giorno litigammo per un’inezia e da quel giorno non ci parlammo né vedemmo più. O meglio lui non mi parlo’ più. Anche se gli ho chiesto perdono, un perdono che ancora gli chiedo per essere stata così superficiale e maldestra per non aver compreso un dramma e per qualcosa che non avevo commesso Ciro non mi parlo’ più fino a ieri in cui l’ ho rivisto e ho rivisto – appena sveglia e appresa la notizia – il documentario di Andrej, il sogno rimasto appeso e negato non più recato dall’angelo biondo Šarūnas e le molte cose accadute da allora e chissà quanto avrai ancora sofferto quanto ti è stato sottratto negato in questi anni terribili e anch’ io non sono più la stessa e sei riapparso in quella Roma desolata turistica e ludica che ho visitato proprio quel giorno dopo anni di assenza e senza angeli e ti ho rivisto in ogni cinema in ogni angolo e piega e sono andata alla Galleria come in pellegrinaggio ho ripreso l’ ascensore che porta al bar della Feltrinelli e ho preso posto dove lo prendemmo quel pomeriggio raro di luglio e come in un ralenti privo di sonoro ti ho scorto assorto proprio dove ti avevo lasciato.E ho ricordato che quel giorno mi parlasti delle montagne del Trentino, le montagne che recano pace e una quiete vi regna sovrana e imperscrutabile.E quella quiete oggi ti appartiene.E voglio dirti che eri buono e voglio dirti che eri giusto.Che eri un sognatore e i veri sognatori non si arrendono mai e regalano agli altri altri sogni.E a me hai regalato una scheggia che magari un giorno manderai da lassù mi colpirà improvvisa e sapro’ che mi avrai perdonata e avro’finalmente pace.Salutami Andrej e Orson e Roberto e John e Buster;ci avete sempre sorpreso tutti e ancora ci sorprenderete.Ciao Ciro!

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