A Canicattì, in settembre. Per Antonio Saetta e Rosario Livatino, uomini.

di Giuseppe Tramontana.

                                                                               “…poi che la vita è un male, e son moleste,

                                                                                  dopo la prima giovinezza, l’ore:

                                                                                     ma chi soldato fra i soldati muore,

                                                                                     resta giovane sempre sulla terra:…”

                                                                                              (U. Saba, Congedo)

C’è, in Sicilia, una strada particolare. E’ la statale 640 che collega Porto Empedocle a Caltanissetta, spaccando in due il cuore fertile, puntellato di vigneti, delicatamente ondulato, dell’Isola. E’ una lingua d’asfalto color grigio slavato. Sale, sale, si inerpica fino a confluire nella E932 e da qui nella A19. Il tutto per arrivare nella Capitale, Palermo, svirgolando vari paesi, grossi e piccoli, tra i quali Canicattì. Ed è proprio Canicattì, Agrigento, il fulcro della nostra storia. E’ proprio qui che bisogna andare per scoprire la particolarità di questa strada siciliana, altrimenti anonima filìnia nel viluppo della ragnatela stradale isolana.

Molte lacrime sono state versate su questo nastro di bitume, molte lacrime e molto sangue. Incidenti. Si sa, come in ogni angolo d’Italia. Ed anche  il suo ciglio è trapuntato di colonnine in memoria di vittime della strada, fiori freschi o rinsecchiti, angioletti e lumini, qualche fotografia di giovane sorridente, un nastro bianco cullato dal vento sciroccoso. Ce ne sono tanti, lungo quella strada, di questi ‘ad memorabilia’. Così è. Così gli uomini credono di poter lenire il dolore. E nutrire il vuoto onnivoro che lascia chi muore.

Eppure, questa statale ha un record del tutto singolare. E’ l’unica strada in cui sono stati uccisi, a qualche chilometro di distanza, ben due magistrati, Antonino Saetta e Rosario Livatino.  Il primo, tra l’altro, caduto insieme al figlio  Stefano.

Rosario Livatino venne ucciso il 21 settembre 1990, ventitre anni fa. Abitava a Canicattì. Era figlio unico, cattolico praticante. Ma soprattutto onesto. Avrebbe compiuto 38 anni il successivo 3 ottobre.  Si recava in Tribunale, ad Agrigento, quel giorno.  Sul viadotto Gasena, la sua Ford Fiesta amaranto venne affiancata da quella di un commando mafioso. Livatino venne ferito ad una spalla, scesa dall’auto e tentò di fuggire lungo la scarpata. Uno dei  killer, Gaetano Puzzangaro di Palma di Montechiaro, conosciuto col soprannome di ‘A musca’, lo inseguì e lo finì. Gli ultimi quattro  colpi glieli sparò in faccia. Pare che, mentre stava a terra, guardando il killer diritto negli occhi gli abbia chiesto: “Ma cosa ti ho fatto?”

E’ un omicidio emblematico, quello di Livatino. Un giovane uomo di nemmeno 38 anni, sprezzantemente definito dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga “giudice ragazzino”. E’ una fine emblematica come tutte le tragedie che condensano in pochi atti, in poche scene, le vicissitudini, le aporie, le magmaticità della storia. Della storia dell’Italia contemporanea, nel caso specifico. Ci troviamo davanti ad un giudice, senza scorta, che viene  inseguito, braccato come una preda da caccia e crivellato. Solo, inerme, ferito, con negli occhi la sagoma di un carnefice ad  oscurargli il sole.  Così si muore in Italia. Così si muore in Sicilia. Non ci vollero piani sofisticati o  strategie altisonanti, nessuna auto da far saltare in aria, nessun viadotto da minare, zero scorte da colpire. No. Tutto più semplice. Per uccidere un giudice onesto e incorruttibile, per soffocare la giustizia.

Ben presto si venne a sapere tutto dell’agguato, dei colpi sparati, della ferita alla spalla, dell’inseguimento e persino delle ultime parole. E si venne a sapere grazie ad un supertestimone. Fu, infatti, un rappresentante di commercio settentrionale, Pietro Ivano Nava, che, come in Una storia semplice di Leonardo Sciascia, assistette casualmente all’agguato. Ma, a differenza del personaggio sciasciano, Nava non decise che non era affar suo, ma afferrò il cellulare della sua auto e chiamò il 113. E fu ancora grazie alla sua testimonianza che gli inquirenti diedero un volto ai componenti del commando assassino.  Vennero subito arrestati Domenico Pace e Paolo Amico, palmesi, fuggiti in Germania poche ore dopo l’agguato. E ancora: Giovanni Avarello, di Canicattì, i palmesi Giuseppe Croce Benvenuto e Gaetano Puzzangaro. I mandanti del delitto furono individuati in  Salvatore Calafato, di Palma, e Salvatore Parla e Giuseppe Montanti, di Canicattì, i quali obbedirono ad un ordine impartito dal carcere di San Vito da Antonio Gallea, zio di Avarello e capo della stidda di Canicattì. Accanto al corpo di Livatino venne rinvenuta un’agenda in cui spiccava la sigla STD. Una sigla che per mesi fece scervellare gli inquirenti. Che significava? Alla fine fu un docente universitario, Giovanni Tranchina, a risolvere il giallo. Quella sigla sta per Sub Tutela Dei, sotto la tutela di Dio, e si trova vergata in tutte le agende di Livatino. Sono le invocazioni con le quali, in età medievale, si impetrava la divina assistenza nell’adempimento di determinati  pubblici uffici.

Ma, alla data del 1990,  quello di Livatino non era  il primo omicidio commesso su quella strada. Qualche chilometro più su, in contrada Giulfo, verso Caltanissetta – anzi, in pieno territorio nisseno –  giusto un paio d’anni prima  erano stati assassinati  il giudice Antonino Saetta e il figlio Stefano, che l’accompagnava.

Naturalmente il bersaglio era il padre. Il figlio condivise per caso la stessa sorte del genitore.

Ora, spesso si parla di ‘giudici’ usando questo termine al posto di ‘magistrati’, senza  differenziare tra pubblici ministeri e giudici giudicanti. In Italia, ed in Sicilia in particolare, a cadere sono stati quasi sempre i pubblici ministeri, cioè gli uomini che indagavano, gli inquirenti, quelli che incalzavano e incalzano i boss, i latitanti, quelli che li accusano e li trascinano alla sbarra, Bruno Caccia e  Giangiacomo Ciaccio Montalto, Mario Amato e Rocco Chinnici, Vittorio Occorsio e Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Scopelliti, Francesco Coco ed Emilio Alessandrini. Saetta, viceversa, non era uno di questi. Sessantaseienne canicattinese, riservatissimo (molti in città non sapevano neanche che fosse giudice), schivo, integerrimo, competente e preparato, era il Presidente della Corte d’Appello di Palermo, cioè era un magistrato giudicante. Il primo – e, finora  unico –  ucciso dalla mafia.

La sera del 25 settembre 1988, a bordo della sua Lancia Prisma, lasciò la sua casa di Via Vittorio Emanuele a Canicattì. Con lui c’era il figlio Stefano, trentacinquenne. Il giorno prima aveva partecipato al battesimo del nipotino Giovanni, secondogenito della figlia Gabriella. La Lancia Prisma si immise sulla SS640. Avevano attraversato il ‘ponte obliquo’, famoso tra gli abitanti della cittadina. A mano manca la chiesetta della Madonna dell’Aiuto, davanti alla quale la gente si fa il segno della croce chiedendo protezione per il viaggio.  Il cielo era coperto di nuvole leggere, alte, in balia di un venticello di frontiera che le frastagliava e raggrumava a velare la luna piena. Il lucore notturno si specchiava sinistramente sui tendoni delle serre, facendo guizzare di argento vaporoso i pampini delle viti, modellando strane figure scure tra i campi. L’auto viaggiava veloce. Nel giro di poco meno di due ore sarebbero stati a Palermo. Probabilmente i due nell’abitacolo parlavano della festa del giorno prima, di dove mettere il quadro appena prelevato dall’appartamento di Via Vittorio Emanuele…. All’altezza di una curva, un’auto di grossa cilindrata, sbucata chissà da dove, ma evidentemente in attesa, a fari spenti, all’imbocco di una delle tante trazzère laterali, affiancò la Lancia. Spararono, colpendo la fiancata. L’auto di Saetta sbandò, tagliò di traverso l’altra carreggiata e si fermò sul ciglio della strada. I killer non persero tempo, scattarono giù prima che le vittime potessero dire o fare alcunché e li crivellarono di colpi. Erano le 22,40.  E i due copri rimasero lì per tutta la notte. Solo l’indomani un passante trovò la macchina, vide lo scempio e si prese la briga di chiamare i carabinieri. I corpi erano riversi nell’abitacolo,  Stefano abbracciato al padre, come per proteggerlo. Lungo la strada furono rinvenuti 47 bossoli di calibro 9, ma a giudicare dai fori sulla lamiera e sul quadro trasportato nel bagagliaio, i colpi sparati dovevano essere almeno il doppio, il triplo.

Perché? Perché la mafia decise di far fuori un magistrato così schivo, così lontano dalle luci della ribalta, dalle cronache, un magistrato che emetteva sentenze corrette, ponderate. Beh, proprio per questo – si potrebbe dire: emetteva sentenze giuste. Ed era incorruttibile. Ormai è chiaro che quell’omicidio fu il frutto della collaborazione tra la mafia nissena e quella palermitana. Era stato il capomafia di Canicattì, Peppe De Caro, poi ucciso, a farsi garante nei confronti della cupola dell’esecuzione del delitto.

Ecco, Saetta era un giudice, un servitore dello Stato, come sul dirsi, esemplare. Competente, lucido, distaccato, onesto e integerrimo. E questo, a Cosa Nostra non andava bene. In particolare un paio di sentenze non andarono giù  alle cosche palermitane.

La prima fu quella  che chiuse il processo d’appello per l’omicidio di Rocco Chinnici. Era il 29 luglio 1983. Come ogni mattina, il Consigliere Istruttore Chinnici uscì di casa e salì sull’auto che era venuto a prenderlo. A bordo, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, la scorta del magistrato. Il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi, in piedi davanti al portone osservava distratto. Forse fumando una sigaretta. Appena il giudice salì, un boato. Una 127 parcheggiata lì vicino esplose. Palermo come Beirut. Chinnici, gli uomini della scorta ed anche il povero portiere vennero dilaniati, altre 17 persone ferite. Il processo che ne seguì vide alla sbarra i due – incensurati, fino ad allora –  fratelli Greco, Michele, detto ‘il papa’, e Salvatore, detto ‘il senatore’, e ancora Vincenzo Rabito e Luigi Scarpisi. A carico di questi ultimi un ambiguo personaggio libanese, Bon Chebel Ghassan, mosse l’accusa di aver procurato le armi per l’attentato. La sentenza, com’è ovvio, venne impugnata. In sede di appello, a Palermo,  la Corte, presieduta da saetta, fece una cosa straordinaria. Anziché diminuire le pene, come era prassi pressoché normale, confermò gli ergastoli per i fratelli Greco e addirittura aumentò da 15 a 22 gli anni di galera a carico di Rabito e Scarpisi: per loro era scattata anche l’aggravante della procurata strage.

Successivamente, la sentenza d’appello venne annullata dalla Cassazione e rinviata davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Messina, ma Cosa Nostra ormai aveva capito dove stava il nemico: a Palermo. E qual era il suo nome:  Antonino Saetta.

Ma non finisce qui.

Il 4 maggio, a Monreale è la festa del Santissimo Crocifisso, una festa patronale, molto sentita e partecipata dai monrealesi. Nel 1980 in città risiedeva anche un giovane capitano dei carabinieri, Emanuele Basile. Basile era tarantino, avrebbe compito 31 anni il successivo 2 luglio e da tre anni comandava con piglio sicuro la locale stazione dell’Arma. Aveva ereditato il lavoro del colonnello Russo e, soprattutto, di Boris Giuliano, ucciso poco meno di un anno prima, il 21 luglio 1979. La sera della festa uscì, insieme alla moglie e con in braccio la figlia di 4 anni, Barbara, dalla sede del municipio, dove si era tenuto un ricevimento. Stavano andando a vedere i fuochi artificiali, che alla piccola piacevano tanto. Poi, tutti a nanna, in caserma. Ma, in caserma Emanuele Basile non ci arrivò mai. E Barbarella, per quell’anno, non vide i fuochi. Un killer li raggiunse mentre percorrevano Via Pietro Novelli e sparò addosso al capitano sei colpi di pistola.

Per quel delitto finirono in carcere Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio, Armando Bonanno.  Giovanni Brusca, l’autista del commando, sarebbe stato arrestato anni dopo. I mandanti, i soliti Riina e Michele Greco. Anche in questo caso la sentenza di primo grado venne impugnata. La prima volta la Corte d’Assise d’Appello (non presieduta da Saetta) emise un’ordinanza con la quale si disponeva una perizia sulla terra trovata nelle scarpe, praticamente rinunciava all’incarico. La seconda volta, la stessa Corte (anche questa volta non presieduta da Saetta) assolse i tre imputati con l’incredibile motivazione che ‘c’erano troppe prove’.   La terza volta era andata meglio: la Corte li aveva condannati, ma la Cassazione (erano i tempi del benemerito Corrado Carnevale) ne annullò la sentenza “per un errore di data nel decreto per l’estrazione dei giudici popolari”. Fu dunque dopo questo rosario di verdetti favorevoli che il caso capitò tra le mani di Saetta. E il 23 giugno 1988 ci fu la condanna. Sorprendente per la mafia. E che ci fossero state pressioni ed intimidazioni  è cosa pacifica, se solo si pensa che allorché la stessa sentenza venne annullata dalla Cassazione e la Corte d’Assise di Palermo dovette rioccuparsi del processo, il giudice che sostituì Saetta, Antonio Scaduto,  denunciò alla Commissione Antimafia  “una velata , ma pesante intimidazione”. Insomma, Cosa Nostra ci teneva a quel processo. Sentiva che quello poteva rappresentare l’inizio di una perdita di terreno nei confronti dello lo Stato.

Ma oltre alla vendetta, c’era, con tutta probabilità, anche la precauzione. Ci si voleva liberare, del giudice che avrebbe potuto occuparsi dell’appello per il maxiprocesso (chiuso, in primo grado, nel dicembre ’87). Insomma ci si voleva preparare il terreno e, perché no?, intimidire gli altri magistrati giudicanti.

Invece, la sentenza definitiva della Cassazione per il duplice omicidio Saetta giunse il 14 novembre 1992.   Ma nel frattempo qualcosa era cambiato e qualcuno non c’era più. Anche tra gli assassini. Di Armando Bonanno si persero le tracce, probabilmente vittima della lupara bianca;  Vincenzo Puccio venne ucciso a colpi di bistecchiera in testa in una cella dell’Ucciardone il 9 maggio 1989.

Per quella carneficina vennero condannati, con sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Palermo dell’8 gennaio 2003,  Totò Riina, Francesco Madonia e Pietro Ribisi.

Oggi, sui luoghi dei due delitti sorgono altrettanti monumenti commemorativi. Il primo, dedicato a Rosario Livatino, si trova all’uscita di Agrigento, in contrada Gasena, appunto. E’ ben visibile da entrambi i lati della SS640,  di notte si dovrebbe illuminare.  E’ formato da una larga base marmorea, sulla quale è collocata una sezione di piramide al centro della quale si innalzano, verticalmente, cinque lastre di marmo: uguali per lunghezza tanto le due esterne, le più basse, che le due intermedie, le mediane. Al centro la più alta e sopra di essa una croce. Il tutto circondato da fiori, lumini. E poi, d’attorno, un piccolo prato verdissimo che contrasta con il giallo arso della piana e due cespugli sempreverdi, ben curati, tondeggianti. Al centro della base una lapide ricorda: “A Rosario Livatino, Magistrato. Martire per la Giustizia. 21.9.1990”. In suo onore è stata costituita, per la volontà tenace della sua ex insegnante di latino e greco, la prof.ssa Ida Abate, l’ “Associazione degli amici del giudice Livatino”. Ma non solo. Al IV Congresso Ecclesiale Nazionale, tenutosi a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006, Livatino fu il testimonial della Regione Sicilia. E’ stato avviato anche un processo di beatificazione. A lui sono dedicati scuole, vie, organizzazioni, associazioni, centri studi, premi internazionali. Da Palermo a Roma, da  Quartu Sant’Elena a Bari, da Cosenza a Reggio Emilia.

Il monumento dedicato ad Antonino Saetta si trova più in là, verso Caltanissetta, in contrada Giulfo. Anche in questo caso, sul luogo del delitto.  Si tratta di un basamento in marmo, su cui è posto un’altra basa quadrangolare con al centro una colonna volutamente spezzata. Alla base della colonna la scritta “Al giudice Saetta e al figlio. 25.9.1988”. E’ tutto. Spoglio, disadorno, il marmo è ingiallito, in punti spaccato, mancante in un angolo. Non solo. Trovandosi in prossimità di una curva pericolosa,  è difficilmente visibile. Ma non basta. Anche per raggiungerlo occorre percorrere circa quattro-cinquecento metri tra  il seccume dell’erba arsa e il terreno incolto.  Ecco, a parte un gruppo su facebook dedicato a lui ed a Livatino, ed altrettante vie a intitolategli a Palermo, Agrigento e Roma, non risulta null’altro. Sembra quasi dimenticato. Nessuno sembra  volerlo ricordare, ricordare il suo rigore, la sua onestà, quella cosa che – ne sono convinto- rappresenta l’unico salvagente per un’Italia, quella  attuale, annaspante tra i marosi: il senso del dovere. Una figura alta, fastidiosa? O è la nostra memoria corta? Una memoria che si nutre solo di faville emotive come per un giovane magistrato morto, ma è incapace di valorizzare razionalmente la figura di un uomo maturo, esperto e schivo. E dire che quelli di Saetta furono gli unici funerali a cui partecipò, accanto al Presidente della Repubblica, ai ministri Vassalli e Mattarella, al Presidente dell’ARS Lauricella, il CSM al completo. Non era mai accaduto prima. Non sarebbe accaduto mai più. Neanche dopo le stragi del 1992.

Foto di Lidia Mallia.