A che cosa servira’ la scuola

di Giuseppe Tramontana.

Non vedevo Filippo da più di tre anni. E’ stato un mio ex studente ed ora sta finendo la triennale di Ingegneria. E’ simpatico, Filippo. Simpatico e intelligente. Ha un unico, perdonabilissimo difetto: è milanista. Ma, ripeto, non è un grosso problema. L’ho rivisto casualmente in biblioteca. Io stavo scendendo le scale, libri appena prelevati dagli scaffali in mano, e me lo son visto venire incontro, sorridente. Stava seduto ad un tavolo a studiare, mi aveva intravisto quando ero salito e mi aspettava al varco al momento della mia discesa. E’ stato bello rivederlo. L’ultima volta ci eravamo incontrati ad una sagra. Era stato subito dopo gli esami di Stato (ex maturità). Lui faceva il cameriere ed io ero andato con la famiglia ad assaggiare dei magnifici bigoli al torchio. Una squisitezza. Quando era venuto al mio tavolo, armato di sorriso e vassoio, mi aveva lasciato un biglietto con una data: 3 settembre 1982. Capii al volo. Strappai un fogliettino e scrissi: omicidio Dalla Chiesa. E sotto aggiunsi, a mia volta: 17 maggio 1972. Lui prese il biglietto, lesse e scrisse: omicidio Calabresi. Poi, contrattaccò: 22 novembre 1963. Ed io: assassinio di Kennedy. E di nuovo io: 4 giugno 1944. Lui, pronto: liberazione di Roma. Fece una pausa. Si allontanò per tornare subito dopo. Ne approfittati per spiegare a mia moglie quello strano gioco (e lei accolse le mie parole con un sorriso tra il divertito e l’accondiscendente). Filippo riattaccò. Altro biglietto e altra data: 10 marzo 1948. Questa era tosta. Riflettei: Assassinio di Placido Rizzotto. Lessi la delusione sul suo volto: sperava di farmela. Allora mollai una sventola: 21 aprile 1967. Sorrise: era facile: colpo di stato in Grecia. Mi ero illuso, in effetti. “11 luglio 1982”, fece lui. “Vittoria ai mondiali di Spagna: che domande mi fai, Filippo?” Andammo avanti ancora un po’ con le date, sotto gli occhi divertiti di mia moglie e dei bambini. Poi decisi il colpo del ko: 4 gennaio 1947… Rimase di sasso… Non lo sapeva… Attimi di suspence, poi si arrese. “Omicidio di Accursio Miraglia, il sindaco di Sciacca!”, proclamai. “Già… quello della cooperativa Madre terra e del meglio morire in piedi che vivere in ginocchio…”. Esatto, lui. Rievocando quel duello a colpi di date, in piedi davanti all’uscio della biblioteca, ci siamo fatti quattro risate, ma ancora una volta Filippo è riuscito a sorprendermi: “Lei non ci crederà,” mi ha rivelato con il suo tono pacato “ma per me è un motivo di orgoglio essere arrivato, in storia, fino a Berlusconi…” Ha detto proprio così: motivo d’orgoglio. Detto, soprattutto, da un futuro ingegnere. Confesso che ne sono rimasto colpito e felice. Tanto più che ormai mi pare di essere circondato da ogni parte da gente che ha una visione (quando ce l’ha) vacua e vaga della storia. Mi imbatto in molti ragazzi, soprattutto i più giovani (ma non necessariamente), per i quali la storia è lontana, un passato inservibile. Ma non è tutto. Per questi figli della nutella e degli smartphone, la storia, il passato, è oltre che incomprensibile (e vago, appunto) anche astruso. Costoro, secondo una concezione già messa in evidenza da Nietzsche, osservano la storia dall’alto. E la osservano con i propri mezzi e strumenti. Per loro, nella loro banale superficialità consumistica, le lotte, le rivoluzioni, le persecuzioni, non hanno senso. Non hanno senso le ideologie (che loro non hanno), non ha senso una rivoluzione per la giustizia sociale o economica (che a loro non importa). E non capiscono le complessità dei problemi (che loro risolverebbero sempre con una mail o una cliccata su wikipedia). Ad una mia classe – una terza – ho rivelato che a Padova c’è una delle più importanti (se non la più importante) scuole al mondo per lo studio della miniatura medievale. Mi hanno guardato con compassione, quasi. Loro non sanno cos’è una miniatura e se glielo spieghi non ne capiscono l’importanza. D’altra parte, non capiscono nemmeno l’importanza dei romanzi o della poesia, della critica letteraria o della filosofia o dell’arte, di un pensiero complesso o di un sentimento incendiario… Loro giudicano tutto – ecco il Nietzsche della ‘storia critica’ – con il loro corto metro, fornendo letture banali e banalizzanti e soluzioni infantili. “Pellegrini del nulla” mi verrebbe da chiamarli, con Gramsci, ma è più corretto definirli “culi di pietra del vuoto”. Noi parliamo di dignità, partecipazione, solidarietà. Parliamo di questo a gente che è piagnucola per strappare un mezzo voto più alto. Una volta, dopo un’interrogazione su Kant, dissi alla classe: “adesso vi comunico il voto che darò ufficialmente a ciascuno e quello informalmente quello che, secondo me, meriterebbe davvero. Il primo è più alto perché Kant è difficile e vorrei valorizzare anche l’impegno, ma, in realtà, in base ai miei standard, il voto che vi darei è un altro, il secondo, quello più basso. ” Volevo vedere la loro reazione. Volevo soprattutto valutare se avessero compreso davvero la morale kantiana. Cosa successe? Che solo si sentì punto sul vivo: “no, prof.,” sbottò “se non lo merito, non lo voglio: è una questione di dignità!” Gli altri, zitti zitti, a capo chino, tacquero. E accettarono. E noi parliamo a costoro di dignità ed etica! E lì ho capito cosa intendono dire i sociologi quando parlano dell’era berlusconiana come di quella che ha prodotto negli italiani l’abbassamento della soglia della dignità. Oppure parliamo di partecipazione a gente che, in occasione di scioperi, va ai giardini pubblici o non legge nemmeno il giornalino della scuola. Così come parliamo di solidarietà a gente cresciuta con l’idea di arrivare primi ad ogni costo e con l’altra, non meno aberrante, che farsi le scarpe l’un l’altro è cosa normale e che chi lo mette in atto per primo è il più furbo (e vincente). Come quello studente che, dopo un’interrogazione, andata peraltro abbastanza bene, saputo il voto, alzò la mano per denunciare che al compagno (d’interrogazione, ma anche di banco) avevo messo un voto troppo alto.  Cioè, non mi ha chiesto di alzare il proprio voto, ma di abbassare quello del compagno! Altro che solidarietà! In una mia terza (quindi i più giovani e meno sgrezzati, culturalmente parlando) c’è stata gente che quasi ha festeggiato quando ha saputo dei poveri cristi morti a Lampedusa, ad ottobre! Per costoro, le uniche materie, forse, meritevoli di attenzione sono la fisica o la matematica. Paradossalmente, le materie con il più alto numero di insufficienze e recuperi falliti. E tale attenzione è dovuta al paffuto che vengono viste (o gliele fanno vedere) come le uniche spendibili nella pratica, sorta di apripista di un possibile lavoro futuro. Lavoro che non c’è. Tagliati i ponti delle materie umanistiche (storia dell’arte, in primis), tutti si accalcano alla porta delle materie scientifiche. Ma, si sa, le porte sono strette o, comunque, non abbastanza larghe da permettere l’ingresso a tutti. Ma torniamo alla storia. L’incontro con Filippo mi ha fatto riflettere, dicevo. Ho iniziato a sondare. L’avevo fatto anche qualche anno fa, in un’altra scuola rispetto a quello nella quale insegno adesso. Erano venute fuori delle chicche meravigliose. Tipo che il muro di Berlino fosse caduto nel 1889 o che la bomba alla stazione di Bologna fosse stata piazzata dalle Brigate Rosse.

Qualche anno fa, un’inchiesta dell’istituto di ricerca Eta Meta Research, pubblicato di Repubblica, metteva il dito nella piaga. Era il 2006 ed il campione coinvolto era rappresentato da più di 300 studenti delle scuole superiori di secondo grado. Quasi tutti sapevano cosa avesse fatto Muzio Scevola o quali fossero state le vicissitudini dell’impero romano. Moltissimi conoscevano i protagonisti delle crociate e la politica del Barbarossa. E tanti se la cavano abbastanza bene con date e personaggi: almeno alla Grande Guerra. Poi cominciavano i problemi: e per ricordare come è morto il magistrato Giovanni Falcone o quello che è successo in Somalia alla giornalista Ilaria Alpi i ragazzi italiani facevano riferimento alle fiction viste in tv. E spesso si confondevano e sbagliavano.  Il 29 per cento degli intervistati ammetteva di avere una conoscenza scarsa o quantomeno superficiale (27 per cento) del periodo compreso tra gli anni Trenta e il Duemila, mentre solo l’otto per cento parlava di informazioni approfondite circa gli avvenimenti del ventesimo secolo. Il 33% – ricordo – rispondeva alla domanda “Dove fu ucciso Giovanni Falcone?” con “davanti alla casa di sua madre”, confondendolo con Paolo Borsellino. Il nove per cento dei ragazzi riteneva che fosse morto nella strage di Ustica, mentre ad aver risposto correttamente, ricordandosi di Capaci, era il 30 per cento di loro. Un’altra domanda che aveva messo in difficoltà gli studenti riguardava l’agguato mafioso di Via carini, costata la vita al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla moglie ed un agente di scorta. e a sua moglie. Secondo uno studente su tre Dalla Chiesa era stato assassinato dai nazisti alle Fosse Ardeatine! Il 24 per cento sosteneva fosse stato vittima di un attentato orchestrato dalle Brigate Rosse (tornano sempre utili!) e il 21 per cento lo riteneva morto durante un bombardamento in Somalia. E a proposito di Somalia, nel caso della vicenda Alpi – Hrovatin solo il 23 per cento degli studenti rispondeva correttamente, dicendo che la giornalista e l’operatore del Tg3 sono stati uccisi nel 1994 a Mogadiscio; mentre il 34 per cento associava l’avvenimento al conflitto nella ex-Jugoslavia o all’Afghanistan (26 per cento). Non andava meglio per gli eroi legati alla seconda guerra mondiale: il carabiniere Salvo D’Acquisto, morto nell’attentato contro Falcone (lo diceva il 20 per cento dei ragazzi), o – naturalmente – per mano delle Brigate Rosse (12 per cento) o addirittura ucciso dalla banda della Uno Bianca (33 per cento). E in questo caso, come in quello di Giorgio Perlasca, neppure le fiction erano servite a granché.

Oggi forse, alcuni risultati sarebbero diversi. Ad esempio, in positivo, credo che siano molti di più i ragazzi che sappiano di Falcone o Borsellino (e persino di Peppino Impastato, grazie, in quest’ultimo caso, al film e alla canzone dei Modena City Ramblers). Ma dubito che sia aumentato il numero di quanti sanno di Salvo D’Acquisto, di Dalla Chiesa o di Ilaria Alpi. Anzi. Nella mia famigerata terza – quella del mancano brindisi dopo Lampedusa – solo uno su 27 sapeva chi fosse Eugenio Curiel, l’uomo a cui è intitolato il liceo che frequentano e quando hanno saputo che era comunista, sono inorriditi. In una mia quinta, invece, solo un paio avevano sentito parlare di Erich Priebke e delle Fosse Ardeatine. Sorvoliamo poi su Fanfani, Gorbaciov, Moro o Berlinguer. Recentemente, quest’ultimo, in particolare, era ignoto a quasi tutti i miei studenti. Non ne sapevano nulla. E non solo della sua biografia, del suo pensiero politico o del fatto che fosse morto nella loro città, ma persino dell’esatta dizione del nome: molti (maschi) lo confondevano con Berlingheri, un calciatore del Cesena. Nessuno l’ha collegato a Bianca, volto noto del TG3 (e figlia di Enrico): d’altra parte, se non si guarda nessun TG, come si fa a conoscerne le conduttrici? E poi vanno in tilt per un nonnulla. Vanno in tilt se devono leggere due pagine di critica storica, vanno in tilt se c’è da analizzare un testo, vanno in tilt davanti ad un documento, vanno in tilt davanti alla ricerca di connessioni o agli approfondimenti, vanno in tilt se c’è da spiegare, se c’è da analizzare, se c’è da incuriosirsi, da capire, da valutare, da giudicare, da capire. Vanno in tilt per un nome. Ed è questa la cosa che mi fa impazzire. E’ incredibile come gente di diciotto-diciannove anni, abituata a pronunciare quotidianamente e correttamente parole come Ibrahimovic, Kuzmanovic, wireless, twerking o Woodbridge trovi difficoltà con nomi come Pavelic, Globocnik, Trotzky o Mustafà Kemal. Anche Rubik, quello del famoso cubo, è per loro un nome impronunciabile!

Complici l’idiosincrasia degli studenti verso gli approfondimenti, la pigrizia nostra (degli insegnanti) nell’aggiornarci e nel proporre (stimolanti) letture e percorsi e i tagli agli orari dell’insegnamento di storia, nonché la programmata eliminazione o decurtazione di storia dell’arte e filosofia il rischio concreto è che Tangentopoli venga ricordata solo come un intrigante gioco da tavolo e la Primavera di Praga come un invitate hotel di lusso ceco. Si sta riuscendo in un’impresa che nemmeno i nazisti nei vari paesi occupati o, in Italia, 50 anni di dominio Dc sono riusciti a conseguire: consegnare i ragazzi – per natura ribelli – alle grinfie del potere e del servilismo. E ci stanno riuscendo senza l’apparente uso della violenza, senza costrizioni visibili, senza autoritarismi d’alcun genere. Ma solo con la forza dell’integrazione. Culturale e sociale. E’ bastato poco, infondo. La sparizione del latino dalle sezioni delle cosiddette ‘scienze applicate’ al liceo scientifico, la cancellazione di storia dell’arte negli istituti professionali e tecnici, una piallata alle ore di storia nel triennio e ora anche il progetto di tagliare di un anno la presenza della filosofia nei licei. La strada è ormai in discesa: meglio cento bocche che consumano che una testa che pensa, direbbe qualcuno. E non mi sentirei di dargli torto. Benché non condivida l’idea dell’esistenza di un progetto consapevole dietro queste trasformazioni. In fondo, penso che un progetto del genere, pur nella sua evidente nocività, rivela una sua mefistofelica, utopica grandezza. No, penso che le cose siano molto più banali e meschine. E’ di meschinità che stiamo morendo, non di grandeur. E’ meschina l’ideologia che collega voto e successo, è ingannevole e paternalisticamente asservente la relazione forzosa tra scuola e mondo del lavoro, è sgradevolmente superficiale il far passare il sapere tecnologico e scientifico come l’unico sapere. Tutto ciò ha portato al nuovo mantra meritocratico: la meritocrazia è l’anticamera di ogni ambizione e successo e quindi la conoscenza è qualcosa di pratico, monetizzabile e acritico. Un sapere tecnico-scientifico – tendenzialmente – da “cervelli parziali”, direbbe Andrea Camilleri. Che non deve chiedersi il perché delle cose, cercando magari di cambiarle, ma solo accettare e condividere. E l’unica libertà sarà la libertà di scegliere davanti a quale playstation morire.  E tutto ciò altro non è che l’applicazione in salsa neoliberista del darwinistmo sociale. Là dove, in passato, non hanno potuto manganellate e autoritarismi, adesso può la paura della mancanza di lavoro, il nuovo mantra. E, di fronte a questa disfatta socio-antropologica, anch’io, come Jean Guéhenno, mentre studio per le lezioni da tenere e preparo i miei studenti agli esami, non riesco a non pensare che, probabilmente, sto contribuendo a plasmare uomini e donne che la mancanza di carattere, l’eccesso di ambizione, la voglia di sistemarsi presto, bene e subito, il poco senso della dignità personale, renderanno “i nuovi sofisti al servizio dell’autorità costituita, ignobili servi di chi è più forte di loro, chiunque sia.”