Chi siamo. Cosa diventiamo.

Giuseppe Tramontana.

Chi siamo – A naso lo sospettavamo tutti, adesso ci sono anche i dati. Le immatricolazioni  e le cattedre delle facoltà (o scuole) umanistiche sono crollate miseramente. Mae West diceva che le donne stanno sedute su un tesoro e non lo sanno. Parafrasando, noi italiani abbiamo la ricchezza sotto gli occhi e la snobbiamo. Perché  è strano che in un Paese che possiede centri come Venezia, Firenze, Roma, Pompei o la Valle dei Templi – solo per citarne alcuni non me ne vogliano gli altri – un ragazzo o una ragazza con una laurea in Tutela dei beni culturali non trovi lavoro, ma così è. L’Italia – ‘che è bella tutta’, come ripetono, sospirando, le signore sui vagoni ferroviari –  dove ogni borgo, villaggio, paese, frazione ha qualcosa da custodire, valorizzare e far ammirare, non sa che farsene di gente laureata in Archeologia, Storia dell’Arte o Letteratura.  Che poi   nella pratica questo grande abbandono si riverberi sull’università è ovvio, ed è figlio dello sconforto e dello scoraggiamento causati dalla crisi, ma anche da un martellamento – che spesso è venuta dall’alto – secondo cui con la “cultura non si mangia”. Come può un paese che possiede più della metà dei beni culturali, artistici, architettonici del mondo non preoccuparsi di coltivare un ceto di persone di altissima competenza capace di valorizzarlo, se non altro, per l’enorme potenziale economico? Non si tratta solo dell’opportunità di formare un esercito di archeologi, di restauratori, di persone all’altezza di gestire musei e l’immenso, quando degradato e depredato, patrimonio librario del paese. Si tratta di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Come è possibile pensare che il patrimonio culturale del paese possa essere preservato se quasi nessuno conosce più i nomi degli architetti, dei pittori, dei letterati, degli scienziati che l’hanno costruito o il pensiero e l’humus culturale all’interno del quale tali capolavori sono sbocciati, finendo col considerarlo solo ingombrante ciarpame? Il disprezzo dell’umanesimo (anche in funzione di stella polare della cultura scientifica!) è la via per il definitivo declino. E tale declino è già iniziato. Con le facoltà umanistiche costrette a vivere la crisi più dura. In 10 anni gli studenti delle “aree umane” sono diminuiti del 26,8%, un abbandono diffuso e capillare, battuto di poco soltanto dalle materie di “area sociale”, dove l’emorragia nel 2013 è stata del 28,7%, nel 2003 gli iscritti erano 135mila, quest’anno soltanto 96mila. Badate bene: aree umanistiche e aree sociali, cioè quelle che concernono il nostro strutturarci come uomini,  individualmente e collettivamente, quelle che ci forniscono il senso del nostro essere e del nostro essere insieme. E’ chiaro cosa stiamo perdendo. Le nostre radici, il senso dell’esistere, l’identità, la storia, il ragionamento. Ci stiamo abituando, come direbbe George Eliot, ad essere infelici. E amorfi, aggiungo. Adesso sono le grandi università americane a dire che così non va, ad appellarsi agli studenti perché riscoprano i saperi classici. A me, già questo, pare uno degli effetti più clamorosi: stiamo perdendo a tal punto la nostra identità ed il senso del nostro stare al mondo che non sappiamo più chi siamo. Ed abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo dica. E ci dica cosa fare.

Cosa diventiamo – Sempre a proposito del calo di iscrizioni alla facoltà umanistiche, credo proprio che si stia avverando la profezia di Fabrizio De André: stiamo diventando dei “bisonti laureati in matematica pura”. O in economia.

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