Cerco studenti. Veri

di Giuseppe Tramontana.

Non so cosa mi stia prendendo: mi sento demotivato. In quanto insegnante, dico. E’ grave, a ben pensarci, considerato che l’apertura del nuovo anno scolastico è imminente. Sarà colpa degli infiniti collegi a scuola, sarà colpa della poca chiarezza a livello ministeriale, sarà che comincio ad avvertire i primi sintomi della crisi di “lesa identità” che solitamente – dicono – attanaglia gli insegnanti nei primi 10 anni di servizio, prima comunque che ci facciano il callo e se ne freghino di tutto e tutti, stipendi da fame e genitori petulanti compresi. Insomma, sarà colpa di tutto questo, ma la lancetta degli stimoli si avvicina pericolosamente allo zero. Come direbbe la buonanima: che fare? Vorrei procedere in un modo diverso rispetto a come solitamente il fior fior degli educatori, pedagogisti, psicologi e teste d’uovo varie affronta i temi dell’educazione. Vorrei, invece,   concentrarmi sugli studenti. Solitamente – è notorio – sono i professori a fare la differenza, come i top players in una squadra di calcio: questo a detta degli studenti e delle loro famiglie, almeno. Anche se, è risaputo anche questo, una squadra di soli top players non è scontato vinca… Quindi, che succede? Succede che – a molti, non a tutti – che ci si iscriva a quel liceo o si chieda di andare in quella sezione o in quella classe perché si è sentito parlare bene degli insegnanti o perché se ne vogliono evitare di peggiori. Ma perché è migliore o peggiore? Su questo non c’è accordo. L’insegnante è sempre quello che, se pretende, pretende troppo. Ma se pretende troppo poco non va bene: è un incapace, uno scansafatiche. Se pretende troppo, invece, è meglio scappare. E i voti? Troppo bassi, troppo alti, troppo giusti, troppo omogenei, troppo disomogenei, troppo discrezionali, poco discrezionali, si fa condizionare, non si fa condizionare da nulla (cioè non guarda in faccia nessuno, anche quando qualche eccezione andrebbe presa in considerazione). E ancora. E’ – senza arrivare ai casi estremi – sensibile al fascino delle ragazze o dei ragazzi, fa preferenze, non ascolta, ascolta troppo (è un credulone e si beve tutto), è umorale, è troppo amicone, è troppo algido, non si aggiorna (o si aggiorna troppo e poi scarica le nuove conoscenze sugli studenti), bada troppo ai progetti e poco alla didattica, pensa solo a stare in classe e non va mai in gita (pardon: viaggio di istruzione), è sempre in giro e non insegna nulla, dice sempre le stesse cose, cambia idea di continuo… Ma non è tutto. L’insegnante deve essere anche (e soprattutto) un motivatore. Alla fin fine, che insegni cose corrette, fondate, giuste o sbagliate non pare essere troppo importante. L’importante è che stimoli i ragazzi, che insomma si faccia seguire (come direbbe Karl Kraus: non ha nulla da dire, ma lo dice benissimo). E si vorrebbe che in classe fosse non un professore, un docente, ma uno showman e un allenatore, un incrocio tra Fiorello e David Copperfield, l’illusionista, da un lato, e José Mourinho e Gino Strada, dall’altro. Che racconti la storia o la letteratura come Spielberg o George Lucas, le scienze o la fisica come Superquark, la storia dell’arte come Philippe Daverio. Che faccia vedere slide, filmati, film, faccia ascoltate canzoni, discorsi e accompagni i ragazzi a mostre, manifestazioni, incontri, viaggi di istruzione, uscite fuori porta. Ovviamente senza trascurare programmi e didattica ché poi c’è l’esame e bisogna aver fatto tutto e bene. Tanto tempo fa, al liceo, ebbi come insegnante supplente di lettere un tipo alquanto strano. Era sulla trentina – e , quindi, all’epoca, per noi, vecchissimo – barbetta, occhialetti rotondi. Veniva a scuola sempre con un giaccone verde militare e la “Repubblica” sotto il braccio. Era bravissimo. Spiegava divinamente. E mentre spiegava collegava – non so come facesse – Dante a De André, Neruda ad Ettore Majorana. Sapeva praticamente tutto di letteratura italiana e non solo. Spesso ricordava e declamava Ariosto, Tasso, Manzoni, ma anche autori meno conosciuti come Attilio Bertocchi, Rocco Scotellaro, Biagio Marin, Sandro Penna, Delio Tessa e persino Ruzzante o Bartolo Cattafi. Ci fece scoprire Anna Achmatova, Marina Cvaetava, Federico Garcia Lorca, Kerouac, Gide, Camus e molti altri. Era straordinario. Ma con un limite. Ad un certo punto della lezione, gettava uno sguardo all’orologio che portava al polso e, se era passata mezz’ora dall’inizio della lezione, si fermava – anche nel bel mezzo di una frase – e senza dire né bà né ma, apriva il giornale e si metteva a leggere, lasciandoci lì, con la frase a mezz’aria, esterrefatti. Lo faceva sempre ed almeno e prime volte ci lasciò sbigottiti, a guardarci l’un l’altro senza trovare una spiegazione. Perché lo faceva? Alla fine, dopo la terza o quarta volta, prendemmo il coraggio a due mani e gli chiedemmo:

“Professore, ma perché si ferma a metà? Perché fa solo mezz’ora di lezione?”

E lui candidamente ci rispose:

“Ragazzi, per i soldi che mi danno è anche troppo.”

Insomma, attuava una sorta di autoriduzione lavorativa.

Ecco, io adesso non vorrei giustificare un simile atteggiamento, ma vorrei far notare che, forse, considerando anche il nostro stipendio, da noi insegnanti si pretende un po’ troppo. Senza contare l’insistenza per portare le cattedre a 24 ore (e quindi il farci passare implicitamente per dei fannulloni) ed i continui attacchi – da parte di tutti: cosa che non ci si permette con nessun lavoratore, dall’operaio al dentista – alla nostra professionalità. Ma non sono qui per difendere i docenti. Vorrei invece spostare il focus sugli studenti. Perché se il rapporto è a due (docenti-studenti, appunto), non è pensabile che si parli solo dei primi e (quasi) mai dei secondi. O se ne parli solo in casi isolati ed eccezionali come quello di Saluzzo.

Dunque, vorrei anch’io, come già Annamaria Testa, in un simpatico articolo apparso a luglio su Internazionale, cercare degli studenti, studenti degni di questo nome, intendo. Giacché è facile addossare le colpe agli insegnanti che non ‘trascinano’, ma avete mai provato ad entrare in una classe smorta, senza un minimo di brio, accasciata su se stessa, perennemente sbuffante o, peggio, per nulla reattiva, una collezione di mummie viventi esposte dietro ai banchi? No? Provateci allora e mi saprete dire. Provate a stare due, tre ore a spiegare matematica o storia dell’arte ad un gruppo di persone dagli sguardi vuoti, perennemente sonnecchiante, che già in partenza non DEVE – per partito preso, perché così si è fighi, altrimenti si è marchiati a vita come secchioni o sfigati – interessarsi a quello che state raccontando. E provate a moltiplicare questa frustrazione per tutte le ore e tutti i santi giorni di un intero anno scolastico. Senza riuscire a incuriosirli e non perché non sia interessante o non sappiate trasmetterlo, ma perché loro hanno alzato un muro. Gente spesso che – pur tradendo in certi momenti una buona dose di intelligenza – non fa altro che occuparsi di minchiate, del fantacalcio o di youtube, dei giochini per cellulari o di scommesse telematiche. Alcuni colleghi mi raccontano che nel corso della cena di fine anno con le quinte, di solito, tra maschi, si finiva a parlare di ragazze/donne (magari passando per il calcio). E’ stato così fino a due-tre anni fa. L’anno scorso la virata. Si vaneggiava e sdottoreggiava solo di cellulari, giochi elettronici e smarthphone. E i miei colleghi lì, al margine, ad ascoltare, annichiliti. “Era passato un anno – mi ha detto uno – ma sembrava una vita.” Ed era stato così per tutto l’anno, in buona sostanza. Gente individualista, ossessionata dai voti (anche, paradossalmente dai voti degli altri: si espongono solo per far presente che il voto del compagno è troppo alto e quindi non congruo!!), passiva, poco incline al confronto, gioiosamente superficiale, per nulla curiosa della cultura e del mondo (di quello reale, almeno) che la circonda. Bravi ragazzi, per lo più. Che magari non fuma, non sballa, non beve, non ha dubbie frequentazioni, ma che è perennemente invischiata nei luoghi comuni, in un sottile ragnatela di perbenistica, sospettosa intolleranza per tutto ciò che c’è di diverso, non allineato o familiare. E allora, visto questo stato di cose, lo dico pure io, novello Diogene: “Cerco studenti”. Studenti veri, intendo, non solo frequentanti di aule scolastiche.

In questi anni ho avuto da fare con studenti di tutti i generi: tipi brillanti, bravi ragazzi, timidoni e vulcanoidi, prestigiatori del bigliettino-nella-manica, gente geniale e palesemente torda, ragazzi determinati, gente dalla roboante banalità saccente. Insomma, un mondo bello e vario. Però negli ultimi tempi stanno succedendo cose meno interessanti. I ragazzi sono spenti, assuefatti, oppressi. Forse a causa dell’incertezza del futuro. Forse perché anche famiglie e mondo sono abbastanza piatti. O forse a causa di tutte le sciocchezze propinate da internet, tivvù e compagnia bella. Per loro, la grande paura è il libro, il Moloch. Quello da leggere. Se ci pensate è alquanto strano. La scuola dovrebbe essere il luogo dei libri. In cui questi antiquarti strumenti la fanno da padrone. Eppure loro, gli studenti, li odiano. Come se un chirurgo odiasse il bisturi o un avvocato il codice penale. Vorrebbero slide di tutto, video di tutto, filmetti su tutto. E appunti (già preconfezionati) di tutto. E, soprattutto, che, nelle spiegazioni, l’insegnante si limitasse a quello che c’è nei manuali: non una parola in più, sennò sai che vomito!? E noi lì a spiegare che lo studio (latino: studium, studio, ricerca, ama anche applicazione, cura, diligenza, impegno, amore, passione, entusiasmo, zelo) è un lavoro creativo, che non si tratta solo di mandare a memoria delle nozioni, che si tratta di mettere insieme appunti e manuale, bla bla bla… Insomma, imbandiamo una bella tavolata per degli inguaribili inappetenti!

Ora, vai a spiegare che non si tratta di imparare a macchinetta e snocciolare a manetta. Che per la lettura di mezza pagina in più non è mai morto nessuno. Che quel libro o quella poesia è importante perché è bello o bella e non perché ti fa prendere un voto più alto… Spesso parliamo di idee. Di interpretazioni. Di valori, se volete. Ma anche di fatti, d’accordo. Che bisogna sapere, certo, ma poi bisogna saper maturare delle idee proprie. Non è il catechismo. La cultura è desiderio. Desiderio di conoscere, desiderio di vita, di speranza, di amore. Come fa notare Jean-François Lyotard, desiderio deriva dal latino de-sidera, senza stelle. Allora la cultura diventa l’insieme delle coordinate, la bussola, se volte, per poter navigare senza stelle, nel silenzio del cielo. E la scuola è il luogo precipuo dove si fa cultura, dove si approntano gli strumenti per la navigazione. Ma navigare è sempre un desiderio aperto ad un viaggio ed a un approdo, ad un altro e ad un altrove, come la vita, l’amore, la passione e la vocazione, la felicità e la ricerca di senso. E’ desiderio di trasformarsi e di trasformare il mondo. Una cultura che non ti invoglia a porti delle domande – su di te e sul mondo – non è cultura: è l’Isola dei Famosi o il Grande Fratello. Si tratta di cambiare il mondo e si parte solitamente da qui. Chi non lo capisce, potrà diventare un ottimo medico o un eccellente ingegnere, ma resterà un praticone, un “cervello parziale”, per dirla con Camilleri: non diventerà mai un protagonista del suo destino ed, in senso alto, del suo lavoro.

Ora, vorrei respirare aria nuova anche tra i banchi. Vorrei che i miei studenti smettessero di essere vittima della mediocrità e del vuoto mentale che ha caratterizzato buona parte di questi ultimi anni. Vorrei che la smettessero con l’ideologia del fare per fare, del voto per il voto, del tornaconto e della piattezza. Non voglio più gente vacua, che continua a metter il bavaglio alla propria coscienza (chi se ne frega del mondo, della realtà, della Siria o del TAV!?), salvo che per rivendicare voti sempre più alti a fronte di uno studio sempre più elementare e pappagallesco (insomma, vincere facile).   Quest’anno mi piacerebbe tornare ad avere studenti capaci di fare domande sorprendenti. Studenti curiosi. Attenti. Passionali. Generosi nel cercare e spietati nel criticare. Che avessero, sul proprio futuro, un progetto un po’ più grande della sufficienza in un’interrogazione. Che sapessero guardare più in alto di uno scaffale del supermercato e più lontano di uno schermo dello smarthphone. Che sapessero farmi sorridere con domande inconsuete, strambe, originali, impertinenti, ma sempre frutto di una riflessione. Che sapessero interagire tra loro e si mettessero in gioco. Che sapessero commuoversi davanti al filmato sui morti di Reggio Emilia ed indignarsi per la fine di Placido Rizzotto, che capissero i sacrifici dei loro padri e nonni e l’ignominia di un Pinochet, che apprezzassero la libertà di cui dispongono e che la facessero diventare moneta corrente in ogni luogo da loro frequentato, dal collettivo alla parrocchia. Che avessero la capacità e la voglia di incazzarsi davanti ad un’ingiustizia e la volontà ed il coraggio di alzare la voce per denunciarla. Che sapessero far tesoro di ciò che apprendono in classe per realizzarlo fuori, nel mondo. Che, infine, sapessero di avere una coscienza morale e la tenessero costantemente sveglia, nutrendola in continuazione, giacché un uomo senza coscienza morale – o con una coscienza ottusa – è un uomo che non vive e non muore, che ignora la responsabilità personale, che non conosce il riso, il pianto e il dubbio, il desiderio e la libertà, che, non conoscendo le proprie fragilità, non può dominarle e che in fondo non ama se non appropriandosi e possedendo in modo compulsivo ogni cosa, anche gli altri, sterilizzandoli e inaridendoli. E’, più che un uomo, l’ingranaggio di un sistema manipolabile a piacimento, governato dall’individualismo tornacontistico e dalla più cupa grettezza, pronto ad accettare compromessi ed ingiustizie senza battere ciglio purché ne guadagni qualcosa, un bel voto, il favore di un potente, un posto al ministero: è da qui che inizia l’infezione della corruzione morale. Si è già predisposti, l’esposizione “all’occasione che fa l’uomo ladro” tirerà fuori, al momento opportuno, lo Schettino o la Minetti che si porta dentro. Vorrei allora che i miei studenti capissero che è dalla scuola che inizia la lotta per riabilitare e risollevare la dignità, umana e civile, troppe volte affossata e calpestata negli ultimi anni. Che capissero che il pensiero è un grande dono e un’apparente ovvietà, ma è anche doloroso, fragile, faticoso, non scontato. Che comprendessero che la scuola è un luogo protetto, ma, essendo una palestra di vita, è anche pericoloso come tutte le palestre. Che non facessero quindi della lettura di un libro la fine del mondo. E che, perché no?, imparassero finalmente a prendere bene gli appunti.

Ragazzi, se ci siete, fatevi vivi: al Liceo Curiel di Padova c’è posto.