Camilleri: “Ma quale vecchiaia? Sogno e continuo a non essere saggio”

intervista a Andrea Camilleri di Simonetta Fiori.

L’autore italiano più tradotto si racconta per il suo novantesimo compleanno: “Ancora un Montalbano lo scriverò. Non posso abbandonarlo così”.

Appuntamento nel pomeriggio a casa di Andrea Camilleri. La strada è stata transennata: tra poco in via Asiago comincerà uno spettacolo per i suoi novant’anni (compiuti il 6 settembre). La folla comincia a raccogliersi, c’è anche il matto che crede di essere il giovane Montalbano. Lui, il festeggiato, sembra incredulo e rassegnato. “Mia moglie Rosetta mi ha confessato poco fa che si vergogna. Allora le ho proposto: e se ce andassimo a passeggiare invia Trionfale?”. Camilleri entra lentamente nel salone, vede solo ombre e gesti, non più volti.

Non le piace essere festeggiato?

«Mi chiedo perché avvenga tutto questo. E poi mi viene un po’ da ridere. Pensi che mi consideravo uno scrittore di nicchia. Forse il successo è arrivato perché non l’ho mai cercato».

Qual è il lato più bello della vecchiaia?

«Non mi ci sento, vecchio. È vero, le gambe cedono e non ci vedo più. Poi c’è la testa, che è un’altra cosa: la concatenazione dei pensieri, il ragionamento complesso. Certo ci metto un po’ più di tempo ma non è ancora vecchiaia ».

Forse perché la fama è arrivata a settant’anni.

«A ottanta mi consideravo ancora giovane. Però in questi anni una trasformazione è avvenuta. Mi sento più libero, ma non rispetto a convenzioni esterne: non ho mai avuto timori particolari. È un senso di libertà rispetto al condizionamento stesso della vita. Mi sento interiormente più libero».

Cosa vuol dire?

«Più distaccato dalla materialità delle cose. Se perdo un libro a cui tengo, non mi amareggio come un tempo. E allora acquista importanza l’aspetto impalpabile della vita, i sentimenti, le emozioni. Sì, la vecchiaia – se proprio vuole chiamarla così – ti fa sentire di più».

Un cambiamento forse maturato anche con l’abbassamento della vista.

«La vista se n’è proprio andata, e per un lettore come me è una brutta cosa. Così il tempo che dedicavo alla lettura oggi è dedicato ad altro, ma non al pensiero di me: già la scrittura è una riflessione su se stessi, e un’insistenza sull’io mi verrebbe a noia».

È diventato più saggio?

«No, la saggezza mentale non l’ho mai avuta e continuo a non averla. Ho conquistato il buon senso. Mentre prima avevo posizioni radicali – e non parlo della politica – oggi capisco meglio le ragioni degli altri, anche se non le condivido».

E il rapporto con il tempo? Più si invecchia più si recuperano memorie antiche.

«Sciascia la chiamava la presbiopia della memoria. Io mi ci abbandono completamente: i momenti terribili della guerra, i morti, i bombardamenti diventano il piccolo rigagnolo della tua vita».

Oggi si assiste a immagini terribili, quasi apocalittiche, legate all’esodo dei migranti.

«Sono immagini diverse, ancora più terribili. La sensazione che provo è una sorta di rimorso: lasciare in eredità questa tragedia alle generazioni future e non aver fatto abbastanza. Con l’aggravante che tutto questo era prevedibile. Un tempo c’era la deriva dei continenti che trasformò la faccia della terra. Oggi assistiamo alla deriva dei popoli, che scappano dalle guerre e dalla miseria. E noi abbiamo il dovere di accoglierli, senza distinzioni».

Lei prima ha citato Sciascia. “Leonà” e “Camillè”: tra voi c’era stima reciproca e anche cordialità, ma non vera amicizia.

«Eravamo amici ma senza intimità. A un amico si fa una confidenza, con lui non mi è mai capitato. Ma non so spiegarle il perché».

Quando ebbe tra le mani “La strage dimenticata” le suggerì di togliere un po’ di siciliano.

«Sì, mi disse che c’era il rischio che non mi capissero. “Leonà solo così riesco a scrivere. Vorrà dire che sarò uno scrittore da cento lettori”».

E invece ha venduto milioni di libri salvaguardando la qualità letteraria. Lei come spiega il fenomeno Camilleri?

«Non me lo spiego. Potrei capirlo se ci fosse da parte una tensione verso il lettore. Invece non c’è. Io scrivo perché mi piace raccontare ad altri una storia. Ma non finalizzo la scrittura all’ascolto. Soprattutto il mio “vigatese” qualche scoglio lo pone».

E allora?

«Si tratterà di un virus! Mi piacerebbe se un sociologo me lo spiegasse. Non capisco neppure la forza di Montalbano. Dove è la sua potenza? Non si tratta di trama: ci sono giallisti molto più bravi di me. È proprio lui, il personaggio, una sorta di carrarmato di sfondamento».

È vero che sua moglie dopo sei libri dedicati a Montalbano le ha detto: Andrea, ma è il ritratto di tuo padre!

«Sì. E aveva ragione: lo ricordava per il senso dello Stato, la lealtà, un’obbedienza ragionata e non cieca. Naturalmente era un’operazione inconsapevole».

Ma perché non gli fa sposare Livia?

«Perché un uomo non sposa mai la propria coscienza. Anche se io l’ho fatto: sto con Rosetta da quasi sessant’anni, ma un matrimonio perché sia felice non ha bisogno solo di una coscienza critica».

Le posso chiedere perché l’esplosione erotica tra Montalbano e Livia è confinata nel sogno?

«È così. Ma non mi chieda la ragione. Per ritegno, pudore? Non lo so».

I suoi personaggi sognano tanto. E lei?

«Moltissimo, soprattutto il pomeriggio, durante la pennichella. Sogni coloratissimi, molto festosi, con un andamento circense. Anche i personaggi sono vestiti in modo clownesco e ci sono tanti bambini».

Ha mai immaginato un suo dialogo con Dio?

«Non sono credente».

La spaventa l’idea della fine?

«Sarei un imbecille se non ci pensassi. So benissimo che il mio tempo s’è accorciato: e allora? Dovrei forse scappare a Samarcanda? L’accetto e basta. Non mi faccio venire la depressione. Certo, ho sofferto quando la mia vista se n’è andata: ma è durato sei mesi, comprensibile. La vita deve essere accettata per quello che ti dà e ti toglie. Altrimenti sei condannato a un’infelicità volontaria ».

A differenza di Maigret, Montalbano sta invecchiando insieme al suo autore.

«Sì, volevo differenziarmi da Simenon. Ma Montalbano invecchia non perché sente avanzare il tempo della stanchezza e quello della rinunzia ma perché capisce che il suo sistema culturale, la sua forma mentis, non sono più adatte a interpretare la contemporaneità».

È capitato anche a lei?

«Sì, l’impossibilità di usare internet mi esclude dalla contemporaneità ».

Ma Montalbano sopravvivrà al suo autore? Potrebbe accettare un Montalbano non a sua firma?

«Tutto quello che accadrà post me non è di alcun interesse. Mi appassiona solo l’hic et nunc, il qui e ora».

Se non fosse stato italiano in quale altro paese sarebbe voluto nascere? Non mi risponda come Flaiano: “Ma siamo proprio sicuri che sia italiano?”.

«Va bene, ma la sua fu una splendida risposta. Sento di essere italiano ma mi sarebbe piaciuto nascere a Il Cairo o a Oslo. In fondo l’Italia è una via di mezzo. Non mi è andata male».

Per i novant’anni che regalo vorrebbe dal suo paese?

«Che l’Italia mi regalasse il suo futuro migliore. Così me ne posso andare tranquillo, senza preoccuparmi troppo per figli e nipoti».

Progetti prima di invecchiare?

«Al momento sono tre. Un racconto storico, su un caso di tortura dimenticato. Un libro su uomini e donne che con un gesto o una frase hanno prodotto qualcosa dentro di me: non persone illustri, ma gente comune. E ancora un Montalbano lo scriverò: non posso abbandonarlo così».

da Repubblica, 8 settembre 2015