Charlie Hebdo, quando la libertà attira l’odio

di Michele Sasso.

Venerato in Francia, orgogliosamente libertario, politicamente scorretto e irriverente per l’Islam più fondamentalista. È il profilo del settimanale satirico Charlie Hebdo, il giornale vittima del massacro di Parigi.

La satira, lo spirito caustico e irriverente come cifra stilistica, come lente per tradurre la politica, la religione, il mondo, la società. Le vignette crudeli sparate in prima pagina. La voglia di ridere e far sorridere (amaramente) sulle idiosincrasie dell’universo ebraico, le fissazioni della chiesa cattolica e del Vaticano, e soprattutto le intolleranze del mondo islamico. E allora quale bersaglio migliore se non il profeta Maometto. Ma la difesa delle libertà individuali, civili e collettive, la difesa ad ogni costo del diritto alla libertà d’espressione è costato carissimo alla redazione di Charlie Hebdo.Nel 2012 dopo le minacce per la pubblicazione delle vignette ispirate al film-scandalo “L’Innocenza dei musulmani” che all’epoca stava infiammando il mondo islamico, il direttore Stephane Charbonnier disse: «Siamo un Paese laico, all’avanguardia nelle libertà d’espressione e non dobbiamo cedere alla minoranza che ci prende in ostaggio. I fondamentalisti islamici sono solo una minoranza, che però riesce a far parlare di sé con il ricorso alla violenza».QUARANT’ANNI CONTRO CORRENTE

Un settimanale politicamente scorretto, Charlie Hebdo, bollato più volte come razzista, al limite dell’antisemitismo e del trash, ma che suscita da sempre forti reazioni con le sue provocazioni, sfuggendo ad ogni paragone.

Assalito da processi, minacciato, e anche preso di mira da un attentato incendiario, è da quarant’anni contro corrente. Il giornale uscì in edicola per la prima volta nel 1970, ispirato a Charlie Brown e sulle ceneri di “Hara Kiri Hebdo”, censurato dopo la clamorosa prima pagina il giorno dopo la morte del generale Charles De Gaulle: «Ballo tragico a Colombey, un morto».

Il settimanale ha avuto un successo straordinario per qualche anno, fin quando le cause in tribunale non gli rendono la vita impossibile. Abbandonato da molti lettori, chiude nel 1981 dopo 580 numeri. Ricompare nelle edicole undici anni dopo con ispirazione libertaria e populista, e più volte si scontra con le gerarchie religiose, non soltanto quella musulmana.

Il suo obiettivo è il “politicamente scorretto” ad ogni costo, con un linguaggio più pesante che allusivo e vignette-scandalo.

A luglio 2012 la testata festeggia con un numero straordinario i 20 anni dalla sua rinascita nel 1992. «Ad ogni anno che passa – si leggeva nella quarta di copertina di quel numero – Charlie si stupisce di essere ancora vivo». Tra i designer più iconici Luz, Willem, Sattouf. E poi redattori: Gérard Biard, Marine Chanel, Jean Yves Camus, Pelous Patrick Bernard Maris.

Le prime caricature di Maometto risalgono al febbraio 2006. Alla fine del 2011, la redazione viene completamente distrutta da un incendio doloso con una bomba molotov dopo la pubblicazione di uno speciale intitolato “Sharia Hebdo” e il sito del giornale oscurato.

Ancora nel settembre del 2012, la sede viene blindata dalla polizia dopo le minacce per la pubblicazione di vignette ispirate al film anti-islam “L’Innocenza dei musulmani” che infiammò il mondo islamico.

Anche in quella occasione Charlie Hebdo non si è piegato, uscendo in edicola con le vignette di Maometto e suscitando le critiche del governo di Parigi che prese le distanze dal giornale.

Nella redazione presidiata dai camioncini della polizia, nel ventesimo arrondissement, uno dei più multietnici della capitale, si respirava rabbia e amarezza per la reazione del governo socialista di Francois Hollande che pur difendendo la libertà d’espressione, aveva criticato l’uscita di quelle vignette.

«Siamo costernati dal fatto che il premier Ayrault e il ministro degli Esteri Laurent Fabius disapprovino la nostra iniziativa» spiegavano il direttore Stephane Charbonnier (detto Charb) e il responsabile della redazione internazionale Gerard Biard: «Siamo un Paese laico, all’avanguardia nelle libertà d’espressione e ci aspettavamo un altro tipo di sostegno».

«Non dobbiamo cedere alla minoranza che ci prende in ostaggio», spiegava Charb in jeans, occhiali da vista e maglietta a righe: «I fondamentalisti islamici sono solo una minoranza, che però riesce a far parlare di sé con il ricorso alla violenza, mentre gran parte dei musulmani se ne infischia delle nostre vignette».

Il settimanale ha continuato ad ironizzare su tutti, prendendo di mira il Papa e Maometto, con l’unica arma dell’umorismo.

IL DIRETTORE CONTRO TUTTI
Per Charbonnier fare marcia indietro, smorzare le proprie idee e la linea del suo giornale non era neanche immaginabile. Un tradimento della propria vocazione di giornalista e disegnatore satirico.

«Se domani rinunciassimo a disegnare Maometto – spiegava – gli integralisti griderebbero vittoria e si spingerebbero ancora più in là, magari impedendoci di disegnare altre cose e così via… se cediamo, alla fine ci sarà soltanto una pagina bianca».

Stéphane Charbonnier, detto Charb, aveva lavorato per numerosi giornali, dal 2009 era passato alla guida di Charlie Hebdo, dopo la partenza di Philippe Val. I suoi disegni erano per lo più simbolici come il cane e gatto anti-capitalista Mauritius e Patapon, caratterizzati per il loro spirito corrosivo e irriverenza.

La sua testardaggine e quella di Charlie Hebdo (che contava venti progettisti e quasi 30 editor e giornalisti regolari o occasionali), ha scatenato la reazione dei fondamentalisti islamici che hanno ucciso barbaramente Charb oltre che i disegnatori Cabu, Wolinski e Tignous.

Questo l’editoriale intitolato in francese “Rire, bordel de dieu”, dell’ottobre del 2012, quando Charb, scrisse la propria di idea di libertà, per ridere di qualsiasi cosa.

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ingobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecca il culo agli integralisti, e muori.
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.
Non c’è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli.

Da L’Espresso 7 gennaio 2015