CAMORRA. Scacco ai baby boss di Napoli

di Giovanni Tizian.

Hanno dai venti ai trent’anni. Appoggiati dalle loro donne. Vivono di traffici di droga e amano la bella vita. I giovani camorristi del clan Sibillo-Giuliano continuano a spadroneggiare per il centro città. Si riforniscono di cocaina dalla ‘ndrangheta e hanno veri e propri arsenali. Ma gli investigatori non li mollano.

«I due kalashnikov a 5 mila euro…i due Uzi grandi 4 mila euro…e sono 9.000 …quei 357 piccolini sono 2.000 euro…comunque( in tutto) 30.000 euro. Ma questo non è niente… Zucculell… Sasà ha visto i trolley… ha perfino quel mitra che si mette con la ruota… lo hai mai visto nei film… mi credi.. le armi che ho visto che tiene Massimo non l’ho vista mai da nessuna parte».

Parlano così i baby boss del centro di Napoli. Quelli della “Paranza dei bimbi” , che hanno preso in ostaggio il cuore storico della città. Sono ventenni e trentenni . Senza freni. Pronti a tutto. Vivono di Gomorra e Scarface. Di droga e serate in discoteca fino all’alba. Guadagnano e spendono. Si mostrano armati nelle foto, si tatutano santi e calciatori. Per loro, il potere si esaurisce in questi gesti ostentati. Nulla a che vedere con la vecchia guardia che ha creato un impero da proteggere da polizia e magistratura. Questi ragazzi non si fanno scrupoli a farsi notare.

Dopo la retata delle scorsa estate che ha portato in carcere i capi clan, giovanissimi, le indagini coordinate dalla procura antimafia di Napoli sono proseguite e sono arrivati altri arresti. Una ventina eseguiti dalla squadra Mobile per associazione finalizzata al traffico di droga. Promossa, diretta e organizzata dai fratelli Sibillo, Emanuele (ucciso in un agguato di camorra il 2 luglio scorso) e Pasquale: esponenti apicali del nuovo cartello di camorra che si è ormai imposto – dopo la vittoria nella guerra ingaggiata contro il federato clan Mazzarella-Del Prete – nel territorio di Forcella, della Maddalena, di via Tribunali.

Le paranze che sfidano Napoli

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L’operazione è la terza fase dell’inchiesta che punta ad azzerare i fermenti criminali nel centro cittadino. Effervescenza che ha portato a parecchi omicidi e numerose “stese”: colpi di pistola in aria e minacciosi cortei di moto per le strade dei quartieri. Gli investigatori hanno ricostruito l’associazione camorristica scoprendo una totale sottomissione degli imprenditori e commercianti della zona» e «la gestione monopolistica dei traffici di stupefacenti attraverso il sistematico rifornimento delle numerose piazze di spaccio presenti nei quartieri».

Un mercato florido, conquistato con la forza delle armi contro i clan rivali. La compagine criminale è nata dalla «convergenza di giovanissimi esponenti delle famiglie Amirante, Brunetti e Sibillo, a cui poi si sono uniti esponenti di rilievo della famiglia Giuliano, tutti accomunati dall’ambizioso progetto, pienamente riuscito, grazie anche all’appoggio esterno garantito dal clan Rinaldi a partire dal maggio del 2013, di estromettere il clan Mazzarella-Del Prete dalla gestione degli affari illeciti nel comprensorio territoriale in questione».

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La genesi della paranza dei bimbi è costellata di omicidi, agguati, violenze. Le numerose conversazioni intercettate all’interno dell’abitazione dei fratelli Giuliano(eredi della dinastia di Lovigino Giuliano, sovrano del quartiere negli anni ’80), hanno permesso di riprendere in diretta le attività di acquisto, preparazione, confezionamento e distribuzione di stupefacenti del nuovo cartello di camorra.

Nel clan ognuno ha un ruolo definito. Ci sono i promotori e organizzatori con ruoli di comando; ci sono i partecipanti, comuni affiliati, con compiti di appoggio logistico; poi, nei gradini più in basso della gerarchia, i ragazzi che devono preparare le dosi; infine, i fornitori e, soprattutto, gli acquirenti all’ingrosso, vale a dire quelle persone che, «nella qualità di gestori delle singole piazze, hanno instaurato stabili e duraturi rapporti di approvvigionamento con il sodalizio al fine di acquistare le sostanze necessarie per le cessioni al dettaglio».

I capi, secondo gli inquirenti, sono Salvatore Cedola e Pasquale Sibillo. La principale fonte di approvvigionamento della droga è rappresentata dal narcotrafficante Francesco Frenna, originario del quartiere Sanità. Grazie ai suoi contatti, anche con la ‘ndrangheta calabrese, il cartello di camorra si è assicurato notevoli quantità di cocaina da smerciare in città.

Tra i fornitori di Frenna è emersa la figura di Massimo Gallo, esponente di spicco della criminalità organizzata del Parco Verde di Caivano. È lo stesso Massimo di cui parlano gli indagati quando raccontano dell’arsenale da guerra in suo possesso. Già, perché Gallo, a detta dei baby camorristi, ha una disponibilità enorme di fucili e pistole. Ha persino uno di quei mitragliatori che si vedono solo nei film di guerra.

«Bravo… tanto per te 27.000 euro sono una pisciata per terra» dice uno dei capi, Gennaro Improta, al fornitore di cocaina di fiducia, Frenna. Quasi 30 mila euro, un debito da niente per il narco napoletano. In effetti, per il volume d’affari che muove il gruppo sono pochi spiccioli. Un clan che grazie a Frenna compra direttamente dai mafiosi calabresi, leader nel settore della coca.

Il prezzo pagato per un chilo di polvere bianca nella piana di Gioia Tauro, dicono gli intercettati, si aggira attorno ai 42 mila euro. Che non è un prezzo proprio bassissimo, ma la qualità è ottima e in Campania si può rivendere con ampi margini di guadagno.

A trentanni Gennaro Improta ricopre un ruolo di vertice. Parla da capo, «Lui vuole portare la pace» e per questo spiega a Frenna, l’uomo della droga, come funzionano certe cose all’interno della famiglia: «Francesco sai che cosa gli dissi io ad Emanuele?… quando parlai di Peppuzzo… quando dicesti il fatto della pizza fritta… dopo il giuramento?… noi stiamo facendo una gara a mangiare e tu fai parte della loro famiglia… io sono un ragazzo di pace voglio portare la pace.».

Improta utilizza il termine giuramento. Questo fa supporre ai magistrarti l’esistenza di un patto. Una sorta di rito ufficiale per l’entrata nel clan. Tra chi ha giurato fedeltà eterna ci sono le donne dei baby boss. In questo filone il ruolo delle camorriste è descritto in un paragrafo dell’ordinanza di custodia cautelare.

Veronica Raia, Antonella Battista, Anna D’Avolio. Sono loro le ragazze della paranza. Loro assistono l’organizzazione. C’è chi spedisce i messaggi, chi maneggia droga, chi si occupa del rifornimento delle piazze. In ogni caso tutte e tre condividono in pieno le scelte criminali dei compagni. Li assecondano. Come Antonella, pronta a «calare il paniere» dal balcone della sua casa nei vicoli per consegnare le dosi richieste. «Conta bene i soldi», è l’avvertimento del marito al citofono.

Da L’Espresso.it – 17 maggio 2016