BUONA SCUOLA? Voglio essere meritevole

di Giuseppe Tramontana.

       Ciò che la Buona scuola vuole fare è mettere un sigillo alla banalizzazione della cultura, dell’educazione, della vita. Proprio in un momento storico in cui servirebbe – per contrastare l’idiozia montante – una massiccia dose di sapere critico e di lungimiranza civica ci vengono proposte superficialità e inanità. Nella storia degli ultimi cent’anni e passa, vi sono state due cose su cui i  partiti di sinistra si sono travati d’accordo: il sistema proporzionale e la scuola pubblica. Il primo sappiamo che fine ha fatto. La seconda ce la stanno soffiando da  sotto il naso. E la rabbia sta soprattutto nel rendersi conto che l’autore dello scippo è un tizietto dalla faccia caramellata,  platealmente inadeguato, che sembra uscito da una gag di “Colorado caffè”, non eletto da nessuno, ma tenuto su da una maggioranza-poltiglia, dichiarata peraltro (come tutto il Parlamento) illegittima dalla Corte Costituzionale. Peggio di così! Degli omini insulsetti e banalotti, un po’ servili, un po’ opportunisti, cresciuti all’insegna della cultura “tette, culi e pubblicità” di berlusconiana memoria, hanno deciso di trattare la scuola come una mediocre azienda, sperperando un patrimonio di intelligenza e preparazione (che loro non comprendono, avvinti come sono nella superficialità della chiacchiera da workshop informatico).

     La cultura, dicevamo, dovrebbe essere critica e, quindi, progettuale e, per ciò, rivoluzionaria. Che non significa sovversiva, violenta o barricadera. Significa solo lungimirante, con radici profonde e sguardo da aquila, capace di resistere alle soffocanti seduzioni delle “insegne luminose”, quelle  che, cantava un vecchio gruppo punk, “attirano gli allocchi”. Invece, niente. Loro, i Legislatori, sono le prime vittime di queste insegne, di questo mondo nazional-banal-popolare. E anziché guardare al futuro, vogliono solo legittimare l’imbelle realtà esistente. E così, ad esempio,  anche la scuola viene permeata dal “Principio del Capo” (o Marchionne, come l’ha definito qualcuno).  Che diventi ufficialmente, come sosteneva quasi trecento anni fa l’abate Galiani, una palestra per sopportare l’ingiustizia e soffrire la noia, due cose – ingiustizia e noia – che, in un mondo popolato di bulletti e sfruttatori, videogiochi e computer, non mancano mai.

    Una scuola che non deve formare cittadini, ma solo far da parcheggio ai ragazzi, tenerli a bada. Senza traumi e senza problemi. Una scuola per clienti, non per utenti. Piero Calamandrei, in quel famoso discorso del 1953 in difesa della scuola pubblica,  citava tra gli elementi che avrebbero potuto distruggere la scuola medesima – oltre alle velleità di un partito unico, i soldi alle private e la demotivazione degli insegnanti – anche gli esami-burletta. E cosa sono ormai gli esami di Stato, se non una burletta? Come vuoi chiamare delle prove in cui la percentuale che non le supera non raggiunge nemmeno l’1%. E le interrogazioni sempre troppo difficili? Le richieste sempre troppo esose? E le sciocchezze sulle albe al mare e le passeggiate in montagna propalate per compiti per le vacanze? E lo studio che diventa una sorta di malattia?  Sapete cosa c’è? Mi sono scocciato. E mi viene tanta voglia di fare il meno possibile e accontentare tutti, studenti e genitori per primi.

    D’altra parte, non mi risulta che qualcuno – studenti o genitori, appunto – si sia mai lamentato per il poco studio o per i voti eccessivamente alti. Chissà, magari in questo modo, diventerò popolare e, agli occhi del preside, MERITEVOLE.