Chi sono Loro? E chi siamo noi? La vera antimafia

di Saverio Lodato.

Chi sono Loro?
E chi siamo noi?
A noi piacciono i magistrati antimafia quando sono vivi. Quando vengono messi in condizione di svolgere al meglio il loro lavoro. Quando vengono incoraggiati, incitati, sostenuti ad andare avanti. Quando le massime autorità del Paese li indicano ai cittadini come esempio di virtù civica e risorsa alla quale attingere per la costruzione di un’Italia migliore. A noi piacciono i magistrati antimafia quando non vengono percepiti come un fardello fastidioso dal quale tenersi alla larga. O, peggio ancora, quando vengono additati come un male oscuro da ostacolare, intralciare, combattere e infangare.
A loro, invece, piacciono i magistrati antimafia solo quando sono morti. Quando le loro vite sono ridotte a lapidi. Con nome, cognome, date di nascita e di morte, l’ultima stazione della loro disperata via crucis. Perché, a loro, piace poter dire che il magistrato morì coraggiosamente nell’adempimento del suo dovere. A noi, no. È così difficile da capire?
Ma chi sono Loro?

Loro sono quelli che sanno solo far finta di niente. Che sanno girare a meraviglia la testa dall’altra parte. Che non sapranno mai dire evangelicamente: sì, sì, no, no. Che stanno eternamente alla finestra per fiutare da che parte soffia il vento. Che non vogliono ricordare. Che non vogliono ricavare lezioni dal passato e dalla storia di quanto accadde. Che pretendono di narcotizzare gli interrogativi, la volontà di cambiamento, lo sdegno, la rabbia di quei cittadini che non ci stanno. Sono Loro. È di loro che stiamo parlando.
Quelli che sono anche riusciti a far finta di niente di fronte alla manifestazione del 14 novembre a Piazza dei Ss.Apostoli a Roma indetta per esprimere solidarietà a Nino Di Matteo. Quelli che sui loro giornali non hanno scritto una riga con la scusa che l’antimafia è cosa vecchia, è una storiaccia che riguarda la Sicilia, ossessione di pubblici ministeri con la sindrome della star, di colpevolisti senza scrupoli, di avventurieri faziosi che non fanno altro che riscaldare una minestra che agli italiani risulta ormai irrimediabilmente indigesta.
Sono sempre loro. Quelli specializzati in anniversari e cerimonie, parate di Stato e ceste di fiori in memoria dei caduti. Quelli che l’antimafia migliore la vedono ben rappresentata da un’interminabile fila di statue. Quelli che non concepiscono l’idea che l’antimafia non debba essere declinata a futura memoria, perché fin quando la mafia non ricorre all’uso delle armi non è necessario scaldarsi più del necessario. Loro amano vivere senza scosse, in un letargo assistito, incartapecoriti nelle loro certezze senza slanci, confidando nella cupa solidarietà di legioni di indifferenti. Sono sempre Loro.
Quelli per i quali, se proprio la mafia s’ha da combattere, la si combattesse pure, ma guai a volersi mettere in testa di volerla sconfiggere per sempre. Perché se in Italia c’è da un secolo e mezzo, non riescono a capacitarsi che a qualcuno sia venuta la bizzarra idea di collocarla in un museo ora che siamo nel terzo millennio.
Sono Loro. Quelli che simpatizzano con corrotti e collusi, politici pregiudicati, indagati, condannati che siano, affaristi e faccendieri, boss, picciotti, latitanti, colpevoli che magari vengono assolti in un’aula di tribunale, al grido di battaglia: così fan tutti! Perché così e più comodo e rassicurante per quel letargo delle coscienze che semplifica la vita.
E chi siamo noi?
Noi siamo quelli che considerano indegno per l’Italia dovere ancora convivere con la Mafia, con le Mafie. Noi siamo quelli che non accetteranno mai, come fosse una calamità naturale, che la Politica sia diventata un indistinguibile impasto avvelenato di legalità e illegalità, di interessi pubblici e interessi privati, di carriere criminali che prevedono anche parentesi lautamente retribuite nei Palazzi del Potere. Noi siamo quelli che reputano inaccettabile che magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti della finanza, non possano sfilare nei cortei antimafia o prendere la parola sui palchi della democrazia se non vogliono incorrere nelle sanzioni disciplinari, nei trasferimenti, nella inevitabile rappresaglia dei loro corpi di appartenenza.
Loro?
Sono quelli che affermano che dietro migliaia e migliaia di delitti, di stragi, di attentati, non ci furono mai mandanti. Come fosse esistito in Italia un esercito criminale impazzito che non prendeva ordini da nessuno insanguinando l’Italia per decenni. Quelli che ridacchiano sornioni appena sentono parlare del Processo sulla Trattativa Stato-Mafia. Perché, per loro, la trattativa non ci fu, e si offendono al solo pensiero che qualcuno possa pensare il contrario.
Noi?
Noi siamo molto diversi da loro. Siamo convinti che l’Italia sia popolata da Mandanti impuniti, che sino a oggi l’hanno fatta franca. Noi siamo del parere che non sia mai troppo tardi per scoprire e assicurare alla giustizia i Mandanti di stragi che Loro, una volta per tutte, vorrebbero coprire con il sudario della prescrizione.
Noi siamo quelli che non ridacchiano sornioni al solo sentir parlare di Trattativa, se è vero che persino gli americani si rivolsero ai capi mafia di allora prima dello sbarco in Sicilia.
Loro, a noi, ci definiscono irriducibili. Credono, così dicendo, di metterci all’angolo. È vero. Siamo irriducibili. E meno male che c’ è un altro irriducibile che risponde al nome di Salvatore Borsellino, alla guida del suo movimento delle Agende Rosse. Guai a noi se non fossimo irriducibili.
E ci siamo chiesti spesso: a cosa ci saremmo dovuti ridurre, 23 anni dopo le stragi di Capaci e via D’amelio, se non avessimo più neanche un briciolo di dignità per pretendere ancora la verità su quanto accadde? A cosa ci saremmo dovuti ridurre, per non essere gli irriducibili che siamo orgogliosi di essere, se avessimo accettato a capo chino il comportamento di uno Stato che da un lato fa ponti d’oro a un ventennale stragista mafioso di nome Matteo Messina Denaro, mentre dall’altro chiude in una soffocante cappa di vetro quel Nino Di Matteo, altro inguaribile irriducibile, condannato a morte a reti unificate da un ceffo di nome Salvatore Riina?
Sono gli stessi investigatori che danno la caccia a Matteo Messina Denaro a dichiarare che devono fare i conti con le complicità alte che proteggono il Super Latitante.
Loro fanno finta di non sentire queste dichiarazioni. Noi, che siamo gli irriducibili, ci indigniamo. Loro trovano tutto normale. Noi pretendiamo spiegazioni. E da chi le pretendiamo?
Le pretendiamo dagli stessi che, pur trovandosi ai massimi vertici delle istituzioni, non hanno ancora sentito il bisogno di pronunciare una parola buona all’indirizzo di Nino Di Matteo.
Vedete?
Per loro sono storie distinte e separate quella del Latitante e quella del Pubblico ministero.
Per noi, tutto il contrario: sono facce della stessa medaglia, una medaglia chiamata Italia. Un’Italia dove continuano a muoversi a loro agio quelle menti raffinatissime delle quali Giovanni Falcone, prima di finire assassinato, fece in tempo a intuire la inquietante presenza.
Per loro, quelle menti raffinatissime non sono mai esistite.
Per noi, furono proprio quelle menti raffinatissime che con le stragi di Capaci, via D’Amelio, Roma, Firenze e Milano, vollero troncare per sempre la speranza di milioni di italiani che la mafia potesse essere sconfitta per sempre.
È giunto il momento che le massime cariche dello Stato battano un colpo. E dicano, senza reticenze, senza giri di parole, di fronte a milioni di italiani, se stanno con Loro.
O se stanno con noi.

saverio.lodato@virgilio.it

da antimafiaduemila.com – 19 novembre 2015