I mille volti di Bologna e i difensori della bellezza

di Giovanni Puglisi.

« Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. »

«… bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore. »

Peppino Impastato, tratto da film “I cento passi”.

    Chi pensa che si possa trovare grande fermento civico e culturale solo nelle metropoli come Milano si sbaglia: anche in città più piccole c’è vita, tanta vita. Bologna ne è un esempio. Vi si trova di tutto, dall’euforia contenuta del ritorno in serie A della locale squadra di calcio, al flop della manifestazione organizzata dagli Ultra cattolici No194.

E poi come non notare la convivenza di alcune realtà che tra loro fanno a pugni. Come quelle che si possono osservare proprio nella  zona universitaria di Piazza Verdi. Qui, da un lato, si trovano il Teatro Comunale, dove un vasto dispiegamento di forze dell’ordine protegge l’incolumità di eleganti signore attempate che si accingono ad entrare a vedere un balletto, e, pochi metri più in là, un folto gruppo di insegnanti in sciopero della fame che manifesta contro il DDL della Buona Scuola; all’altro lato, nel piazzale, seduti a terra tra bottiglie di vino e birra, studenti e avventori di ogni tipo che, in barba alle vecchie ordinanze dell’ex Sindaco Cofferati, passano il tempo bevendo, discutendo e ridendo.

I RUMBA DE BODAS

I RUMBA DE BODAS

     Le nebbie di diradano man mano che ci si avvicina verso il centro cittadino. A cominciare dello storico Bar del centro La Linea, storico luogo di ritrovo della sinistra bolognese i cui clienti più affezionati, un po’ acciaccati dall’età, con sottofondo di Gaber o Guccini, divorano mattinieri quotidiani indipendenti e danno vita a prolusioni dialettiche sulla politica italiana.

    La sera, invece, e spesso anche di giorno, diventa il regno degli artisti di strada. Mimi, giocolieri, graffitari e musicisti di vario genere monopolizzano l’attenzione dei passanti, suscitano entusiasmi ed emozioni, rendono viva, vivibile e struggente questo spicchio di Pianura Padana.

     Il fenomeno dei Buskers è diffuso in tutta Europa e non crea problemi, anzi spesso viene vissuto come una risorsa culturale e (perché no?) anche economica. Un po’ ovunque. Tranne ovviamente che nel nostro paese, dove, al contrario, è spesso rubricato sotto la voce ‘ordine pubblico’.

   Fortunatamente il fenomeno “resiste” qui, a Bologna, città notoriamente aperta e tollerante, dove il vigile di pattuglia si limita ad accertare che questi artisti non occupino troppo spazio.

     D’altra parte, molti di quegli artisti che oggi hanno raggiunto la notorietà, sono proprio partiti dalla strada, vedi autentiche celebrità come Dario Fo o Philippe Petit, gli U2 (nella metropolitana londinese) ed oltreoceano come Robin Williams e Pierce Brosnam o musicisti come Rod Stewart, Tracy Chapman, Bruce Sprinsteen, per dirne alcuni.

     Oggi e, soprattutto in Italia, questa libertà è condizionata dal colore dell’Amministrazione comunale. Così a fronte di città più tolleranti, come Milano e Torino (nelle quali alcuni di questi artisti si sono riuniti persino in associazione), altre, come Firenze o Venezia,  fanno di tutto per scoraggiare la presenza degli artisti di strada. Per non parlare della Padova di Bitonci dove, se sei privo di autorizzazione, rischi di essere cacciato via in malo modo. Fortunatamente delle isole felici ci sono ancora. Nonostante  la montante intolleranza, alcuni importanti  festival di arte di strada sopravvivono: il Mercantia di Certaldo, il Buskes Festival di Ferrara, l’Ibla Buskers Festival di Ragusa, Artisti in Piazza di Pennabilli, Il Festival Mirabilia di Fossano. E Bologna, ovviamente.

    Quella di Bologna, tra l’altro, artisticamente parlando, rappresenta una delle iniziative più interessanti, immersa com’è in una cornice storico-culturale di tutto rispetto. Piazza Grande con la sua Chiesa di Santa Maria Maggiore sullo sfondo e la parete della Sala Borsa, Piazza del Nettuno, Piazza dei Caduti della Resistenza… Luoghi stupendi che fanno da scenografia, mentre la strada – la semplice strada – diventa palcoscenico.

unnamed (9)

   La strada reca con sé quell’incredibile fascino che un palco non può offrire. L’arte di suonare in strada la si impara praticandola e basta. Non ci sono maestri, lezioni, pubblico pagante e accomodante. Sei solo tu, la tua passione e la tua arte. E bisogna saperla esprimere, saper entrare con essa nella vita di chi passa, guarda, ascolta e liberamente può applaudirti o andar via a muso duro. Senza rimpianti, tornaconti o paternalistiche accondiscendenze. Insomma, la si vive senza compromessi, in prima persona e senza grilli per la testa.

    In genere, sistemati davanti a negozi e boutiques, i musicisti di strada invitano il pubblico a fermarsi per qualche minuto e prestare attenzione alla loro musica, si trasformano in guardiani dell’arte, negli angoli delle vie centrali delle città, o nei tunnel delle metropolitane, là dove possono e riescono a suonare.

    “Dovremmo ringraziarli, perché senza di loro le città avrebbero solo il rumore delle auto o della musica di consumo che esce dai negozi”, scriveva, qualche anno fa, Ernesto Ansante su Repubblica. Come dargli torto?

    Così a Bologna, capita di essere catturati da questi difensori della bellezza.

   La prima volta mi accadde in una fredda giornata di dicembre del 2014. Un gruppo di musicisti italiani con strumenti classici (contrabbasso, chitarra acustica, clarinetto, hukulele e violino) si esibiva in musiche balcaniche. La Vanguardia, si fa chiamare, e ha al proprio attivo un repertorio non indifferente, costruito negli anni, esibendosi dappertutto, nelle piazze delle città del’est europeo come nei locali e nei teatri di Bologna e dintorni. Un loro cavallo di battaglia è Il funambolo di Poznan, autentico inno degli artisti di strada.

LA VANGUARDIA

LA VANGUARDIA

    L’atmosfera che il gruppo riusciva a creare era suggestiva, il pubblico numeroso, rapito dalla “magia della musica”. Essendo all’aria aperta, il violinista e cantante – barba folta, orecchino zingaresco e coppola malandrina – privo di microfono, era costretto a sforzarsi per farsi sentire. Ma era felice, si vedeva. Gli occhi del pubblico erano tutti per lui. Una custodia aperta davanti a lui, oltre ad essere pronta ad accogliere le eventuali offerte, conteneva alcune copie di cd autoprodotti.

    A distanza di qualche mese, lo scenario cambia: questo artista di strada lo ritrovo  ad esibirsi  sotto i riflettori di uno studio televisivo della Rai, all’interno di un talent show, “The Voice of the Italy”. Lo zingaro, come tanti altri, si gioca la carta della vita. In ballo notorietà, successo, o almeno la speranza di un salto di qualità. Un po’ stranito e timoroso esordisce con una versione da brividi di Take Me To Church di Hozier, un brano che contiene un’ottima sintesi tra la potenza delle parole e lo struggimento del suono. La sua performance fa saltare dalla sedia mezza Italia. Il pezzo lo fa suo, ne sembra, addirittura, l’interprete originale. Sembra un leone navigato il cui ruggito zittisce il pubblico dell’arena. Sembra possedere il demone dei poeti maledetti. L’impressione è che lui sia un’altra cosa rispetto a quel carrozzone di balocchi tutt’intorno, che lui sia già oltre questo tipo di palcoscenico.

   Al termine dell’esibizione, si scopre che lo zingaro è un giovane laureato in Scienze politiche, che ha ventisette anni, è polistrumentista e compositore. Ha un background musicale di tutto rispetto ed è originario di Acri, un piccolo paese della provincia di Cosenza, il cui dialetto è considerato una lingua romanza.

  Da quel momento per Fabio Curto comincia una fase di continue affermazioni: qualificazione dopo qualificazione, misura la sua umiltà con generi e canzoni diverse che, forse, sembrano lontani da lui: da Hallelujah di Leonard Cohen, a Father And Sons di Cat Stevens, ad Emozioni di Lucio Battisti, finendo sempre per personalizzarne ogni nota, ogni cambio di registro.

    Con la sua faccia pulita, un po’ mitologica da “Ulisse di Acri” come simpaticamente lo definisce il conduttore del programma, riesce, a ogni esibizione, a creare attorno a sé una sorta di aurea magica, un’empatia col pubblico, trasferendo emozioni e tensioni, le stesse che si porta dietro dalla strada. Come un attore navigato buca lo schermo e fa impazzire la rete.

      La sua Acri esplode in un delirio irrefrenabile, seguendolo compatta come in una finale dei mondiali. Persino i bambini dell’asilo si divertono a disegnare questa buffa e dolce faccia barbuta. La curtomania di Acri diventa subito un caso mediatico, perché il ragazzo calamita affetto e incitazione per la sua semplicità. Grazie al televoto, il suo brano inedito, L’ultimo esame, vincerà l’edizione di questa competizione canora.

     La favola vissuta in questo talent è merito del suo personale percorso, pulito, senza italiche raccomandazioni e ancora più italici compromessi, è frutto della sua, come dire?, genuinità, che inizialmente ha spiazzato gli stessi organizzatori, i quali, poi, bontà loro!, hanno saputo leggerne anche la valenza artistica.

Fabio Curto vince l'ultima edizione di The Voice of Italy

Fabio Curto vince l’ultima edizione di The Voice of Italy

      Il talent show, nel frattempo, ha realizzato pienamente il suo scopo: alzare il livello di share televisivo e degli sponsor, ma il vero successo del programma non è un mero indice di audience, c’è di più. Intorno a Fabio si è compattato un pubblico vero, disinteressato, che apprezza il suo percorso, come la favola dell’uno su mille ce la fa… (per citare una canzone del bolognese Morandi) solo grazie al talento, senza filtri e mediazioni. Comprensibile che questo ragazzo sia diventato in breve tempo una speranza e un punto di riferimento per tanti giovani che si apprestano a combattere nel difficile mondo dello spettacolo. Perché la vittoria di Fabio Curto non è stata frutto di un artificio mediatico, insacchettato e preconfezionato. È stata la vittoria di una scelta di vita. La scelta coraggiosa di uno studente il quale piuttosto che farsi sfruttare come cameriere per pagarsi studi e affitto, ha preferito inseguire il suo sogno e vivere di ciò che ama e conosce: la musica e il canto. I sacrifici e l’umiltà della strada gli hanno permesso di trasmettere emozioni e regalare frammenti di bellezza a tutti coloro che incontra ogni giorno in strada. “I miei veri giudici”, dice lui.

Il funambolo di Poznan, autentico inno degli artisti di strada.