Chi ha visto i lavoratori dell’Italtel

di Ivano Gregorini.

Davanti al grattacielo Pirelli, sede della Regione Lombardia, la mattina del 5 marzo si sono radunati i lavoratori dell’Italtel per manifestare il loro dissenso per i licenziamenti di massa ordinati dall’azienda. Il sole si rifletteva nelle vetrate del pirellone, facendolo brillare. Dell’immensa voragine lasciata dal cesna di Luigi Fasulo qualche anno fa, quando l’uomo andò ad impattare contro la parte alta della torre con il suo velivolo a motore, non c’è più alcuna traccia. Il grattacielo splende e splende d’acciaio e di vetro verde lucido. Coloro che si sono radunati sotto alla sue vetrate sono armati di soli striscioni, fischietti, bombolette da stadio. Hanno lo sguardo sereno di chi ha fatto colazione, ma non sa cosa metterà in pancia a pranzo. I volti sono stanchi, molti si scambiano saluti, si danno pacche sulle spalle, sorridono. La manifestazione è di poche persone, saranno al massimo un centinaio. A riprenderla ci sono io, altri tre o quattro fotografi più o meno amatoriali e una telecamera senza alcuno stemma per identificare la televisione di appartenenza. Probabilmente si tratta di emittenza locale. Una ragazza sorride continuamente alla provocazione di un amico: “Wè, che hai fatto ieri sera con questa faccia qui?”.

Si scherza, ma i volti si aprono di rado a sorrisi distesi. La gente dell’Italtel, come quella dell’Italia intera, è stufa, si è rotta di continuare a sentirsi ignorata. Dice il ministro Scajola che ogni giorno ci sono decine di manifestazioni sotto la sede del suo Ministero. Se ne fosse mai vista una in televisione. Su un telegiornale ammiraglia di una sola mezz’ora – il TG1 – spesso cinque o sei minuti e anche più sono occupati dall’editoriale salvapremier del Direttore. Masi, quello che secondo quanto si legge sulle colonne del Venerdì di Repubblica risalente al periodo della nomina si faceva imboccare le polpette dallo statista Craxi (Per Francesco: Link all’articolo su Craxi) e che ora difende il proprio ideale successore. Editoriali della televisione che ribattono ad editoriali della carta stampata in un gioco incomprensibile per la popolazione – cittadinanza – e soprattutto per coloro che hanno bisogno di sapere cosa stanno facendo i loro colleghi di fronte ai medesimi problemi di lavoro. I mezzi di informazione stanno lasciando sola la gente e perché non se ne occupano direttamente e perché non la informano come si dovrebbe a riguardo della realtà. La parabola discendente del berlusconismo sta travolgendo tutto a cominciare dal potere forte sul quale il capo ha il maggior ascendente e che può permettersi di controllare direttamente o per mano della sua famiglia oppure per mano dei propri scudieri politici all’interno dell’organigramma della RAI. Stiamo andando alla deriva in direzione americana, la cui democrazia è dominata dalla televisione ed il Presidente vive esclusivamente per parlare, ma non siamo nei fatti uno stato presidenziale. Che significa? In altre parole che il Presidente del Consiglio da noi non dovrebbe contare nulla se non come coordinatore del gabinetto e che se non riesce in questo lavoro ed in quello di far produrre leggi al Parlamento forse farebbe meglio a tacere o a far tacere il suo apparato di comunicazione. Gli strumenti in mano ai politici per fare bene il loro mestiere vengono usati in maniera distorta e conducono ad un abbrutimento delle Istituzioni, ossia degli incanalatori della vita nel paese in argini di legalità e di costituzionalità.

Il golpe alla Pinochet da parte del Sancho Panza de noantri sta dando i suoi frutti. Anche se si vuole informarsi, bisogna avere a disposizione un’informazione incrociata fra giornali, televisione ed internet che richiede un sacco di tempo e che praticamente è a solo appannaggio sei professionisti della notizia. Ho visto scrivere a Giorgio Bocca su “Il venerdì” che ci vuole la lettura di almeno cinque giornali prima di arrivare ad avere una visione più o meno veritiera della realtà italiana. E se poi i giornali sono costruiti sulle agenzie stampa del Premier è anche peggio, che può darsi che quello che ha detto il giorno prima diventi un non detto il giorno dopo oppure un detto in maniera diversa o anche un nonhodettonientenonsonostatoio. Dove viviamo? Il Re nudo banchetta allegramente cingendosi di allori, solo quelli e nemmeno a coprire le proprie vergogne e con le vergogne all’aria ammonisce il Parlamento sostenendo che mai più condannati in lista. Ma la credibilità dove la mettiamo? E’ ancora una parola con del senso politico?

Il Nostro piccona come un Cossiga d’altri tempi il castello delle Istituzioni per delegittimarle e continuare a legittimare il proprio populismo. Se non ci sono Istituzioni cattive non può esserci lui a far finta di salvare la gente dalla perfidia dei magistrati rossi e dai rossi, verdi e bianchi del PD. A proposito, come si chiama il PDL? La PDL? Il PDL? Il popolo delle libertà? Il popolo della libertà? Il popolo sono io e voi non siete un cazzo? Forse non era così che faceva. E intanto che incita la gente alla rivolta contro il Palazzo, Egli – come lo chiama di Pietro – fugge come nel film di Nanni Moretti “Il caimano” su di un auto blu pagata dai contribuenti dal Palazzo di Giustizia con la gente che lancia molotov contro i giudici. La democrazia è in pericolo, ma questa volta il Re picchierà più duro che nell’altro round, quello del Berlusconi II e del Berlusconi III. Già, questa volta si prepara al Colle oppure a lasciare i cocci delle sue malefatte a qualcuno d’altro. Qualcuno di meno democratico di Fini – non avrei mai pensato di dare a Fini del democratico – e di più democratico di lui. Insomma anche il nostro Premier, povero, ci avrà creduto veramente di aggiustare l’Italia, il primo giro di walzer di governo, e ora che si è accorto che non solo non ne è capace, ma che non ne sono capaci nemmeno quelli capaci, i politici ed i tecnici veri, i governi veri – mica i governi delle veline – è disperato perché non può mollare la sella e deve tenere botta fino a che non scoppia, fino a che ce la fa, fino a che regge. Perché se no finiscono i legittimi impedimenti, e bisognerà bene assicurare un futuro a tutti quei rami di famiglia.